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L’atleta stuprata: se lo sport diventa il paradiso degli orchi

Il ruolo educativo viene cancellato e stravolto da un’inaccettabile sospensione delle regole e delle sanzioni: liberi tutti, anche di ferire e farsi male
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A chi affidiamo davvero i nostri figli quando li mandiamo in palestra, in piscina, al campetto? Quali persone si occupano non solo di allenarli, ma di farli crescere come ragazzi e ragazze migliori, nel corpo e nella mente, come dicevano i Latini? Quali compagni interagiscono con loro? Nel gruppo c’è violenza, sessismo, abuso, discriminazione nelle dinamiche in teoria più nobili e limpide del giovane consesso umano, cioè lo sport?

Impossibile non porsi queste domande dopo il caso della campionessa uzbeka di scherma, diciassettenne, che sarebbe stata violentata a Chianciano da tre atleti della nostra federazione. Soltanto l’ultimo episodio di una catena orrenda e mondiale che racconta violenze fisiche, psicologiche e sessuali da parte di atleti, allenatori, dirigenti, arbitri, persino medici.

Forse, allora, ci eravamo soltanto illusi che la pratica sportiva, non necessariamente agonistica, potesse essere sempre una scelta virtuosa e saggia in quel delicatissimo percorso che è la cos…

A chi affidiamo davvero i nostri figli quando li mandiamo in palestra, in piscina, al campetto? Quali persone si occupano non solo di allenarli, ma di farli crescere come ragazzi e ragazze migliori, nel corpo e nella mente, come dicevano i Latini? Quali compagni interagiscono con loro? Nel gruppo c’è violenza, sessismo, abuso, discriminazione nelle dinamiche in teoria più nobili e limpide del giovane consesso umano, cioè lo sport?

Impossibile non porsi queste domande dopo il caso della campionessa uzbeka di scherma, diciassettenne, che sarebbe stata violentata a Chianciano da tre atleti della nostra federazione. Soltanto l’ultimo episodio di una catena orrenda e mondiale che racconta violenze fisiche, psicologiche e sessuali da parte di atleti, allenatori, dirigenti, arbitri, persino medici.

Forse, allora, ci eravamo soltanto illusi che la pratica sportiva, non necessariamente agonistica, potesse essere sempre una scelta virtuosa e saggia in quel delicatissimo percorso che è la costruzione di un essere umano. Invece scopriamo situazioni pazzesche. Ritiri per competizioni nazionali e internazionali in cui ci si allena di giorno e ci si ubriaca di notte, come nelle peggiori gite scolastiche. Stupri di gruppo. Omertà da parte di chi dovrebbe vigilare e punire, non coprire e nascondere.

L’idea che lo sport sia una bolla positiva nell’inferno della quotidianità, a volte malata, cade e si sbriciola: apprendiamo, non senza sbigottimento, che i nostri ragazzi sono seguiti da personaggi equivoci, nel migliore dei casi dilettanti allo sbaraglio, incapaci di controllare e regolare le dinamiche dei giovani a loro affidati. Il ruolo educativo dello sport, diretto o suppletivo, viene cancellato e stravolto da un’inaccettabile sospensione delle regole e delle sanzioni: liberi tutti, anche di ferire e farsi male.

Non si contano i casi di cronaca che hanno reso lo sport il paradiso degli orchi. L’osteopata della nazionale statunitense di ginnastica che ha abusato 256 atlete, compresa la fuoriclasse Simone Biles alle prese — forse anche per questo — con un grave squilibrio psicofisico. I coach del pattinaggio russo e americano, accusati di violenze morali e sessuali. L’arbitro di scherma italiano, imputato per molestie. I casi di stupro nel soccer femminile statunitense. Il clima di insostenibile tensione nell’ambiente della ginnastica ritmica italiana. Cosa succede, nel chiuso di certi mondi?

Dal 2017 al 2020 sono stati celebrati in Italia quaranta processi per abusi sessuali nello sport, e per nessuna delle federazioni affiliate al Coni esiste un protocollo di tutela della parti, o di sospensione, in attesa di giudizio: accusati e accusatori possono addirittura continuare a incrociarsi, come nell’ultimo caso della scherma.

E poi c’è la violenza emotiva, a volte più sottile e non meno grave, fatta di insulti, minacce, ricatti e vessazioni, un autentico bullismo che scatena le sue forze oscure sia nel rapporto tra tecnico e atleta, sia tra gli atleti nel loro insieme. Quasi sempre, la vittima si ritrova da sola o viene isolata dalla meccanica del branco, da quell’impunità di gregge che rende più forte il carnefice e fa passare per debole o codardo chi patisce l’offesa e magari tace, per vergogna o paura.

Siamo in una società sempre più complessa, in cui i ragazzi vivono maggiori situazioni di rischio. Hanno molti più stimoli, ovviamente non tutti negativi, e assai meno controlli di un tempo, quando comunque l’orco restava quasi sempre libero di agire. La zona grigia si allarga a dismisura, e troppo spesso lo sport non è pronto a educare e neppure a proteggere. Una gara dove perdiamo tutti.

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