La coda è diventata il simbolo della resistenza russa. Il serpentone umano che si è improvvisamente formato a mezzogiorno di domenica 17 marzo fuori dai seggi di Mosca, San Pietroburgo e altre città, fino alle gelide lande della Siberia, rappresenta la Russia che si ribella al regime autoritario di Vladimir Putin: una protesta silenziosa, pacifica ma visibile, contro la sua quinta rielezione a presidente.
Una rielezione truffa, dall’esito scontato, garantito dalla morte in carcere del leader dell’opposizione Aleksej Navalny, dalla squalifica di ogni avversario reale, dal ritorno di fatto al candidato unico dell’era sovietica.
Propaganda sfegatata sui media nazionali, censura del dissenso (pure sul web, prendendo lezione dalla Cina) e feroce repressione sono state le armi della campagna elettorale del capo del Cremlino.
Come non bastasse, ad alzare l’affluenza hanno contribuito i lauti buffet offerti agli elettori all’interno dei seggi, come succedeva ai tempi dell’Urss: holod…
La coda è diventata il simbolo della resistenza russa. Il serpentone umano che si è improvvisamente formato a mezzogiorno di domenica 17 marzo fuori dai seggi di Mosca, San Pietroburgo e altre città, fino alle gelide lande della Siberia, rappresenta la Russia che si ribella al regime autoritario di Vladimir Putin: una protesta silenziosa, pacifica ma visibile, contro la sua quinta rielezione a presidente.
Una rielezione truffa, dall’esito scontato, garantito dalla morte in carcere del leader dell’opposizione Aleksej Navalny, dalla squalifica di ogni avversario reale, dal ritorno di fatto al candidato unico dell’era sovietica.
Propaganda sfegatata sui media nazionali, censura del dissenso (pure sul web, prendendo lezione dalla Cina) e feroce repressione sono state le armi della campagna elettorale del capo del Cremlino.
Come non bastasse, ad alzare l’affluenza hanno contribuito i lauti buffet offerti agli elettori all’interno dei seggi, come succedeva ai tempi dell’Urss: holod i golod, freddo e fame, la Russia è tutta in due parole, insegnava Alberto Ronchey, uno dei giornalisti italiani che la conosceva bene.
Il primo exit poll assegna a Putin più dell’87 per cento dei consensi, alla vigilia l’agenzia di Stato russa Vtsiom prediceva che vincerà con l’82 per cento e una partecipazione al voto del 71 per cento: entrambe le cifre sarebbero le più alte registrate nel suo quarto di secolo al potere.
Per quanto gonfiate dai brogli, le percentuali delle precedenti vittorie elettorali descrivono l’evoluzione dello zar di Mosca: che ottenne il 53 per cento dei voti nel 2000, quando nella pur fragile e corrotta Russia post-comunista esistevano ancora spazi di democrazia; il 72 per cento nel 2004, quando poteva vantarsi di avere ristabilito l’ordine, migliorato gli standard di vita e mantenuto buoni rapporti con l’Occidente; il 63 per cento nel 2012, quando cresceva lo scontento per la piega autoritaria, dopo l’intervallo quadriennale del presidente-fantoccio Dmitrij Medvedev con Putin nei panni di premier-leader supremo; il 77 per cento nel 2018, quando la dittatura era ormai pienamente ristabilita, rendendo inammissibile una libera competizione.
Adesso l’obiettivo è esibire un consenso ancora più ampio: per dimostrare che, dopo due anni di guerra in Ucraina, l’uomo in procinto di governare i russi fino al 2030, superando il record di Stalin, e fino al 2036 se si ricandiderà una sesta volta, gode di un sostegno plebiscitario.
Eppure, qualcuno coraggiosamente gli resiste: gli ucraini sul campo di battaglia, l’opposizione russa dandosi appuntamento alla stessa ora ai seggi per manifestare dissenso. L’appello a organizzare un flash mob anti-Putin alle urne, lanciato da Yulia Navalnaya, vedova di Aleksej e prosecutrice della sua lotta, ha funzionato, nonostante la polizia abbia provato a intimidire anche questo, arrestando centinaia di persone solo perché disciplinatamente in fila.
Quella coda è la punta dell’iceberg: nella Russia odierna, stimano cifre più realistiche di quelle che il regime farà uscire dal voto, un 20 per cento della popolazione è contro Putin, un 60 per cento indifferente e un 20 per cento con Putin.
Contrari, indifferenti e putiniani hanno una preoccupazione comune: l’inquietudine sul futuro, perché in un’elezione autoritaria, come dice la politologa Yekaterina Schulmann al New York Times, il risultato è prevedibile, le conseguenze no. I russi sapevano che Putin sarebbe stato trionfalmente rieletto: avrebbe potuto impedirglielo, afferma un sondaggio indipendente, soltanto la morte, una guerra nucleare o una meteorite caduta sulla Terra.
Meno chiaro è cosa farà ora il presidente. Rinfrancato dall’ennesima riconferma, potrebbe ordinare una mobilitazione generale per ricavare nuova carne da cannone per la guerra in Ucraina, da mandare all’attacco in un’offensiva nella primavera-estate di quest’anno. Potrebbe essere costretto a svalutare il rublo e aumentare le tasse per fare fronte alle spese create dal conflitto.
Potrebbe cambiare squadra di governo, rimpiazzando il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, nell’incarico da vent’anni, e quello della Difesa Sergej Shoigu. Fra i politici in ascesa, a Mosca si parla di Sergej Naryshkin, capo dello spionaggio, forse avviato a sostituire il veterano della diplomazia Lavrov.
Ma Putin deve stare molto attento a scegliere i suoi pretoriani: la pur fallita rivolta nel luglio scorso del fedelissimo Evghenij Prigozhin, capo dei mercenari del Gruppo Wagner, morto il mese seguente in un misterioso incidente aereo, sottolinea che dare via libera agli uomini forti è rischioso, perché sono loro che potrebbero rimuoverlo.
Nell’incertezza che segue le elezioni, tutti aspettano. E proprio l’attesa, spesso interminabile, era la ragion d’essere della coda sovietica. Come nella celebre poesia di Andrej Voznesenskij, grande poeta dissidente russo, intitolata appunto La coda: “Sono quattordicesimo per la visita dall’oculista, quarantacinquesimo per un posto al cimitero, centesimo per i pezzi di ricambio dell’auto, mi hanno messo in coda quando sono nato, diecimillesimo per una macchina nuova, mi hanno messo in coda prima che nascessi”.
I russi che domenica a mezzogiorno hanno formato una coda di protesta ai seggi, un giorno potranno dire: il 17 marzo 2024 mi ero messo in fila anch’io, ad aspettare la fine di Putin.