L’8 marzo è la Festa della donna, ma non di tutte le donne: un elenco di vittime accompagna questa ricorrenza ma a causa del turbine di opinioni spesso frettolose di chi all’analisi dei fatti e alla conoscenza della storia preferisce la sintesi di uno slogan per aumentare i propri followers o subisce l’influenza di opinioni controverse sbandierate nei talk show costruiti per l’audience, persino donne che hanno subito discriminazione, violenza, che sopravvivono in situazioni estreme e combattono per non soccombere non entrano in una classifica che le vuole diverse dalle altre: meno vittime, in qualche modo. Le donne ucraine che assistono impotenti da due anni alla distruzione del loro paese a causa della follia espansionista di un dittatore e ,tra le macerie delle loro città, resistono sperando un giorno di poter ricominciare a non aver paura, a vivere, a ricostruire le loro case o anche ritornarvi dopo che molte di loro sono state costrette ad un esilio forzato lontano. Sono milioni. …
L’8 marzo è la Festa della donna, ma non di tutte le donne: un elenco di vittime accompagna questa ricorrenza ma a causa del turbine di opinioni spesso frettolose di chi all’analisi dei fatti e alla conoscenza della storia preferisce la sintesi di uno slogan per aumentare i propri followers o subisce l’influenza di opinioni controverse sbandierate nei talk show costruiti per l’audience, persino donne che hanno subito discriminazione, violenza, che sopravvivono in situazioni estreme e combattono per non soccombere non entrano in una classifica che le vuole diverse dalle altre: meno vittime, in qualche modo. Le donne ucraine che assistono impotenti da due anni alla distruzione del loro paese a causa della follia espansionista di un dittatore e ,tra le macerie delle loro città, resistono sperando un giorno di poter ricominciare a non aver paura, a vivere, a ricostruire le loro case o anche ritornarvi dopo che molte di loro sono state costrette ad un esilio forzato lontano. Sono milioni. Sono centinaia e forse molte di più quelle che hanno visto i propri figli strappati e portati in campi di rieducazione e vivono solo grazie alla speranza di ritrovarli un giorno.Le donne palestinesi, immolate come scudi umani con i loro figli, in un conflitto atroce che non avrebbero mai voluto se avessero potuto avere voce e le cui fila sono tirate da chi resta pavidamente lontano, protetto da paesi complici, invocando una guerra santa globale alla quale il nemico, accecato dalla legittima necessità di sicurezza ai propri confini e assediato da più parti, risponde con violenza inaudita.
Un nemico additato come l’unico responsabile di una tragedia umanitaria che ha travolto le coscienze di tutti, mentre altri colpevoli, rimangono nell’ombra dei loro tunnel dove lentamente si sta consumando anche la tragedia degli ostaggi civili israeliani rapiti durante la strage del 7 ottobre e dei quali persino le notizie sulla loro sopravvivenza vengono usate come arma di guerra.Le donne palestinesi il cui urlo disperato sentiamo come un richiamo ogni giorno e alle quali promettiamo una pace che anche coloro, che si professano loro difensori, non vogliono.Le donne israeliane che durante quella strage avvenuta solo 5 mesi fa e già archiviata dalla memoria collettiva ,da troppi mezzi di informazione e da alcune organizzazioni che si definiscono umanitarie e persino femministe, sono state a centinaia stuprate e uccise barbaramente perché ebree ma non abbastanza vittime agli occhi di una parte dell’opinione pubblica occidentale perché israeliane.
Tutte le donne dovrebbero essere ricordate l’8 marzo: quelle alle quali viene negata la libertà di essere come vorrebbero, di vivere in pace, di sperare in un futuro diverso, di esprimere la propria opinione o solo di vestirsi senza doversi coprire il capo e il viso o di guidare,di studiare: sono le vittime di un’interpretazione malata e strumentale della religione come in Afghanistan, in Iran,in tutti i paesi teocratici e in tutti i movimenti di terroristi di matrice islamica. Ci sono poi le vittime di alcune tradizioni barbare ancora diffuse almeno in 30 paesi al mondo e soprattutto in certi stati africani dove si praticano le mutilazioni genitali a ragazze e bambine poi vendute in cambio di bestiame come spose o quelle consuetudini ancora in uso nei centri rurali arretrati dell’India dove le vedove e le donne che hanno subito violenza sono emarginate dalla famiglie e dalla società ancora divisa per caste, allontanate come se fossero appestate e i loro carnefici rimangono impuniti.
E poi c’è il silenzio di chi non raccoglie il grido di allarme delle donne oggetto di violenza domestica, come troppo spesso anche in Italia e si rende così complice anche di un femminicidio che avrebbe potuto essere evitato .Sono molte e sole , spesso non hanno la forza di denunciare il loro persecutore e solo l’attenzione di chi è a loro vicino può salvarle.Tutte loro, senza distinzione di nazionalità, religione, censo o età dovranno domani essere ricordate come le vere eroine di questo anno terribile: il loro sacrificio anche della vita, la loro silenziosa testimonianza ci ricordano che la libertà di scegliere, di parlare, di vivere come vogliamo e che in occidente abbiamo il privilegio di avere, non è scontata.Va difesa, come tutti i diritti conquistati nei secoli e ad alto prezzo, sempre, anche dalla propaganda di chi vuole decidere chi siano le vittime nel nostro tempo escludendo in un moto di onnipotenza o semplicemente per malafede, tutte le altre.