Riforme, perché quel referendum è tossico
di Beppe TognonGiorgia Meloni ha annunciato che sulla sua proposta di rafforzare i poteri del presidente del Consiglio andrà al referendum previsto dalla Costituzione. Dà per scontato che in Parlamento non avrà i due terzi dei voti, in realtà più per gli sgambetti di altre forze della sua maggioranza che per la forza argomentativa delle opposizioni, silenti.
Ancora una volta il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione verrà usato fuori dalla logica dei Padri Costituenti: dare alle opposizioni, anche minoranze, la possibilità, se attive, di bloccare riforme che non abbiano avuto la benedizione ampia dei due rami del Parlamento.
Da strumento di garanzia per le opposizioni si è trasformato in un referendum plebiscitario per chiamare i cittadini a ratificare l’operato di chi governa.
E se i cittadini hanno già “punito” coloro che, ad esempio Renzi, dopo aver promosso e ottenuto sostanziali cambiamenti costituzionali in Parlamento, hanno chiamato il referendum per avere un’ulter…
Giorgia Meloni ha annunciato che sulla sua proposta di rafforzare i poteri del presidente del Consiglio andrà al referendum previsto dalla Costituzione. Dà per scontato che in Parlamento non avrà i due terzi dei voti, in realtà più per gli sgambetti di altre forze della sua maggioranza che per la forza argomentativa delle opposizioni, silenti.
Ancora una volta il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione verrà usato fuori dalla logica dei Padri Costituenti: dare alle opposizioni, anche minoranze, la possibilità, se attive, di bloccare riforme che non abbiano avuto la benedizione ampia dei due rami del Parlamento.
Da strumento di garanzia per le opposizioni si è trasformato in un referendum plebiscitario per chiamare i cittadini a ratificare l’operato di chi governa.
E se i cittadini hanno già “punito” coloro che, ad esempio Renzi, dopo aver promosso e ottenuto sostanziali cambiamenti costituzionali in Parlamento, hanno chiamato il referendum per avere un’ulteriore investitura politica di massa, non è detto che su singole modifiche di grande impatto mediatico non si possa costruire un’operazione politica vincente sfruttando il fatto che il referendum non avrebbe quorum.
I partiti minori della coalizione potrebbero non sostenere il premierato di Fratelli d’Italia, ma il presidente del Consiglio potrebbe accorpare la battaglia referendaria con le elezioni politiche generali.
Renzi traeva spunto da quanto previsto dal suo predecessore Enrico Letta il quale, a capo di una larga maggioranza, aveva accolto il monito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che nel 2013 accettò la rielezione a condizione che si arrivasse ad una condivisa riforma della Costituzione.
Il disegno di Letta, all’articolo 5, prevedeva che “la legge o le leggi costituzionali approvate sono sottoposte […] a referendum popolare anche qualora siano state approvate nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti e sono promulgate se al referendum siano state approvate dalla maggioranza dei voti validi”.
In realtà Letta non aveva fatto altro che riprendere quanto previsto dalla Commissione bicamerale De Mita-Iotti del 1993 e poi dalla Commissione D’Alema del 1997.
La conclusione è che il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione come strumento di garanzia si è trasformato in qualche cosa di tossico perché sottopone la Costituzione all’azzardo del momento politico.
Se Meloni è stata chiara, non si capisce quale sia la direzione di marcia scelta dalle opposizioni del centro sinistra. Chi sarà alla guida del No in quel referendum? Intanto però Rosy Bindi, Landini e altri esponenti della cosiddetta società civile annunciano con largo anticipo la mobilitazione contro la destra.
Si intravvede inoltre da entrambe le parti la pericolosa tentazione di coinvolgere, sia pure indirettamente, come un ologramma, la figura di Sergio Mattarella, magari per mettere a confronto l’immagine di un presidente della Repubblica geloso custode della Costituzione con quella di una presidente del Consiglio che vorrebbe più poteri, magari per “servire” meglio la Nazione. Se questo schema comunicativo passasse sarebbe grave.
Giorgia Meloni un risultato lo sta già ottenendo: far credere che ad opporsi ad un premier eletto direttamente dal popolo sia la “solita” Sinistra. Vede rosso anche dove rosso non c’è e si sa che il rosso chiama il nero.
Per porre fine a un bipolarismo che fa temere il peggio non servono referendum tossici, ma una nuova Costituente eletta dai cittadini e che veda la partecipazione delle nuove generazioni. Per rivedere anche altri pochi punti, da definirsi nella legge di revisione che la istituisce.
Ci ricordiamo, ad esempio, dell’articolo 49 sulla democrazia nei partiti? L’obiezione che una nuova Assemblea costituente travolgerebbe la nostra Costituzione non è valida, perché il rapporto tra “potere costituente” e “potere costituito” non è definito una volta per tutte e non può dipendere solo da guerre o tragedie.
De Gasperi preparò la fine dei governi di unità nazionale nella primavera del 1947 quando l’Assemblea costituente — presieduta dal comunista Terracini — ancora lavorava e ciò non intaccò lo spirito costituente, che è quello che dobbiamo ricostruire con pazienza. Coinvolgere i cittadini per distinguere il piano delle regole da quello della lotta politica è la base di una democrazia che voglia essere di esempio in Europa.