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Atlantista e sovranista, Meloni double face

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L’intermittenza di princìpi pare un difetto strutturale della nostra destra di governo. Dentro i confini nazionali ma talvolta anche fuori. Come testimonia la passerella al Cairo
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C’è qualcosa di contraddittorio in un governo che ha scelto con convinzione una collocazione atlantista, dentro alla placenta delle democrazie liberali, ma pare disinteressato a difendere e coltivare il prerequisito di tale collocazione, cioè la conservazione in casa propria di una democrazia sana e di uno Stato di diritto degno di questo nome.

Una intermittenza di princìpi che pare un difetto strutturale della nostra destra di governo, dentro i confini nazionali ma talvolta anche fuori, come testimonia la passerella di Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen al Cairo per siglare l’ennesimo patto anti-migrazioni con un regime e non uno qualunque, quello che ha negato ogni verità sull’omicidio di Stato di un cittadino italiano, Giulio Regeni. Anche il nazionalismo lo riaccendiamo domani.

Si dirà: è realismo politico. Certo, ma a parte lo sfregio a Regeni e i notevoli dubbi sull’efficacia del blitz cairota, bisognerebbe aver chiaro che, se è per questo, è ammantato di realismo anche il ma…

C’è qualcosa di contraddittorio in un governo che ha scelto con convinzione una collocazione atlantista, dentro alla placenta delle democrazie liberali, ma pare disinteressato a difendere e coltivare il prerequisito di tale collocazione, cioè la conservazione in casa propria di una democrazia sana e di uno Stato di diritto degno di questo nome.

Una intermittenza di princìpi che pare un difetto strutturale della nostra destra di governo, dentro i confini nazionali ma talvolta anche fuori, come testimonia la passerella di Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen al Cairo per siglare l’ennesimo patto anti-migrazioni con un regime e non uno qualunque, quello che ha negato ogni verità sull’omicidio di Stato di un cittadino italiano, Giulio Regeni. Anche il nazionalismo lo riaccendiamo domani.

Si dirà: è realismo politico. Certo, ma a parte lo sfregio a Regeni e i notevoli dubbi sull’efficacia del blitz cairota, bisognerebbe aver chiaro che, se è per questo, è ammantato di realismo anche il mantra del disarmo ucraino, del cedimento all’aggressione putiniana, della bandiera bianca a Kiev.

Viviamo tempi inquietanti, cui assistiamo tutti con sgomento e paura. La guerra che avanza sul mappamondo, le nostre società squassate da un odio che non è più nemmeno sociale bensì ferocia tribale e intolleranza patologica, le democrazie svuotate dall’astensionismo e dalla crisi dei partiti, assediate dal sovranismo interno e da quello delle autocrazie mondiali, mentre il dibattito pubblico si corrode sotto l’acido delle falsificazioni, degli algoritmi e di un complottismo che è figlio anche della degenerazione dei vecchi miti controculturali e antagonisti, e dunque alligna dentro un pezzo di vecchia sinistra quanto nei settori più reazionari.

In questo disfacimento di ogni certezza, i governi nazionali hanno una responsabilità doppia: non basta più amministrare l’economia e l’ordinario, è indispensabile preoccuparsi di tenere insieme la società, puntellare le istituzioni, alimentare la partecipazione, a tutela di una casa comune che rischia di diventare inservibile per tutti, anche per chi oggi si illude di ristrutturarla a proprio uso e consumo.

Come spesso è accaduto nella storia contemporanea, all’Italia sembra invece toccata una disgrazia aggiuntiva, trovandosi in carica in un momento così delicato un governo che non solo pare ignorare la responsabilità di questa missione di interesse generale, ma anzi pare specializzato solo nell’acuire divisioni e fratture.

L’abito mentale della destra post-missina è costruito su dinamiche catacombali: amici-nemici, potenti-perseguitati. Pure durante la corsa a occupare ogni ganglio statale mantiene una postura vittimista centrata su teorie del complotto e del sabotaggio. Ci boicottano. Chi? Non è dato sapere. Ci ostacolano. Chi? I poteri forti. Quali? Non ve lo diciamo.

Persino le reazioni di solidarietà arrivate dal governo contro le ultime fiammate di intolleranza, che continuano a colpire cittadini che hanno la sola colpa di essere ebrei, sono modellate sulla ricerca di un nemico ulteriore e fantomatico, il ritorno delle Br, lo spettro del terrorismo.

Paradosso di esponenti di un governo che sembra conoscere solo la legge dello scontro, il clangore del tumulto di piazza, proprio loro che poi, davanti alle piazze altrui, applaudono anche le manganellate più insensate.

Non è un esperimento isolato. Anche la Polonia governata da Diritto e giustizia, fratello dei Fratelli in Europa, esprimeva lo stesso istinto: occidentalismo e autoritarismo, Nato e moschetto. Fino al recente cambio di governo la Polonia è stata — insieme all’Ungheria che non ha nemmeno l’afflato occidentale, è il governo europeo più amico e sodale di Putin — un laboratorio di restrizione della democrazia: sono stati attaccati la separazione dei poteri, la libertà di stampa, l’agibilità degli spazi democratici.

Serviva una dose robusta di ottimismo per immaginare che la destra italiana amica di Orbán uscisse da questo solco, anche se fin qui l’ansia è rimasta a livello di annunci o di grottesche forme di repressione, come il decreto rave o la stretta sui blocchi stradali, varata con l’idea di punire le proteste ambientaliste e subito rimangiata quando a bloccare le autostrade sono stati i trattori.

Questo, del resto, è il senso dello Stato della destra: l’amico può fermare il traffico, il nemico va in galera, e chi è amico lo decidono Meloni e Salvini.

Ma la cura della forma non è un galateo inutile e passatista, è il cuore della democrazia. Altrimenti basta un soffio a precipitare nella notte del relativismo più rozzo, del diritto piegato al fanatismo, il calderone dove il caso Navalny e il caso Assange pari sono, anzi meglio Putin, almeno non finge di seguire regole fittizie.

La presidente del Consiglio ha aperto la sua stagione con la pervicace idea di smontare poteri e prerogative del Quirinale, l’unica istituzione che in questi anni difficili ha fatto da architrave e salvagente.

Il populismo non concepisce il principio degli equilibri tra poteri, scambia i contrappesi per zavorre, ha del Parlamento la visione figlia di anni di regressione digitale e listini bloccati, un luogo dove la politica si ingolfa anziché correre libera assecondando, come sogna Meloni, i voleri dell’unta del popolo.

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