Un quadro, un palazzo, una chiesa, ma anche una fabbrica, una strada, un ponte sono dei beni materiali, tangibili, fisici, concreti. Ma, mentre i primi possono essere anche dei beni culturali, i secondi spesso no, a meno che si tratti di entità tutelate per un loro particolare valore architettonico e artistico.
Poi ci sono i beni immateriali, ovvero quei beni che non si toccano così come si tocca un muro o un tavolo, sebbene abbiano sovente un ruolo fondamentale nella nostra civiltà contemporanea, come sancì nel 1985 la mostra Les Immateriaux progettata dal filosofo Jean-François Lyotard al Centre Pompidou di Parigi.
Allora si parlava di “realtà virtuali” e Lyotard includeva con questa formula linguaggi, eventi, forme, insieme a prodotti delle tecnologie informatiche, cioè tutto ciò che non aveva esistenza materiale e tuttavia orientava in modo significativo la vita dei singoli e delle società.
Internet era agli albori e il web qualcosa che sarebbe esploso come fenomeno di massa di…
Un quadro, un palazzo, una chiesa, ma anche una fabbrica, una strada, un ponte sono dei beni materiali, tangibili, fisici, concreti. Ma, mentre i primi possono essere anche dei beni culturali, i secondi spesso no, a meno che si tratti di entità tutelate per un loro particolare valore architettonico e artistico.
Poi ci sono i beni immateriali, ovvero quei beni che non si toccano così come si tocca un muro o un tavolo, sebbene abbiano sovente un ruolo fondamentale nella nostra civiltà contemporanea, come sancì nel 1985 la mostra Les Immateriaux progettata dal filosofo Jean-François Lyotard al Centre Pompidou di Parigi.
Allora si parlava di “realtà virtuali” e Lyotard includeva con questa formula linguaggi, eventi, forme, insieme a prodotti delle tecnologie informatiche, cioè tutto ciò che non aveva esistenza materiale e tuttavia orientava in modo significativo la vita dei singoli e delle società.
Internet era agli albori e il web qualcosa che sarebbe esploso come fenomeno di massa di lì a breve rendendo consueto a tutti che il mondo immateriale era il Nuovo mondo come lo era stato l’America scoperta da Cristoforo Colombo.
Questo mondo senza esistenza palpabile a un certo punto sembrò divorarsi quello materiale, rendendo obsoleti molti degli aspetti tradizionali dell’altro mondo, concreto e tangibile. Così però non è stato, e i beni immateriali sono diventati beni di consumo alla pari della Coca-Cola o delle Campbell’s Soup.
Da qualche tempo esiste il “patrimonio culturale immateriale”, ovvero l’insieme dei beni che costituiscono una ricchezza per una società, come certifica il sito del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, dove si può leggere che per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono “le pratiche, le rappresentazioni, le espressioni, il sapere e le capacità, come pure gli strumenti, gli artefatti, gli oggetti e gli spazi culturali associati, che le comunità, i gruppi, e in alcuni casi anche i singoli individui, riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale”.
Facile per noi oggi capire che un prodotto dell’ingegno, ad esempio una poesia, un progetto, un brand, possa essere avere un valore economico, dal momento che può produrre ricchezza per chi l’ha creato e per chi ne detiene la proprietà.
Ma c’è anche un aspetto ulteriore: un oggetto culturale di natura immateriale diventa un patrimonio, perché ottiene il riconoscimento di valore che va al di là di quello monetario, perché appartiene a tutti, cioè all’umanità nel suo insieme, come Piazza San Pietro o come il paesaggio del Mugello. Perché ciò avvenga anche in termini ufficiali, diciamo giuridici, serve una identificazione ulteriore.
La Techno Music è entrata a far parte dei beni immateriali ed è stata riconosciuta come una ricchezza collettiva dall’Unesco. Viviamo in un mondo dove un’entità immateriale come una musica — ma può essere immateriale qualcosa che muove sensazioni, sentimenti e pensieri e che tocca i corpi mettendoli in moto? — è in tutto e per tutto un bene comune.
La associazione no-profit Rave the Planet ne ha promosso il riconoscimento presso un organismo sovranazionale come l’Unesco. Fatte le verifiche l’istituzione sovranazionale ha sancito che la Techno Music di Berlino “è fondamentale nel mantenimento della diversità culturale di fronte alla globalizzazione e la sua comprensione aiuta il dialogo interculturale e incoraggia il rispetto reciproco dei diversi modi di vivere”; e “la sua importanza non risiede nella manifestazione culturale in sé, bensì nella ricchezza di conoscenza e competenze che vengono trasmesse da una generazione all’altra” (Unesco).
Questo aspetto del transito generazionale è davvero una cosa importante, quasi più del dialogo reciproco, perché è un punto di passaggio fondamentale di cui abbiamo bisogno: crea futuro. Grazie Rave the Planet e grazie Unesco.