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La speranza nei progressisti

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Il mondo va a destra, il mondo si è incattivito, il mondo è invecchiato. Ce lo ripetiamo spesso, ultimamente, nelle nostre serate tristi. Ed è vero, è indubbiamente vero. È vero fintanto che continuiamo a ripetercelo atteggiando le labbra a una smorfia malinconica. È particolarmente vero per l’Italia, un grande Paese economicamente in decrescita da decenni, industrialmente in disarmo, culturalmente in declino, moralmente e psicologicamente depresso (gli italiani di buona volontà lo riconoscono, i rinunciatari lo negano accusando gli altri di calunnia anti-patriottica).

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Poi, però, un bel giorno accade qualcosa. Può essere qualsiasi cosa, perfino una inattesa vittoria elettorale d’interesse regionale può bastare, e rinasce la speranza. Allora la ruota reazionaria smette di girare, la macina del futuro s’incaglia, il mondo cessa per un istante di franare a destra. È soltanto un’illusione? Non necessariamente. A patto che q…

Il mondo va a destra, il mondo si è incattivito, il mondo è invecchiato. Ce lo ripetiamo spesso, ultimamente, nelle nostre serate tristi. Ed è vero, è indubbiamente vero. È vero fintanto che continuiamo a ripetercelo atteggiando le labbra a una smorfia malinconica. È particolarmente vero per l’Italia, un grande Paese economicamente in decrescita da decenni, industrialmente in disarmo, culturalmente in declino, moralmente e psicologicamente depresso (gli italiani di buona volontà lo riconoscono, i rinunciatari lo negano accusando gli altri di calunnia anti-patriottica).

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Poi, però, un bel giorno accade qualcosa. Può essere qualsiasi cosa, perfino una inattesa vittoria elettorale d’interesse regionale può bastare, e rinasce la speranza. Allora la ruota reazionaria smette di girare, la macina del futuro s’incaglia, il mondo cessa per un istante di franare a destra. È soltanto un’illusione? Non necessariamente. A patto che quella speranza venga nutrita. Sì, perché la speranza non è un vago sentire soggettivo. La speranza è la principale risorsa della politica progressista, la sua più potente passione, la sua principale vocazione. Il suo dovere morale.

Il fatto che, in questa vigilia elettorale in Abruzzo, i leader progressisti sperino di ribaltare un pronostico a loro sfavorevole, e che ripongano la loro fiducia nel ritorno alle urne degli astenuti, elettori delusi, indecisi, scoraggiati, non indica meramente una loro condizione psicologica, indica invece un elemento specificamente politico: la forza della speranza progressista si è rimessa in moto.

Probabilmente le categorie novecentesche di destra e sinistra sono oggi superate ma non lo è la antitesi tra progressisti e reazionari. E se, tornando all’essenziale, dovessimo individuare la differenza fondamentale tra di essi, essa sarebbe proprio questa: i reazionari fanno una politica della paura, i progressisti una politica della speranza. I reazionari (oggi rappresentati dalle destre sovraniste) conquistano consensi alimentando la paura (a sua volta una potentissima passione politica), dipingendo il futuro come un brutto posto, esasperando le minacce di un mondo grande e terribile, farneticando di ritorni a un passato mitizzato (la Russia imperiale di Putin, l’America “great again” di Trump, le nostalgie fascistoidi nostrane); prima inoculano nell’elettore il tremore della preda (“li vedi, li senti, stanno arrivando, ti porteranno via tutto, noi alzeremo muri per impedirlo”) e poi aizzandolo a divenire predatore (“non devi limitarti ad averne paura, devi odiarli, devi aggredirli”). Non c’è in questa politica nessuna attesa fiduciosa dell’avvenire, è una politica senza promessa.

L’ultimo congresso del Partito Popolare Europeo ha, purtroppo, evidenziato che i conservatori tenderanno sempre più a inseguire le destre reazionarie sul loro terreno, e in particolare lo faranno sui temi epocali delle migrazioni e della crisi climatica. L’immigrazione — promessa e minaccia al tempo stesso — viene presentata esclusivamente nella sua faccia minacciosa. L’emergenza ecologica viene minimizzata e subordinata alla tutela di interessi economici precostituiti. Il negazionismo climatico (un autentico crimine politico), infatti, non smentisce ma conferma la antitesi paura-speranza: i negazionisti non dicono “non abbiate paura, non c’è vero pericolo”, dicono “non c’è niente da fare, non è possibile deviare collettivamente il corso della modernità, non guardate al futuro, vivacchiate individualmente nel presente e, se vi conforta, ripiegate su un passato immaginario”. Questo cinismo disgraziato è l’esatta antitesi della speranza progressista.

Da due secoli a questa parte il progressista rinnova, invece, la sua promessa: la vita dei tuoi figli sarà migliore della tua, e quella dei tuoi nipoti migliore della vita dei tuoi figli; se tutti insieme ci solleveremo all’altezza delle nostre speranze, il futuro riscatterà le ingiustizie, le sofferenze, le delusioni del presente. Una promessa, non a caso, rivolta innanzitutto agli ultimi, in senso sociale e generazionale, ai deboli, agli sfruttati, ai poveri, agli esclusi, alle donne, ai giovani. A tutti coloro i quali avevano, e hanno, ottime ragioni per invocare il futuro, ripudiare il passato e opporre un no ai giorni del presente. La crisi epocale delle sinistre novecentesche è tutta qui. Il problema non è che la promessa non sia stata mantenuta. Il problema è che non è stata rinnovata.

Fare una politica della speranza non è affatto facile. Al contrario, è difficilissimo. Suscitare euforia, energia rinnovatrice, fiducioso slancio verso l’avvenire è molto più difficile che soffiare sulle passioni tristi della paura, del rancore, del senso di abbandono. La paura si prepara al peggio, la speranza si affida al meglio. Il linguaggio ce lo ricorda, ogni giorno: “Speriamo bene”. Quante volte lo abbiamo ripetuto, magari senza troppa convinzione? Ma dobbiamo continuare a farlo perché il verbo sperare si coniuga obbligatoriamente con il bene.

E, allora, coraggio, donne e uomini che vi candidate a risollevare dalla polvere la bandiera progressista. Dateci una concreta, non effimera speranza per il mondo a venire. E vi seguiremo.

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