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Le vane lezioni del lockdown

Quattro anni fa la chiusura
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Quattro anni. Sembra un secolo? Sembra l’altro ieri? Dipende. Dipende da quello che vi è personalmente successo, come sempre: quello che è successo proprio a voi, che degli altri ci occupiamo tutti pochissimo. Se allora avete perso qualcuno che ancora vi manca, se avete rischiato di morire, se avete capito di voi meglio qualcosa, della famiglia dei figli, nel silenzio. Se c’è stato un lutto, molti, una frattura con la vita di prima o se no, invece. E allora niente, allora eccoci qua. Quattro anni esatti da quel giorno in cui ci hanno detto tutti dentro, tutti a casa, da ora: lockdown. È un anniversario anche questo, non lo vedo celebrato ma lo è. Eppure sarebbe un’ottima occasione per misurarci per quello che veramente siamo. Mettere a confronto le intenzioni con gli esiti, le conseguenze delle cose, è un piccolo laboratorio del comportamento umano, quattro anni sono niente e sono tutto, ci corre dentro la capacità di migliorarsi, di comprendere, di imparare, di cambiare. Siamo cambia…

Quattro anni. Sembra un secolo? Sembra l’altro ieri? Dipende. Dipende da quello che vi è personalmente successo, come sempre: quello che è successo proprio a voi, che degli altri ci occupiamo tutti pochissimo. Se allora avete perso qualcuno che ancora vi manca, se avete rischiato di morire, se avete capito di voi meglio qualcosa, della famiglia dei figli, nel silenzio. Se c’è stato un lutto, molti, una frattura con la vita di prima o se no, invece. E allora niente, allora eccoci qua. Quattro anni esatti da quel giorno in cui ci hanno detto tutti dentro, tutti a casa, da ora: lockdown. È un anniversario anche questo, non lo vedo celebrato ma lo è. Eppure sarebbe un’ottima occasione per misurarci per quello che veramente siamo. Mettere a confronto le intenzioni con gli esiti, le conseguenze delle cose, è un piccolo laboratorio del comportamento umano, quattro anni sono niente e sono tutto, ci corre dentro la capacità di migliorarsi, di comprendere, di imparare, di cambiare. Siamo cambiati in meglio, da quando abbiamo almeno per un momento valutato l’ipotesi di estinguerci come umana specie? Ha generato un’epifania, il terrore? Non mi pare. Siamo diventati più generosi, più tolleranti, più ragionevoli, più saggi? Ci siamo resi conto e siamo dunque cambiati? Direi assolutamente di no. Sento dire, in questi giorni di orrori di morte di violenze e di egoismi, di vanità e di guerre spaventose: ci vorrebbe un’altra pandemia. Lo sento dire in giro e sì forse sì, forse hanno ragione. Un memo, per lo meno. Ma ve lo ricordate? Vi ricordate quando non si poteva uscire se non per andare a buttare l’immondizia a cento metri da casa, di quando morivano i genitori e i nonni e non si potevano neppure salutare, seppellire, e si diceva è disumano così, è intollerabile non poter piangere i morti, le carovane delle ambulanze, i cimiteri al collasso, le cremazioni impossibili, le bare accatastate per settimane e mesi? Quando facevamo disegnare ai bambini gli striscioni “andrà tutto bene”, tutte le case tutti i balconi, gli arcobaleni, la gente che cantava alla finestra, inizia tu finisco io, l’inno nazionale addirittura, che commozione, in coro tra vicini che mai, mai prima si erano parlati né guardati e ora ecco che porto io la spesa alla signora del quinto piano, cosa vi serve, i cartelli ai citofoni, quanta struggente solidarietà, se avete bisogno di generi di prima necessità chiedete pure, ve li portiamo noi che abbiamo forze? E le dirette Instagram delle celebrità