Se nella giungla ogni mattina una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone, in Italia, ogni mattina, un pendolare del servizio ferroviario regionale non dotato di abbonamento, si sveglia e sa che dovrà fare il check-in perché il suo biglietto digitale non è proprio un biglietto, è un promemoria di biglietto, non un “pagherò” ma un “ho pagato”. Se dimentica di fare il check-in, potrà incorrere in sanzioni e dovrà pagare di nuovo.
Le persone che ogni giorno salgono su un treno per spostarsi nelle regioni e nelle città italiane — si legge sul sito delle ferrovie dello stato — sono 5,59 milioni, di questi 5 milioni e rotti, quasi 3 sono passeggeri del servizio regionale.
Supponendo che l’1% di questi circa 3 milioni di pendolari debba tramutare il suo promemoria di biglietto in un biglietto vero e proprio, abbiamo circa 30mila persone che devono effettuare il check-in. Per farlo ci vuole, oltre a un po’ di pazienza, uno smartphone la cui batteria non sia scaricata. È faci…
Se nella giungla ogni mattina una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone, in Italia, ogni mattina, un pendolare del servizio ferroviario regionale non dotato di abbonamento, si sveglia e sa che dovrà fare il check-in perché il suo biglietto digitale non è proprio un biglietto, è un promemoria di biglietto, non un “pagherò” ma un “ho pagato”. Se dimentica di fare il check-in, potrà incorrere in sanzioni e dovrà pagare di nuovo.
Le persone che ogni giorno salgono su un treno per spostarsi nelle regioni e nelle città italiane — si legge sul sito delle ferrovie dello stato — sono 5,59 milioni, di questi 5 milioni e rotti, quasi 3 sono passeggeri del servizio regionale.
Supponendo che l’1% di questi circa 3 milioni di pendolari debba tramutare il suo promemoria di biglietto in un biglietto vero e proprio, abbiamo circa 30mila persone che devono effettuare il check-in. Per farlo ci vuole, oltre a un po’ di pazienza, uno smartphone la cui batteria non sia scaricata. È facile, anche se, va detto, non in tutti i treni regionali è possibile ricaricare il telefono e non in tutte le stazioni è possibile accedere alla rete dati o, come di diceva una volta, “c’è campo.”
Supponiamo che uno di questi pendolari abbia ricevuto il biglietto digitale da qualcun’altro — un datore di lavoro, un amico, un genitore — e abbia a disposizione solo il pdf, ma non l’email. Il promemoria di biglietto sembra un biglietto, è totalmente sovrapponibile a un biglietto, ma non è un biglietto. Supponiamo ancora che, armato di pazienza, fornito di app Trenitalia, batteria carica, campo, animo combinatorio (prova con la sua e-mail perché sul promemoria del biglietto c’è il suo nome, prova con il nome e l’indirizzo e-mail di chi ha inoltrato il pdf, prova con nome e e-mail di chi ha pagato), supponiamo, dicevo, che il passeggero si arrabatti in ogni modo per fare il check-in e non riesca. Supponiamo che approdi in una biglietteria e trovi una persona disponibile che si presti a provare a risolvere la questione check-in attraverso il sistema — ella possiede le chiavi del sistema generale nazionale terrestre e della confederazione intergalattica — e che pure questa fallisca, allora l’unica strada, per non ricomprare il biglietto, è affidarsi alla comprensione del controllore in servizio sul treno. Date le ipotesi, si deduce che un tale metodo di acquisto e riscatto del titolo può fallire e che il fallimento rivela l’assurdità di tutta la procedura.
Il biglietto che dovrebbe farti partire, andare altrove, si rivela ciò che ti costringe a un gioco dell’oca burocratico dove si vince solo il riacquisto del biglietto.
«Confesso che da qualche tempo ho cominciato a vedere e sentire cose che nessuno ha mai visto o sentito», blatera Popriš?in, consigliere titolare, ne le Memorie di un pazzo di Gogol (appena ripubblicato da Adelphi, a cura di Serena Vitale) e non vorrei fargli eco, tuttavia questo samsara del check-in impossibile, che altri potrebbe dire kafkiano, pone una questione politica che riguarda, dato il numero di pendolari, un italiano su dieci. Prima gli italiani, insomma, se riescono a fare il check-in. Considerato il caro affitti, la speranza di continuare a coltivare una vita affettiva e dunque stabilirsi in un luogo e pendolare, la pressione turistica alla quale l’Italia è sottoposta, la pratica, per non dire l’ossessione, delle identificazioni, demansionare l’umano nei presidi ferroviari territoriali e sui treni, rendergli impossibile aiutare un passeggero in difficoltà con le procedure digitali (per quanto abile e motivato, figuriamoci gli altri, stranieri o meno abili digitalmente) mi pare sottolinei l’indifferenza di questo governo — e dei precedenti — nei confronti di quel popolo dei cui interessi dichiara di occuparsi.
Penso che la politica (e la sinistra che è una forza progressista e dunque pensa a dove andremo e non a dove siamo) dovrebbe occuparsi, per restare ai treni, di restituire ai passeggeri gli spazi loro destinati — panchine, sale d’aspetto — ormai appannaggio di negozi più o meno stabili. Di pensare politiche che pieghino il piano economico per facilitare le persone più che le merci.