«Una nazione seria deve ricordarsi che non è lo Stato che produce ricchezza, ma le aziende con i loro lavoratori: quello che compete allo Stato è mettere le persone in condizione di lavorare al meglio, per poi poter avere una parte della ricchezza prodotta e redistribuirla». Così la presidente del Consiglio in occasione della firma dell’Accordo per lo sviluppo e la coesione tra governo e Provincia autonoma di Trento. È la versione settentrionale delle tasse equiparate al «pizzo di Stato», come Giorgia Meloni le definì in Sicilia nel maggio scorso.
Se esaminate a lume di logica sembrano parole di confortante banalità: non lo Stato produce ricchezza ma le imprese. Sostanzialmente è così, solo arzigogolando si potrebbe dire che non è del tutto vero dal momento che lo Stato non produce direttamente ricchezza (a parte le aziende di Stato), può però favorirne la produzione.
Per esempio, con infrastrutture efficienti, un buon sistema di welfare o un’adeguata assistenza alle giovani madri …
«Una nazione seria deve ricordarsi che non è lo Stato che produce ricchezza, ma le aziende con i loro lavoratori: quello che compete allo Stato è mettere le persone in condizione di lavorare al meglio, per poi poter avere una parte della ricchezza prodotta e redistribuirla». Così la presidente del Consiglio in occasione della firma dell’Accordo per lo sviluppo e la coesione tra governo e Provincia autonoma di Trento. È la versione settentrionale delle tasse equiparate al «pizzo di Stato», come Giorgia Meloni le definì in Sicilia nel maggio scorso.
Se esaminate a lume di logica sembrano parole di confortante banalità: non lo Stato produce ricchezza ma le imprese. Sostanzialmente è così, solo arzigogolando si potrebbe dire che non è del tutto vero dal momento che lo Stato non produce direttamente ricchezza (a parte le aziende di Stato), può però favorirne la produzione.
Per esempio, con infrastrutture efficienti, un buon sistema di welfare o un’adeguata assistenza alle giovani madri che lavorano, tutti istituti che sono appunto di competenza statale. Lasciamo però stare i collaterali, tiriamo giù dritti, diciamo che chiunque può dirsi d’accordo con l’affermazione che sono le imprese e non lo Stato a produrre ricchezza.
Qual è il compito dello Stato? «Far lavorare al meglio le persone». Poche parole che però contengono un tale numero di significati impliciti e di tali dimensioni da eccedere quasi la portata di un commento giornalistico. Si potrebbe dire che l’intera dottrina socio sindacale nella seconda metà del Novecento aveva esattamente questo obiettivo: far lavorare le persone al meglio.
Obiettivo in parte raggiunto, la costruzione dello Stato sociale (Welfare State) è stata la migliore caratteristica dell’Europa, Italia compresa, dal 1950 a fine secolo. Un bellissimo saggio di Tony Judt, Guasto è il mondo, illustra questo percorso per chi volesse maggiori ragguagli. Scopo finale dell’intera procedura fin qui descritta? Prelevare una parte della ricchezza prodotta e redistribuirla. Entrano finalmente in ballo le famose tasse.
Tutto bene, dunque? Non esattamente, perché nella breve e allusiva divagazione della presidente manca un soggetto, per l’appunto le imprese. Si potrebbe dire che rivolgendosi ai commercianti siciliani Meloni aveva echeggiato il gergo della mafia dicendo «pizzo di Stato», parlando invece nell’industriosa provincia trentina ha parodiato il linguaggio imprenditoriale. Unicuique suum, a ognuno ha dato il suo.
In entrambi i casi però il sottotesto è lampante: il governo che qui rappresentiamo è e resterà amico, noi sulle tasse chiuderemo un occhio, non saremo intrusivi, a chi si trova in temporanea difficoltà saranno concesse fino a 120 rate, cioè dieci anni, per mettersi in regola. Le cartelle notificate dal 1° gennaio 2025 saranno cancellate se non riscosse entro cinque anni. Più che un condono una pietra tombale, dato il carico di lavoro arretrato che grava sugli uffici erariali.
Dalle solatie coste della Sicilia alle Alpi innevate, la premier ha detto in sostanza: non vi preoccupate, chiuderemo un occhio, saremo vostri amici. Come la metteremo con il Patto di Stabilità, resta comunque un’incognita.
A quale cultura può essersi ispirata per fare una promessa così costosa (per lo Stato)? Non a quella neofascista. Lo Stato di Mussolini aveva bisogno di denaro sia per riarmare il Paese sia per promuovere la fecondità. Nuove braccia che impugnassero il piccone, la vanga, all’occorrenza il moschetto. La tassa sul celibato venne introdotta il 13 febbraio 1927; colpiva gli uomini non sposati tra 25 e i 65 anni con lo scopo di incentivare i matrimoni e far crescere la natalità.
Non parlo qui di possibili privilegi, esenzioni, corruzione, accenno solo agli astratti principi; in base a questi, il fascismo puntava ad essere uno Stato sociale come poi esplicitamente dichiarò, fin dalla denominazione, nell’ultima feroce fase della sua esistenza repubblicana.
La mia ipotesi, scartato il fascismo, è che la presidente del Consiglio si sia ispirata a Silvio Berlusconi, abbia cioè imparato da lui che parlare male del fisco, denunciare uno Stato che «mette le mani in tasca ai cittadini», dal punto di vista elettorale è una rendita sicura. Soprattutto in un Paese che, per ragioni storiche lungamente dibattute e a tutti note, non possiede né una salda coesione identitaria né una robusta e diffusa moralità civica.
Saremo vostri amici, dice in sostanza, Giorgia Meloni a commercianti e imprenditori. Del resto lo ha già dimostrato (a parte il recente decreto) con un episodio non sufficientemente illustrato. L’Agenzia delle Entrate ha annunciato d’aver recuperato al pubblico tesoro una cifra superiore a 20 miliardi. Briciole, se vogliamo, nella voragine dell’evasione, però briciole benedette, che possono essere un segnale, indicare cioè una direzione.
A Palazzo Chigi si sarebbe dovuto far festa, luci, champagne, per molto meno sono stati diffusi annunci roboanti. In questo caso invece s’è detto poco e con ritardo, toni sommessi, laconicità. C’è anche qui un sottinteso: nessuno pensi che vogliamo costringere gli evasori a pagare tutto e subito, tanto meno con metodi polizieschi, men che mai applicando sanzioni.
Sorge, in chiusura, la vera domanda: che cosa vuol dire “Stato amico”? È lo Stato che strizza l’occhio? Che sussurra di non preoccuparsi? Che fa capire che alla fine sarai perdonato quale che sia l’omissione di cui sei autore?
C’è un’altra visione dell’amicizia tra cittadini e Stato. È il rapporto dove lo Stato esige il rispetto dell’articolo 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Perché io, Stato, ti restituirò i soldi che ti prendo con una sanità migliore, scuole più efficienti, insegnanti meglio pagati, medici che non devono fuggire all’estero, laboratori di ricerca che assicurino il progresso, migliorino la convivenza, tutte cose che, in definitiva, ti facciano vivere in un Paese migliore. Più amici di così.