Le trasferte nere in birreria
di Paolo BerizziSe una curva va in gita con Hitler e Mussolini va chiusa. Senza se e senza ma. Senza aspettare che lo rifaccia un’altra volta e poi un’altra ancora. Perché quando le trasferte nere diventano – in questo caso lo sono da troppo tempo - una macabra e odiosa abitudine, condannare non basta. E gli indugi e la prudenza diventano involontaria complicità. Di cui i nostalgici del nazifascismo travestiti da tifosi si ciberanno in attesa delle prossime scorribande. Le immagini degli ultrà della Lazio che gridano “duce, duce, duce” nella birreria dove Adolf Hitler fondò il partito nazista, quelle braccia tese e quei cori fascisti che si alzano sotto i lampadari bavaresi della celebe Holfbrauhaus di Monaco di Baviera non sono soltanto una vergogna italiana da esportazione. Sono un monito ad agire. Un invito rivolto alla politica, alla giustizia sportiva, ai vertici dei calcio, alle istituzioni democratiche che da troppo tempo chiudono gli occhi di fronte a uno scempio organizzato. La matrice polit…
Se una curva va in gita con Hitler e Mussolini va chiusa. Senza se e senza ma. Senza aspettare che lo rifaccia un’altra volta e poi un’altra ancora. Perché quando le trasferte nere diventano – in questo caso lo sono da troppo tempo - una macabra e odiosa abitudine, condannare non basta. E gli indugi e la prudenza diventano involontaria complicità. Di cui i nostalgici del nazifascismo travestiti da tifosi si ciberanno in attesa delle prossime scorribande. Le immagini degli ultrà della Lazio che gridano “duce, duce, duce” nella birreria dove Adolf Hitler fondò il partito nazista, quelle braccia tese e quei cori fascisti che si alzano sotto i lampadari bavaresi della celebe Holfbrauhaus di Monaco di Baviera non sono soltanto una vergogna italiana da esportazione. Sono un monito ad agire. Un invito rivolto alla politica, alla giustizia sportiva, ai vertici dei calcio, alle istituzioni democratiche che da troppo tempo chiudono gli occhi di fronte a uno scempio organizzato. La matrice politica della frangia dominante della curva della Lazio è nota da decenni. Così come da tempo è o dovrebbe essere evidente – anche plasticamente – che ciò che fanno e cantano e scrivono i padroni di quella curva - gli Ultras Lazio, eredi degli Irriducibili capeggiati dal criminale e narcotrafficante Fabrizio Piscitelli – è pianificato, studiato a tavolino. Persino annunciato al grande pubblico. Il 16 febbraio scorso Repubblica diede conto dello striscione esposto nella curva Nord dello stadio Olimpico durante la partita di andata di Champions League Lazio-Bayern Monaco.
Solo uno sprovveduto o, peggio, chi fiancheggia questo obbrobrio da stadio poteva pensare che quel lenzuolo con su scritto “l’unica cosa che vi invidiamo: la birreria” rivolto ai tifosi avversari fosse un generico riferimento alla bevanda di cui la Germania è considerata patria. No. E non era nemmeno becera goliardia. Era uno striscione politico realizzato ed esibito per esaltare il nazismo. E per dichiarare un’intenzione: il passo successivo. Che puntualmente è arrivato la scorsa notte, quando i primi dei 3.400 ultrà laziali arrivati a Monaco per la partita di ritorno hanno trascorso la vigilia del match tra abbondanti bevute proprio lì, nella birreria che tanto invidiano ai rivali bavaresi. Il posto giusto per inneggiare a Benito Mussolini e per scandire un altro classico del neofascismo da curva e da piazza: il “Me ne frego” che esalta la camicia nera, il manganello e le bombe a mano. Adesso: immaginate se una tifoseria tedesca inneggiasse a Hitler. Pensate se le immagini e il sonoro facessero il giro del web, come è stato per la sconcertante performance degli ultrà laziali. Le autorità tedesche metterebbero immediatamente fuori gioco i nazitifosi.
Così come l’anno scorso hanno arrestato i due cialtroni italiani che all’Oktoberfest hanno fatto il saluto romano facendosi riprendere dal cellulare degli amici. L’altra sera nella birreria del Putsch nazista di Monaco non c’erano due avventori isolati, c’erano decine di persone partite da Roma per lordare l’immagine dell’Italia – e anche del club per cui tifano – in una grande città europea. Dove mosse i primi passi il nazismo di Hitler di cui il duce Mussolini osannato dai camerati biancazzurri fu alleato. E’ lapalissiano che nelle teste imbevute di ideologia di morte degli ultrà della Lazio il tentato colpo di Stato organizzato dal futuro Fuhrer nel 1923 è un evento da celebrare. E infatti. Adesso la palla – in Paese normale e civile nato sull’antifascismo – deve passare alle autorità e alla politica italiane. Lo sdegno non è abbastanza. L’ambiguità insopportabile. Chi continua a inneggiare al passato più buio e drammatico di una nazione va messo ai margini. Fuori gioco subito.