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Biden-Trump, una sfida tra due debolezze

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L’esito del Super Tuesday non è un bel segnale né per l’America, né per quel mondo di cui è da decenni guida e modello di democrazia
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Il Super Tuesday ha confermato che le elezioni presidenziali di novembre saranno un remake, inedito per quanto scontato, di quelle di quattro anni fa: Joe Biden contro Donald Trump. Ma l’analisi del voto di questo martedì elettorale, dove alle urne è andato un terzo del Paese, dice due cose, che sono invece assai meno scontate.

La prima è che l’esito finale della corsa alla Casa Bianca non è così certo come indicavano i sondaggi, che davano l’imbarazzante sfidante in chiaro vantaggio sul senile presidente. La seconda è che a novembre sarà più una sfida tra due debolezze che tra due forze. E questo non è un bel segnale né per la nazione americana, né per quel mondo di cui l’America è da decenni guida e modello di democrazia.

La vittoria coast-to-coast di Trump nelle primarie repubblicane ha trasformato in certezza (quasi) matematica una realtà politica da tempo evidente. Il tycoon si è sbarazzato di Nikki Haley, che si è ritirata lanciandogli però un guanto di sfida: i miei vo…

Il Super Tuesday ha confermato che le elezioni presidenziali di novembre saranno un remake, inedito per quanto scontato, di quelle di quattro anni fa: Joe Biden contro Donald Trump. Ma l’analisi del voto di questo martedì elettorale, dove alle urne è andato un terzo del Paese, dice due cose, che sono invece assai meno scontate.

La prima è che l’esito finale della corsa alla Casa Bianca non è così certo come indicavano i sondaggi, che davano l’imbarazzante sfidante in chiaro vantaggio sul senile presidente. La seconda è che a novembre sarà più una sfida tra due debolezze che tra due forze. E questo non è un bel segnale né per la nazione americana, né per quel mondo di cui l’America è da decenni guida e modello di democrazia.

La vittoria coast-to-coast di Trump nelle primarie repubblicane ha trasformato in certezza (quasi) matematica una realtà politica da tempo evidente. Il tycoon si è sbarazzato di Nikki Haley, che si è ritirata lanciandogli però un guanto di sfida: i miei voti, gli ha detto, dovrai conquistarteli.

Non è solo una frase di rito. La maggioranza degli elettori dell’ex ambasciatrice all’Onu ha dichiarato di aver votato più contro il suo avversario che per lei; e 1/4 dei votanti in North Carolina ha ammesso che sarebbe scontento della nomination di Trump.

Il suo successo nell’ondata di primarie è incrinato da segnali di vulnerabilità nelle aree suburbane che gli costarono la Casa Bianca nel 2020. Si è ripetuto un fenomeno che era già apparso prima di martedì.

I risultati reali sono stati inferiori alle previsioni della vigilia. Il caso più interessante è la Virginia, dove i sondaggi davano Trump in vantaggio di 60 punti, con Haley a un modesto 15 per cento. Invece ha avuto il 35 per cento, dimezzando quasi lo svantaggio. Era già successo nel New Hampshire (11 punti anziché i 18 dei sondaggi), in South Carolina (20 invece che 28), in Michigan (soltanto 42 invece che i 57 previsti).

Stavolta il massimo stravolgimento è stato registrato nel Vermont, dove Trump era dato favorito 61 a 31, e invece ha vinto Haley.

Otto anni fa, quando Trump aveva fatto meglio del previsto contro Hillary Clinton, era stata coniata la categoria degli “elettori segreti di Trump”, persone che si vergognavano di dire che avrebbero votato per lui. Perciò si disse anche che quando si tratta di Trump i sondaggi sono sempre sbagliati.

Stavolta saremmo di fronte all’opposto di otto anni fa, i “secret no-Trump voter”, gli elettori segreti anti-Trump: abitanti di benestanti aree suburbane, tradizionali terreni di caccia dei repubblicani, preoccupati per l’imprevedibilità e le bizzarrie del personaggio, per i 91 capi d’accusa che pendono su di lui, per il manifesto disprezzo delle regole democratiche.

In grande misura sono donne, che si sono rivoltate contro Trump dopo la decisione della Corte suprema sul diritto all’aborto. Un elettorato silente nelle elezioni di Midterm del 2022 per il Congresso, quando il successo repubblicano era dato per acquisito. Ma che ora comincia a inquietarsi all’idea di avere di nuovo alla Casa Bianca un presidente imprevedibile e spesso impresentabile.

Washington, 5 marzo: il presidente degli Stati Uniti Joe Biden alla Casa Bianca 

Come ha osservato Peter Spiegel sul Financial Times, se questi “secret no-Trump voter” passano a Biden a novembre “i sondaggisti, che ora danno il presidente molto indietro rispetto al suo predecessore, dimostreranno di nuovo di essere fallibili”.

Ma il Super Tuesday, essendo un test così vasto geograficamente e numericamente, ha messo in luce anche tutte le debolezze di Biden, che a Samoa è stato sconfitto da uno sconosciuto imprenditore, Jason Palmer (“se non sapete chi è non è colpa vostra”, ha ironizzato il New York Times). Tra il 20 per cento di elettori democratici “non impegnati” in Minnesota, l’8 per cento in Colorado, il 13 per cento di “non preferenze” in North Carolina, dopo analoghe indicazioni dal Michigan la scorsa settimana, il quadro che esce dal voto di martedì non è rassicurante per il presidente, almeno quanto non lo è per il suo rivale.

Biden paga il prezzo dell’età (anche se Trump non è poi tanto più giovane), i limiti di tenuta fisica e mentale che vengono fuori ogni volta che lo si vede muoversi e parlare, le gaffe ripetute che gli sono state imputate.

Ma paga soprattutto l’impressione che l’America non sia più una superpotenza, bensì una potenza come altre, incapace di porsi — e ancora meno di imporsi — come leader agli alleati, in particolare a Israele, e di farsi temere dagli avversari, come la Russia e la Cina.

Nel “buon ritiro” di Camp David, dove con sei consiglieri e uno storico ha preparato il discorso di oggi sullo Stato dell’Unione — mai così importante come in questo anno di elezioni domestiche e di conflitti internazionali — Biden ha portato un libro di William Ury, un esperto di negoziati. Si intitola: Possible: How We Survive (and Thrive) in an Age of Conflict (Possibile: come noi sopravviviamo (e prosperiamo) in un’età di conflitto).

C’è da sperare vi trovi le risposte giuste. E dobbiamo augurarcelo soprattutto noi europei. Perché altrimenti, di fronte a un’America che non sa esprimere una nuova classe politica nell’arco di un decennio, che va al voto più spaccata che mai, che potrebbe chiudersi ancora di più in sé stessa, le risposte a come sopravvivere in un’era di conflitti e di autocrazie minacciose dovremo darcele da soli. E anche molto in fretta.

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