✕

La questione russa

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura

È ciò di cui non si parla, il sottinteso più importante di questo periodo, ma la questione si sta ingrandendo ovunque. Aldilà delle divergenze sulla frequenza, l’entità e la natura degli aiuti recapitati all’Ucraina, si deve auspicare o no che una sconfitta di Vladimir Putin conduca alla frammentazione della Federazione Russa e delle sue 21 Repubbliche?

“Sì”, rispondono sempre più intellettuali, in particolare russi, e numerosi eurodeputati — appartenenti alla minoranza, ma attivi — che già invitano a incentivare la frammentazione della Federazione. Anna Fotyga, ex ministra polacca degli Affari esteri ed esponente del partito conservatore PiS, ha riunito a Bruxelles i rappresentanti di movimenti secessionisti oggi del tutto sconosciuti che un giorno, però, potrebbero far parlare di sé. Provenienti dagli Stati Uniti o dall’Europa, spesso in abiti tradizionali, costoro ci hanno fatto sentire terribili racconti di antiche repressioni, ma hanno anche parlato di invio forzato di uomini in…

È ciò di cui non si parla, il sottinteso più importante di questo periodo, ma la questione si sta ingrandendo ovunque. Aldilà delle divergenze sulla frequenza, l’entità e la natura degli aiuti recapitati all’Ucraina, si deve auspicare o no che una sconfitta di Vladimir Putin conduca alla frammentazione della Federazione Russa e delle sue 21 Repubbliche?

“Sì”, rispondono sempre più intellettuali, in particolare russi, e numerosi eurodeputati — appartenenti alla minoranza, ma attivi — che già invitano a incentivare la frammentazione della Federazione. Anna Fotyga, ex ministra polacca degli Affari esteri ed esponente del partito conservatore PiS, ha riunito a Bruxelles i rappresentanti di movimenti secessionisti oggi del tutto sconosciuti che un giorno, però, potrebbero far parlare di sé. Provenienti dagli Stati Uniti o dall’Europa, spesso in abiti tradizionali, costoro ci hanno fatto sentire terribili racconti di antiche repressioni, ma hanno anche parlato di invio forzato di uomini in Ucraina.

Tra tragedia e folclore, tra Storia e presente, si è andata così delineando una realtà virtuale giacché, se in Ucraina Vladimir Putin sarà sconfitto, al Cremlino si aprirebbe una crisi politica e l’indebolimento del potere centrale potrebbe condurre alla secessione di numerose Repubbliche federali.

Non siamo neanche lontanamente vicini a quel momento. Fino a quando non saranno mantenute le promesse degli europei relative alla spedizione di aerei e munizioni, le truppe del Cremlino resteranno in vantaggio ma, se l’Ucraina ricomincerà a segnare punti e la Russia poco alla volta si impantanerà, all’orizzonte potrebbe profilarsi una disintegrazione. A quel punto, sostenute dal risentimento che i reclutamenti forzati suscitano e alimentano nelle periferie della Federazione, le tentazioni indipendentiste potrebbero moltiplicarsi, proprio come successe nell’Urss quando le riforme di Mikhail Gorbaciov indebolirono il Cremlino.

Dopo quella dell’Unione Sovietica, quindi, potrebbe esserci la frammentazione della Federazione Russa, una disgregazione indispensabile, il requisito sine qua non secondo coloro che auspicano una democratizzazione della Russia. Fino a quando il Paese più grande del mondo sarà abitato da un mosaico così diversificato di popoli, dicono, a Mosca occorrerà un potere centrale totalitarista, o quanto meno autoritario. La Russia in passato ha conosciuto soltanto sporadici e fugaci periodi di libertà, continuano, e questo dipende dal fatto che vi è incompatibilità tra la democrazia e la sua conformazione geografica, tra lo stato di diritto e l’eterogeneità delle 21 Repubbliche.

Maurizio Molinari: "Ora Putin è più debole"

Il ragionamento è comprensibile. Non è assurdo, ma che cosa implicherebbe una dissoluzione di questo tipo di un Paese che si estende dalle frontiere con l’Unione alle coste del Pacifico, armato di un numero di testate atomiche sufficiente a far saltare in aria il pianeta, baciato da giacimenti di materie prime strategiche in grado di solleticare appetiti concorrenti?

Per la maggior parte dei dirigenti politici, dei diplomatici e dei vertici militari occidentali, non ci sono dubbi sulla risposta. Una scissione della Federazione Russa, dicono, inaugurerebbe decine di anni di guerra civile ai confini dell’Europa, del Medio Oriente e dell’Asia; indurrebbe Cina e Turchia, ma anche Iran, Pakistan e Afghanistan, a intervenire; permetterebbe ai movimenti jihadisti di trovare accoglienza. Insomma, creerebbe una situazione di anarchia internazionale in buona misura ingestibile.

“Proprio quello che si disse nel momento in cui l’Urss si disgregò” ironizzano nel campo opposto, mettendo in primo piano la riconquistata libertà dei Paesi Baltici ma dimenticando che, in ogni caso, dopo le indipendenze del 1991 non tutto è andato bene. Non a caso, si risponde loro in questi termini: “Quante altre Ucraine volete, quante altre George, quante altre Transnistrie, quanti altri fiumi di sangue e quanti altri decenni di barbarie del potere russo?”

Il dibattito si scalda. Lo si vede anche nelle furenti reazioni alle parole di Emmanuel Macron quando esprime la necessità di non escludere nulla a fronte dell’aggressione russa. Il cancelliere tedesco paventa il caos, e non è l’unico. I Paesi Baltici e molti cittadini polacchi sognano una Russia russa non più federale. Volano parole grosse ma, a prescindere che in questa Federazione si veda una garanzia della stabilità internazionale o un ostacolo alla democratizzazione della Russia, quel che è certo è che più questa guerra durerà, più nelle Repubbliche federali aumenteranno le tensioni centrifughe. Paradossalmente, la sconfitta di Vladimir Putin potrebbe salvare l’unità del Paese, a patto di essere celere. Per il momento, inoltre, non c’è niente da caldeggiare, e neppure da auspicare, ma ci sono tre cose da dire al popolo russo e alle sue élite.

La prima è che, per la sua Storia e la sua cultura, la Russia è europea; noi — popoli dell’Unione — la consideriamo tale. Ed è nel suo stesso interesse porre fine a questa aggressione e riallacciare i legami con i suoi vicini europei, non certo diventare vassalla della Cina collocandosi in Asia.

La seconda è che, se desidera mantenere i confini della Federazione, la Russia deve instaurare nuove relazioni con i popoli che ne fanno parte, dando loro motivo di non anelare all’indipendenza e, soprattutto, deve evitare di trattarli da cittadini di seconda categoria e ausiliari delle guerre imperiali.

La terza cosa da dire al popolo russo e alle sue élite? Vladimir Putin sta per distruggere la Russia molto più di quanto non stia distruggendo l’Ucraina.

Traduzione di Anna Bissanti

Leggi i commenti