Morti sul lavoro, il nostro Requiem per i diritti
di Stefano MassiniQuesto è un Requiem per tutti coloro che vedete rappresentati in questa spianata di bare, per tutti i morti sul lavoro, per tutti quelli che dimentichiamo. E la parola Requiem è formata da sette lettere: R-E-Q-U-I-E-M.
R come Rimozione. Rimuoviamo sempre quello che non vogliamo ascoltare, quello che ci dà noia dire, quello che è troppo fastidioso far risuonare. E allora il silenzio è ipocrisia. Non c’è soltanto il silenzio dei morti, il silenzio è anche quello di coloro che di quei morti non vogliono parlare. I mezzi di informazione dedicano un trafiletto all’ennesimo operaio, all’ennesimo contadino, l’ennesimo facchino che muore. Solo poche righe in cronaca. Non poteva esserci lettera migliore per cominciare.
E come Errore. Continuamente si sente dire che colo…
Questo è un Requiem per tutti coloro che vedete rappresentati in questa spianata di bare, per tutti i morti sul lavoro, per tutti quelli che dimentichiamo. E la parola Requiem è formata da sette lettere: R-E-Q-U-I-E-M.
R come Rimozione. Rimuoviamo sempre quello che non vogliamo ascoltare, quello che ci dà noia dire, quello che è troppo fastidioso far risuonare. E allora il silenzio è ipocrisia. Non c’è soltanto il silenzio dei morti, il silenzio è anche quello di coloro che di quei morti non vogliono parlare. I mezzi di informazione dedicano un trafiletto all’ennesimo operaio, all’ennesimo contadino, l’ennesimo facchino che muore. Solo poche righe in cronaca. Non poteva esserci lettera migliore per cominciare.
E come Errore. Continuamente si sente dire che coloro che muoiono sul lavoro ne hanno fatto uno. Un errore a volte anche cercato, si insinua. Ho ascoltato personalmente le testimonianze di colleghi di lavoratori morti che mi hanno raccontato di come gli venissero poste in fabbrica domande: “ma il tuo collega che è morto fumava qualche volta in fabbrica? In modo da dire che, se era scoppiato un incendio, era colpa sua.
Q come Quanto ancora. E non solo quanto, ma quanti ancora, perché la strage continua silenziosa, continua nascosta. Basta andare su internet e cercare “morti sul lavoro ultime 24 ore” e immediatamente qualcosa abbocca, come per chi lancia l’amo in uno specchio d’acqua piccolo.
U come Umanità. Incredibilmente nei posti di lavoro c’è ancora bisogno di umanità, è un paradosso: perché ci si è convinti che un lavoratore può essere sostituito da un macchinario, che non si ammala, non è stressato, non ha famiglia da mantenere e non muore. Invece l’essere umano si stressa, va in depressione, per fortuna va in maternità, non lo puoi trattare come una macchina. L’umano è la forza del lavoro, è il punto più alto in cui un essere umano manifesta e coglie se stesso nel creare qualcosa per gli altri. La parola greca poesia a cui oggi noi diamo un afflato tanto lirico, significa l’atto del fare: c’è poesia nel fare, c’è poesia nel lavorare. Si dice andare a guadagnarsi da vivere, una perifrasi che rende inaccettabile che qualcuno esca da casa e vada invece a guadagnarsi da morire.
I come Incidente. Continuamente ricorre questa frase: un deplorevole incidente, uno sciagurato incidente. I come Ipocrisia. Non lontano da dove vivo tre anni fa è morta una ragazza stritolata da un telaio, si chiamava Luana D’Orazio. Dopo tre anni, la magistratura è arrivata alla solita conclusione: non era un incidente. La protezione che doveva essere installata sul telaio per evitare appunto incidenti era stata rimossa per ottenere un zero virgola in più di prodotto al giorno. Non è un incidente ed è ipocrisia dire che lo è. I morti così sono morti due volte: una volta quando sono stati uccisi e una volta quando qualcuno ha detto che era un incidente, un errore.
E sta per Evitabile. E non sto parlando solo del fatto che la gran parte delle morti sul lavoro sono evitabili. Parlo di una cosa molto più strisciante e subdola. Perché sotto sotto, quando parli con le persone, ti rendi conto che le morti sul lavoro vengono vissute come una specie di dazio inevitabile che paghiamo al progresso. Vogliamo avere tutto quanto a portata di mano, vogliamo avere tutto a disposizione e che ci arrivi più presto possibile. Siamo disposti a pagare di più per annullare il tempo tra l’ordine e la ricezione, e chi se ne importa se questo comporta dei ritmi di lavoro insostenibili, se questo comporta che qualcuno per strada venga falciato per rispettare tempi di consegna inumani. Il progresso ci dice che quella morte era necessaria. Come una volta una persona mi disse in faccia in modo agghiacciante: “Eh ma sai quante persone lavorano ogni giorno in una nazione come la nostra?”. Ecco. Come puoi pensare che qualcuno non muoia?
L’ultima lettera, la M. Come Minaccia. Una parola terribile, una parola che è un reato, chi la riceve può andare dalle forze dell’ordine e sporgere denuncia. Le persone che stanno qua dietro, in queste bare, sono persone che per una vita intera, come tutti coloro che vanno a lavorare, sottostanno a una minaccia: la manutenzione che non viene fatta, qualcosa che dovrebbe essere rispettato e non lo è. La minaccia continua ogni volta che chiediamo il rispetto di un diritto e quel diritto ci viene concesso come se fosse un lusso. La differenza tra diritto e lusso è una differenza sostanziale. Il diritto non è mai un lusso. E se lo diventa: REQUIEM.
(Testo tratto dal discorso pronunciato il 19 marzo in Piazza del Popolo a Roma)