che generosamente ci intrattenevano con dirette e concerti da casa e letture di poesie, gli attori con le occhiaie struccati spettinati, così diversi, il Presidente che non è andato nemmeno lui dal barbiere, nemmeno io Giovanni, e gli articoli di giornale, tutto questo ci farà diventare migliori?, e i brindisi in zoom, i compleanni celebrati da remoto, il ferramenta solo quello aperto e quindi tutti a dipingere inferriate, costruire strane cose di legno, tutti di nuovo falegnami pittori e giardinieri che non eravamo mai stati, insegnanti di sostegno dei figli soli e smarriti in cameretta, tutti a leggere classici, a scrivere diari, a dirci ce la faremo, ce la faremo. No perché è importante, ricordarselo. Perché non è cambiato niente. In quattro anni da allora, tutto è solo peggiorato. Guerre mondiali orrende, carneficine. Da Milano si vedeva Bergamo o viceversa, ora non ricordo chi lo disse o se sia possibile ma ci sembrò, ci credevamo. Non uscendo, non viaggiando la qualità dell’aria migliorò enormemente, mentre nel mondo quattro miliardi di persone stavano chiuse in casa, la metà della popolazione mondiale, a milioni avevano in Covid a due mesi da ora, a maggio di allora, e mezzo milione erano i morti. Si vedevano le montagne, dalla costa le isole. Oggi Milano è tra le città più inquinate al mondo. La terza? La sesta? Che importanza ha. Le classifiche, che fissazione. Meglio tenere i bimbi in casa, comunque. Ma le fabbriche hanno ricominciato a pompare polveri e fumi, bene dunque, vuol dire che il lavoro riprende, le auto tornano a circolare libere tutte, siete contenti? L’aria è un veleno? Eh vabbè. Ho ripreso in mano un libro bellissimo di Edgar Morin, l’altro giorno. “Cambiamo strada”, s’intitolava. “Le 15 lezioni del coronavirus”, 2020. Morin, supremo pensatore del nostro tempo, ha 103 anni. Io solo dei centenari mi fido, ormai: quando parlano dicono sempre il vero, non hanno niente da perdere. Morin è nato morto nel secolo scorso, 8 luglio del 1921. Lo scossero un quarto d’ora per i piedi e ricominciò a respirare. Ancora adesso, racconta nel libro, ha ogni tanto crisi fantasmatiche di asfissia. È bello, quel libro. È semplice. Ha una “lezione” per ogni cosa: l’esistenza, la condizione umana, il rapporto con la morte, la civiltà, la solidarietà e il suo risveglio, l’eguaglianza sociale, la medicina e la scienza. Il digitale, l’ecologia, l’economia. L’azione politica e il pensiero, l’Europa, il pianeta, l’umanità. Lo recensimmo con gioia. Sì, saggio Morin, grazie, sì. È proprio questa la direzione in cui dobbiamo andare, ora abbiamo capito, ora abbiamo saputo. Non saremo più sordidi, falsi, ipocriti, interessati, bugiardi, così egoisti. L’umana specie è fragile, abbiamo visto e imparato, basta niente: un piccolo microrganismo in un villaggio della Cina, per volontà o per caso cosa importa, guarda i risultati, altro che asteroide. L’umanità si estingue. Quattro anni, son passati: niente. Nemmeno il tempo di finire le elementari, se sei un bimbo. Nemmeno il tempo di consumare un amore. E invece guarda. Come siamo scarsi. Come siamo sciocchi e avidi, incapaci di evolvere. Ci vorrebbe un’altra pandemia? Ma no, certo che no, per carità. Però in certi momenti, all’ora del tg, davanti a tanta ferocia, davanti a tanta stupidità, a tanto blablabla inutile e vanesio pensi mah. Chi lo sa. Non vi ricordate niente, dunque? Tutto finito, inesistito, svanito? Che memoria breve, abbiamo tutti. Quattro anni. Hai voglia a ricordare la memoria dei secoli, il pericoloso ritorno della Storia e delle storie, se abbiamo già dimenticato il nostro ieri.

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