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Chi vince tra Giorgia Meloni e Chiara Ferragni

Giorgia Meloni e Chiara Ferragni (ansa)

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Anche la premier fa campagna acquisti, di voti e di consensi. E la fa con gli stessi mezzi dell’antagonista che si è scelta. Però è una veterana, mica una neofita
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Come possano Giorgia Meloni e Chiara Ferragni stare nella stessa frase, mi domanda un compagno di liceo che è andato a vivere agli antipodi quarant’anni fa, fa l’imprenditore e a differenza mia è diventato miliardario e no, questo non è un espediente retorico. Fra i privilegi che mi concede l’età e un tempo regalato della vita c’è quello di dire solo quel che è vero, niente da perdere, da dimostrare né per carità dissimulare, ormai, quindi ecco.

Lui domanda, per mail, ha letto un articolo di un giornale francese, io pure me lo chiedo dunque provo a rispondere. Per punti, così faccio semplicità e chiarezza anche nel mio/nostro allucinogeno luna park quotidiano di bombe carta che scoppiano e distraggono.

Vediamo. Sì certo è vero, Giorgia Meloni presidente del Consiglio di questo Paese democraticamente eletta ha scelto Chiara Ferragni come sua contendente, in un certo celebre discorso pubblico. Come se fosse la sua vera antagonista, come se fosse l’eroina della sinistra — una inf…

Come possano Giorgia Meloni e Chiara Ferragni stare nella stessa frase, mi domanda un compagno di liceo che è andato a vivere agli antipodi quarant’anni fa, fa l’imprenditore e a differenza mia è diventato miliardario e no, questo non è un espediente retorico. Fra i privilegi che mi concede l’età e un tempo regalato della vita c’è quello di dire solo quel che è vero, niente da perdere, da dimostrare né per carità dissimulare, ormai, quindi ecco.

Lui domanda, per mail, ha letto un articolo di un giornale francese, io pure me lo chiedo dunque provo a rispondere. Per punti, così faccio semplicità e chiarezza anche nel mio/nostro allucinogeno luna park quotidiano di bombe carta che scoppiano e distraggono.

Vediamo. Sì certo è vero, Giorgia Meloni presidente del Consiglio di questo Paese democraticamente eletta ha scelto Chiara Ferragni come sua contendente, in un certo celebre discorso pubblico. Come se fosse la sua vera antagonista, come se fosse l’eroina della sinistra — una influencer superfamosa, ehi guys, è lei che Meloni ha scelto.

Non la leader dell’opposizione politica che pure esiste, si chiama Elly Schlein, è la segretaria del Partito democratico ma non è abbastanza pop, è nata da stirpe di intellettuali altoborghesi, troppo complessa e pensosa, ai suoi occhi. Scegli l’avversaria che giudichi alla tua altezza per darti un’altezza, dunque Chiara Ferragni. Meloni dalla Garbatella alla Casa Bianca, Ferragni da Cremona alla conquista del globo.

È costei di sinistra? Mah, non saprei, forse come segreta indole, chi lo sa. Essere femminista — “Pensati libera”, certo, ma quanto costano la stola e la maglietta originali? Giova al femminismo, il capo di alta sartoria con lo slogan? È funzionale all’evoluzione del desolante medievale stato patriarcale delle cose o avvantaggia piuttosto il suo marketing, lei medesima e il suo cachet, le case di moda celeberrime che la invitano alle sfilate e la pagano per essere lì a far da testimonial dei loro interessi.

Sono Ong, sono Madre Teresa di Calcutta, le multinazionali della moda? E le giornaliste e le intellettuali femministe intersezionali che la acclamano come genio dell’imprenditoria, non hanno un dubbio su cosa conviene a chi? È beneficenza? Tema delicatissimo, il grande inciampo, ci torniamo. È invece, piuttosto, un credito reputazionale? È rivoluzione o conservazione del sistema capitalista di mercato?

