La lezione dell’Abruzzo
di Francesco BeiSe la vittoria di Marco Marsilio appare netta, al centrosinistra sarà comunque utile tenere a mente la lezione che viene dall’Abruzzo. Fino a un mese fa la contea da cui i Fratelli d’Italia erano partiti per la loro conquista della Terra di mezzo, era data per persa senza appello. La regione, governata da un fedelissimo della premier, non era ritenuta contendibile. La stessa Giorgia Meloni alle Politiche aveva scelto di essere deputata abruzzese, confidando nel risultato. Le ultime elezioni regionali, quelle del 2019, del resto erano state una partita senza storia: lo scarto tra il centrodestra vincente (49.2%) e il centrosinistra (30.6%) arrivava a quasi venti punti. È importante partire da questa premessa per comprendere l’importanza del voto di ieri., che ha dimezzato la distanza tra le due coalizioni nonostante la bassa affluenza. Perché, pur incassando una sconfitta, il campo progressista ha comunque conseguito un risultato per il futuro. Dopo il colpaccio della Sardegna, il prot…
Se la vittoria di Marco Marsilio appare netta, al centrosinistra sarà comunque utile tenere a mente la lezione che viene dall’Abruzzo. Fino a un mese fa la contea da cui i Fratelli d’Italia erano partiti per la loro conquista della Terra di mezzo, era data per persa senza appello. La regione, governata da un fedelissimo della premier, non era ritenuta contendibile. La stessa Giorgia Meloni alle Politiche aveva scelto di essere deputata abruzzese, confidando nel risultato. Le ultime elezioni regionali, quelle del 2019, del resto erano state una partita senza storia: lo scarto tra il centrodestra vincente (49.2%) e il centrosinistra (30.6%) arrivava a quasi venti punti. È importante partire da questa premessa per comprendere l’importanza del voto di ieri., che ha dimezzato la distanza tra le due coalizioni nonostante la bassa affluenza. Perché, pur incassando una sconfitta, il campo progressista ha comunque conseguito un risultato per il futuro. Dopo il colpaccio della Sardegna, il protagonismo politico di Luciano D’Amico restituisce infatti coraggio a quanti si oppongono al governo sovranista. Come scriveva su queste colonne ieri Antonio Scurati, è un segnale di “speranza”, parola importante e seminale per chi si definisce progressista.
Anche se il conteggio alla fine è risultato negativo, complice la mobilitazione straordinaria di tutti i ministri del governo, la cosa più importante è che il centrosinistra ha saputo individuare un metodo. E, se la parola non fosse troppo usurata, potremmo persino spingerci a chiamarlo Laboratorio Abruzzo. Anzi, Laboratorio Genziana. Come quella lista “Genziana”, architettata nel lontanissimo 1990 alle comunali dell’Aquila, che mise insieme ex Dc ed ex comunisti sotto la regia politica del “mulo abruzzese” Marco Pannella. Stavolta il pivot dell’operazione è stato l’ex rettore D’Amico, una figura che in sé sembra racchiudere le caratteristiche di una leadership di segno opposto a quella di Meloni: inclusiva e non divisiva, gentile, incapace di aggressioni agli avversari. Una leadership più “femminile” di quella della prima premier donna d’Italia. Forse ha colto nel segno Luciano D’Alfonso, il deus ex machina del centrosinistra abruzzese, ad aver definito D’Amico “il nuovo Prodi”. Nel senso di un leader che proviene dalla società civile, ma non anti-politico, che ridà valore alla cultura, capace di far sentire a casa persone provenienti da mondi distanti tra loro. Un leader — non un influencer della politica — che dava l’impressione di essere in grado non solo di vincere, ma anche di governare.
Il centrosinistra si presentava al gran completo all’appuntamento. Da Renzi a Fratoianni, appunto. Una coalizione che a livello nazionale non esiste e che, probabilmente, ha reso sospettosi e diffidenti gli elettori. È difficile che il modello sia replicabile su scala nazionale, ma certo ai leader e leaderini del rissoso campo progressista converrebbe ascoltare il messaggio che l’elettorato del Gran Sasso e dell’Adriatico ha inviato domenica. In fondo è lo stesso messaggio mandato due settimane fa dai sardi: basta liti e personalismi, lavorate insieme su alcuni punti qualificanti di programma e trovate un leader credibile che non faccia ombra a nessuno. Sembrava impossibile, ma Todde e D’Amico (che, pur sconfitto, ha saputo suscitare entusiasmo e mobilitazione) sono lì a dimostrare che il popolo del centrosinistra esiste e può essere persino maggioritario. Che non è vero che il mondo, per citare ancora Scurati, stia inesorabilmente “franando a destra”. Ed è curioso e degno di riflessione che una lezione del genere venga da due territori — la Sardegna e l’Abruzzo — sempre confinati nella marginalità politica.