✕

Populisti gialloverdi sconfitti

Marco Marsilio festeggia la rielezione a governatore dell'Abruzzo 

Ascolta l'audio

In un confronto puro tra coalizioni al completo da una parte e dall’altra, a pagare il prezzo più alto sono le rispettive ali estreme
3 minuti di lettura

Quando, cinque anni fa, l’Abruzzo elesse per la prima volta Marco Marsilio, era in carica il governo Conte uno, stagione gialloverde, Movimento 5 Stelle più Lega. I due partiti di maggioranza si presentarono allora l’uno contro l’altro, quello di Matteo Salvini nella classica alleanza di centrodestra e i grillini da soli. Le liste presero rispettivamente il 27,53 per cento e il 19,74: insieme sfioravano la maggioranza assoluta dei voti in Regione. Un lustro dopo, la Lega è scesa al 7,6 e il M5S al 7. In termini assoluti i gialloverdi sommavano nel 2019 circa 285 mila voti. A parità di affluenza, nelle urne abruzzesi di domenica ne hanno persi per strada 200 mila. I consensi leghisti si sono distribuiti sugli altri due partiti della coalizione di governo, quelli grillini si sono spostati in piccola parte sul Pd e in parte maggiore sull’astensione, ma con tutta evidenza una quota è finita anche sulle liste di Marsilio e la cosa non può stupire considerando la trasversalità dell’elettora…

Quando, cinque anni fa, l’Abruzzo elesse per la prima volta Marco Marsilio, era in carica il governo Conte uno, stagione gialloverde, Movimento 5 Stelle più Lega. I due partiti di maggioranza si presentarono allora l’uno contro l’altro, quello di Matteo Salvini nella classica alleanza di centrodestra e i grillini da soli. Le liste presero rispettivamente il 27,53 per cento e il 19,74: insieme sfioravano la maggioranza assoluta dei voti in Regione. Un lustro dopo, la Lega è scesa al 7,6 e il M5S al 7. In termini assoluti i gialloverdi sommavano nel 2019 circa 285 mila voti. A parità di affluenza, nelle urne abruzzesi di domenica ne hanno persi per strada 200 mila. I consensi leghisti si sono distribuiti sugli altri due partiti della coalizione di governo, quelli grillini si sono spostati in piccola parte sul Pd e in parte maggiore sull’astensione, ma con tutta evidenza una quota è finita anche sulle liste di Marsilio e la cosa non può stupire considerando la trasversalità dell’elettorato M5S soprattutto nelle regioni meridionali. Resta il dato politico non trascurabile: in un confronto puro tra coalizioni al completo da una parte e dall’altra, a pagare il prezzo più alto sono le rispettive ali estreme, accomunate ieri dal governo gialloverde e ancora oggi da molte posizioni, a cominciare dalla sintonia Salvini-Conte sullo stop agli aiuti militari all’Ucraina.

Nel caso della Lega c’è un’obiezione naturale: se i voti leghisti sono andati a Fratelli d’Italia, si può davvero dire che a indebolirsi a destra è l’estrema? Domanda legittima, anche se ci sono almeno una mezza dozzina di temi, appunto dall’Ucraina alla Ue, che suggeriscono una risposta oggettiva: la responsabilità di esprimere la presidente del Consiglio ha spinto FdI su posizioni più temperate, sebbene non sempre e con persistenti richiami della foresta — vedi manganelli di Pisa e assurda polemica con Sergio Mattarella — mentre la Lega ha cercato di recuperare terreno esasperando il carattere di partito anti-sistema, ultra-populista, alleato in Europa delle forze politiche più brune. Ogni mossa di Salvini, dall’inizio della legislatura, è stata pensata per lanciare un messaggio agli elettori: io sono più a destra, più contro, più irriducibile di Meloni. Il leader leghista ha scelto il ruolo di opposizione interna alla maggioranza e gli elettori di centrodestra sardi e abruzzesi non lo hanno seguito, preferendo una scelta di stabilità a una frondista. Se è un nuovo e solido orientamento dell’elettorato italiano, non passeggero o dovuto a episodi locali, lo diranno i prossimi passaggi, in primo luogo le Europee, dove ciascun partito corre per sé. Quello sarà il giudizio più compiuto e pertinente, però la tendenza appare chiara, e a certificarla sono i lusinghieri risultati del partito più moderato della coalizione di governo, Forza Italia, che pareva destinato a una rapida consunzione senza il suo fondatore Silvio Berlusconi e che invece sia in Sardegna che in Abruzzo ha fatto un balzo rispetto alle Politiche, crescendo sia in percentuale che in voti assoluti nonostante la concorrenza delle liste civiche. Il riequilibrio interno alla destra per la prima volta dopo molti anni tende a frenare la deriva sovranista e alimenta lo scenario di un possibile sorpasso postumo del berlusconismo sulla Lega alle Europee.

Anche l’emorragia di consensi del M5S racconta qualcosa di interessante. La sconfitta abruzzese non è il capolinea del cosiddetto campo largo. Tuttavia riaffaccia più di un dubbio sulla possibilità di sommare i voti tra M5S e Pd e, più in generale, sulla compatibilità tra i grillini e la collocazione stabile in una alleanza di centrosinistra. Privato della spinta di esprimere il candidato alla presidenza, come in Sardegna con Todde, l’elettorato grillino ha fatto fatica a compattarsi su una scelta di campo chiara: una parte degli elettori del M5S resta affezionata all’idea di un Movimento fuori e contro, quello gialloverde dell’impeachment a Mattarella e dei sogni di uscita dall’euro, dei Gilet gialli e delle sciocchezze contro il “partito di Bibbiano”. Sarebbe ingenuo pensare che non conti anche questa consapevolezza nell’ostinazione con la quale, a domanda, Giuseppe Conte rifiuta di esprimere preferenze tra Macron e Le Pen ovvero tra Biden e Trump. Il bivio davanti agli occhi di Conte è chiaro: si tratterà di capire se la penalizzazione patita in Abruzzo dalla lista grillina favorirà le spinte verso un ritorno alle origini oppure non bloccherà quella costituzionalizzazione del M5S che pareva a un passo ai tempi del Conte due e della stagione giallorossa di governo, quando Conte, proprio come Meloni, era meno sensibile alle pose barricadere e più attento alle mediazioni necessarie per chi ha la responsabilità di guidare un Paese. Bivio che somiglia molto a quello aperto davanti alla Lega, con la differenza che qui è ormai chiaramente in discussione anche la leadership di Salvini. Cresce nel Carroccio l’opposizione al partito identitario e di ultradestra che Salvini ha scelto di modellarsi intorno per mettersi alle spalle la fase federalista e nordista. Non che la Lega bossiana fosse definibile un partito moderato, ma è chiaro che dagli insediamenti storici sale la domanda di una svolta, più centrata sulle esigenze del lavoro e dell’impresa e meno sulle fisime da partitino confessionale. Se gli stenti di Lega e M5S preannunciano un Paese un po’ meno sensibile alle sirene del populismo più vieto, è una buona notizia per tutti.

Leggi i commenti