Trump e gli amici Matteo e Giuseppi
di Stefano FolliPuò sembrare in anticipo sui tempi interrogarsi circa il nesso tra le elezioni di novembre negli Stati Uniti e le vicende politiche italiane. Ma in realtà se ne discute già perché gli effetti di quel voto saranno comunque significativi; anzi, clamorosi nel caso di una vittoria di Trump. Intanto il risultato delle primarie nel Super Tuesday ha semplificato il quadro e consegnato la candidatura all’ex presidente. In attesa dei duelli con Biden, tipici di una campagna che di fatto è già cominciata, è evidente che la vittoria di uno o dell’altro ridefinirà i rapporti con l’Europa, oltre che con Russia e Cina. Nell’orizzonte dei quattro anni del mandato, molte cose potrebbero cambiare, alcune in peggio. Finora in Europa solo due politici hanno espresso in modo esplicito la loro speranza che in autunno Trump torni alla Casa Bianca: Orbán in Ungheria e Salvini in Italia. Sono entrambi vicini a Putin, sostengono le sue posizioni sull’Ucraina e si augurano una rapida intesa bilaterale tra Mosc…
Può sembrare in anticipo sui tempi interrogarsi circa il nesso tra le elezioni di novembre negli Stati Uniti e le vicende politiche italiane. Ma in realtà se ne discute già perché gli effetti di quel voto saranno comunque significativi; anzi, clamorosi nel caso di una vittoria di Trump. Intanto il risultato delle primarie nel Super Tuesday ha semplificato il quadro e consegnato la candidatura all’ex presidente. In attesa dei duelli con Biden, tipici di una campagna che di fatto è già cominciata, è evidente che la vittoria di uno o dell’altro ridefinirà i rapporti con l’Europa, oltre che con Russia e Cina. Nell’orizzonte dei quattro anni del mandato, molte cose potrebbero cambiare, alcune in peggio. Finora in Europa solo due politici hanno espresso in modo esplicito la loro speranza che in autunno Trump torni alla Casa Bianca: Orbán in Ungheria e Salvini in Italia. Sono entrambi vicini a Putin, sostengono le sue posizioni sull’Ucraina e si augurano una rapida intesa bilaterale tra Mosca e Washington per chiudere il conflitto, il che finirebbe per coincidere con la sconfitta di Kiev. Tuttavia c’è dell’altro.
L’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, ha ribadito parlando con il Corriere della Sera che il candidato repubblicano “non ama la Nato e l’Unione europea”, per cui l’una e l’altra dovranno attrezzarsi per fare a meno dell’America. In tutto o in parte, si vedrà. Soprattutto Bannon ha intessuto grandi elogi di Salvini, un tipo “duro contro la Nato e morbido verso la Russia”. Il vicepresidente del Consiglio non poteva desiderare di più dopo la sua intensa attività come tessitore di una rete dell’estrema destra europea in cui confluiscono tutte le pulsioni anti-occidentali che si sono manifestate negli ultimi due anni.
Ma il punto cruciale è un altro. Giorgia Meloni, a parere di Bannon, sarebbe “una delusione”. E non stupisce, visto che la premier è una delle maggiori interpreti della politica estera di Biden, in particolare verso l’Ucraina. Qualcuno ricorderà che in un tempo non lontano, quasi alla vigilia delle elezioni del ’22, i rapporti tra la Meloni e Bannon erano molto cordiali. Addirittura si parlava dell’abbazia di Trisulti, nel frusinate, come sede di un centro studi “sovranista”. Poi non se ne fece nulla e può darsi che la delusione dell’amico americano nasca da lì. La verità è che la posizione della premier italiana è cambiata in modo radicale. Verrebbe da dire: per fortuna. Oggi il governo italiano è uno dei partner più affidabili per Washington. O meglio, lo sarebbe se non fosse che Salvini ha offerto i suoi servigi a Trump nel solco della vecchia linea nazionalista che negli Stati Uniti si chiama neo-isolazionismo. Così i due maggiori partiti del centro-destra guardano all’America da due punti di vista pressoché opposti.
Giorgia Meloni sembra essersi disfatta del vecchio bagaglio ideologico e in politica estera, se parliamo del rapporto con Washington, ha assunto la linea tradizionale di quasi tutti i governi della Repubblica. Persino con un’enfasi particolare.
Viceversa Salvini è rimasto alle origini del sovranismo. Nella speranza di distinguersi dalla leader di FdI, non si accorge di suscitare sospetti a non finire. Tra l’altro emerge la convergenza con Conte e i 5S. Chi non ricorda come nacque il celebre “Giuseppi”, la deformazione del nome di chi allora era il presidente del Consiglio? Ne era autore, in uno slancio di cordialità, il primo Trump. È molto plausibile che il secondo Trump ritroverebbe “Giuseppi” con soddisfazione. Salvini a destra e Conte a sinistra. La mappa delle relazioni con l’Italia è già scritta. Spetterà a Giorgia Meloni resistere alle manovre seduttrici nei suoi confronti, volte a sanare la “delusione” che il fronte trumpiano ha subito da lei.