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Intolleranza nelle Università: è una questione di igiene delle parole, non di eversione

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Sarebbe sbagliato se un’occasione per erigere un argine comune diventasse il pretesto per una generica criminalizzazione del dissenso. O, magari, per giustificare manganellate e repressione poliziesca
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Si sta diffondendo l’idea che sia normale, anzi doveroso, togliere la parola a chi è considerato “un sionista”. Manipoli di militanti usano l’enorme dramma dei civili palestinesi in corso a Gaza come ragione sufficiente per rivendicare l’espulsione dal dibattito pubblico di persone sgradite, a insindacabile giudizio dei contestatori.

È successo a Firenze, dove è finita sotto assedio addirittura la presentazione di un libro su Golda Meir; è successo nella piazza di “Non una di meno”, dove una manifestante con un cartello sulle donne stuprate da Hamas è stata allontanata dalla manifestazione; è successo in due università, a Roma e venerdì 15 marzo a Napoli, dove è stato impedito che si svolgessero incontri pubblici ai quali erano invitati il giornalista David Parenzo e Maurizio Molinari, direttore di questo quotidiano.

In un consesso civile dovrebbe essere sufficiente la pretesa di zittire qualcuno per suscitare una reazione di rifiuto totale della prassi, come ha avuto modo di ricor…

Si sta diffondendo l’idea che sia normale, anzi doveroso, togliere la parola a chi è considerato “un sionista”. Manipoli di militanti usano l’enorme dramma dei civili palestinesi in corso a Gaza come ragione sufficiente per rivendicare l’espulsione dal dibattito pubblico di persone sgradite, a insindacabile giudizio dei contestatori.

È successo a Firenze, dove è finita sotto assedio addirittura la presentazione di un libro su Golda Meir; è successo nella piazza di “Non una di meno”, dove una manifestante con un cartello sulle donne stuprate da Hamas è stata allontanata dalla manifestazione; è successo in due università, a Roma e venerdì 15 marzo a Napoli, dove è stato impedito che si svolgessero incontri pubblici ai quali erano invitati il giornalista David Parenzo e Maurizio Molinari, direttore di questo quotidiano.

In un consesso civile dovrebbe essere sufficiente la pretesa di zittire qualcuno per suscitare una reazione di rifiuto totale della prassi, come ha avuto modo di ricordare il presidente Sergio Mattarella, sottolineando che le nostre università non possono diventare culle di intolleranza e sopraffazione.

L’aggravante è nell’uso strampalato e preoccupante della parola “sionista”. Chi lo intende come equivalente di sostenitore di Israele, e dunque anche delle sue azioni militari, tradisce una totale ignoranza del significato storico e politico del termine oppure svela quale sia il retroterra ideologico dell’accusa: per contestare a qualcuno di essere sionista bisogna essere convinti che Israele non abbia diritto di esistere, che è peraltro ciò che effettivamente pensano molti degli animatori delle ultime gazzarre.

Se qualcuno, invece, la usa come sinonimo di ebreo, per aggirare le accuse di antisemitismo, l’espediente è un po’ rozzo per funzionare e per non suscitare un allarme altissimo: la discriminazione per etnia o religione è la premessa delle peggiori stagioni della storia.

La situazione dei palestinesi a Gaza merita senz’altro mobilitazioni e non merita di finire schiacciata dai fanatismi. Bisogna però vigilare anche sulle strumentalizzazioni. Da membri del governo, a commento dei fatti di Napoli, sono arrivate parole che hanno accostato le contestazioni al pericolo di una escalation terrorista, sfruttando anche la coincidenza con l’anniversario del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse.

Un parallelo storicamente infondato e anche fuorviante: non occorre evocare lo spettro del terrorismo per esecrare la gravità di quanto accaduto in questi giorni, che è pericoloso e preoccupante senza bisogno di suggerire il ritorno delle Brigate rosse.

Sarebbe profondamente sbagliato se un’occasione per erigere un argine comune all’intolleranza diventasse il pretesto per una generica criminalizzazione del dissenso o, magari, per giustificare manganellate e repressione poliziesca.

Questa non è, almeno per ora e per fortuna, una questione di ordine pubblico: è una questione di igiene delle parole, di difesa della libertà, di salvaguardia dei pilastri di una democrazia libera e piena.

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