Però certo, d’altra parte: induce le ragazzine a pensieri che non avrebbero altrimenti avuto, di questi miseri tempi: sii te stessa, non farti condizionare dal patriarcato, sentiti eroina della tua stessa storia dunque bene, bravissima. Fa proselitismo. Intanto i miliardi, i suoi, ma cosa le vuoi dire. Chi non vorrebbe far lo stesso, prendere il suo posto. Costruisce ospedali-tenda, coi proventi dei suoi immensi redditi. Fa beneficenza, e rieccoci.

Ma come la fa, questa beneficenza? In silenzio, in segreto, come si fanno le buone azioni — ci hanno insegnato da piccoli, se fai del bene non è per farti bella — o per vedere ancora, per farsi bella appunto, per mostrarsi magnanima senza perdere un soldo e intanto guadagnare ancora parecchio, anzi, quindi che sacrificio è? Ma torniamo al punto.

Cosa sa fare, Chiara Ferragni, a parte vendere: se stessa, la sua immagine, la sua famiglia, i marchi che la sponsorizzano e le danno gratis quel che nessuno potrebbe permettersi purché faccia il loro interesse? Niente.

Ha inventato un sistema, Fabio Fazio l’ha paragonata a Oppenheimer: qualsiasi cosa sembra un prodotto di una catena da due soldi, addosso a lei. Anche un abito scultura milionario, anche un resort in cima al monte, anche un lido esotico diventa subito Ostia, alle sue spalle.

È questa la sua virtù ed una strabiliante virtù: va riconosciuta, in questo tempo di valori laschi in cui l’imperativo definitivo è vendere, convincere all’acquisto. Sarebbe stata la commessa dell’anno in un altro secolo: fa sembrare accessibile a tutti il lusso estremo, lo banalizza ce lo mette a disposizione, lo rende desiderabile alle moltitudini, moltiplica a dismisura e democratizza il desiderio dell’impossibile.

Non è forse l’assenza di talenti la vera democrazia? Perché scrivere la Divina Commedia non è da tutti, scrivere Amleto è di uno solo. Studiare costa tempo, fatica e non sempre rende, il Nobel non è detto che lo prendi, gli infanti a imparare le tabelline si stressano e i genitori dai brutti voti li difendono, gli insegnanti sono presi a freccette con la cerbottana, a volte accoltellati. La laurea è dei sapientoni, la licenza media è più che sufficiente a mettersi di tre quarti allo specchio su TikTok a fare soldi, non parliamo di OnlyFans.

E Giorgia Meloni? Cosa c’entra Giorgia Meloni col mercato degli influencer che impera sui social? C’entra, lei pure ha un prodotto da commercializzare, un capo usato vecchio più di mezzo secolo da rinnovare e promuovere come nuovo.

Anche lei fa campagna acquisti, di voti e di consensi, e la fa con gli stessi mezzi dell’antagonista che si è scelta: le immagini, i social, gli staff di comunicazione, le unità di crisi in caso di calo di gradimento. Però Meloni è una veterana, mica una neofita: è una militante neobalilla erede del secolo scorso, una risentita dell’emarginazione, una rivendicatrice della riscossa.

Quindi ora che nessuno sa più niente di niente, la sua classe dirigente per prima, lei che di tutto sa parecchio, invece — lei che da decenni è una fuoriclasse della propaganda, lei che ha imparato con grandissima fatica a far politica con sacrificio minoritario sin da piccola — in questo mondo di nullaggini lei svetta.

Altro che borsette da diecimila euro esibite in un selfie in ascensore. Sarebbe questa la sinistra? Ma davvero? Ha vinto prima di cominciare, allora, lei che le borse con le iniziali personalizzate delle multinazionali di moda sedicenti femministe le schifa, lei che nel quartiere va al supermercato con le buste di plastica, come tutti.

Ecco perché ha scelto Ferragni come avversaria: perché è più facile così. Così, nel suo campo, vince sicuro. Questo risponderei al mio amico oltreoceano. Persino le prodigiose ascese e i rovesci di fortuna le accomunano. Tutto passa, tutto in un momento si ribalta, poi si ribalta ancora. È la regola.

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