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Il caso Bari, entrata a gamba tesa

La procedura avviata dal ministro Piantedosi a pochi mesi dalle elezioni comunali ha il sapore acre della vendetta politica

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Il controllo su chi gestisce il potere è fondamento e sale della democrazia. Un filtro che deve scattare a qualsiasi livello, dal Consiglio comunale fino a Palazzo Chigi, dalla più piccola amministrazione locale a chi governa le istituzioni più alte. Ma se il meccanismo di sorveglianza e di verifica - l’invio di una commissione di “accesso agli atti”, per esempio - viene sollecitato con una certa insistenza da un gruppo di parlamentari di maggioranza e prontamente disposto dal ministero dell’Interno, allora sono i principi di quella stessa democrazia ad essere messi pericolosamente in discussione.

Quel che si sta verificando in questi giorni a Bari non ha precedenti e desta una legittima preoccupazione.

Perché ha il sapore acre della vendetta, alimenta il sospetto della strumentalizzazione, dell’agguato ordito dalla destra di governo ai danni dell’avversario politico in una delle sue ormai sparute roccaforti elettorali.

Tanto più grave perché l’affaire si consuma alla vigilia della tornata elettorale che il 9 giugno porterà al rinnovo dell’amministrazione comunale pugliese.

C’è un’inchiesta per infiltrazioni mafiose in un ramo dell’amministrazione, risalente a un mese fa. Decine e decine di arresti a Bari. Una consigliera comunale coinvolta, transitata dal centrodestra al centrosinistra, dall’opposizione alla maggioranza che sostiene il sindaco uscente Antonio Decaro. La classica mela marcia che è stata individuata, raccolta, messa da parte: storia di malaffare e criminalità, di probabile permeabilità del sistema sulla quale la Procura di Bari sta indagando. La magistratura farà il suo lavoro, insomma, l’inchiesta farà il suo corso.

Ma accade qualcosa di strano nella città di San Nicola. Il caso giudiziario innesca una procedura anomala, genera un inquietante precedente, abbandona i binari della giustizia per deragliare nel fango della vendetta politica.

Succede infatti che tutti i parlamentari baresi di centrodestra decidono di mobilitarsi sulla scia di un’inchiesta che – va detto - non coinvolge l’amministrazione Decaro. Guidati da due viceministri del governo Meloni, Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Marcello Gemmato (FdI), raggiungono al Viminale il ministro Matteo Piantedosi. Mossi dalla solerte esigenza di informare il capo degli Interni sulle infiltrazioni mafiose nella municipalizzata dei trasporti. Come se il dicastero che sovrintende alla sicurezza del Paese non avesse strumenti e uomini ben più qualificati per farlo autonomamente. Succede poi che, trascorse poche settimane, quello stesso ministero guidato dall’ex prefetto in quota Lega decide di inviare una“commissione di accesso” al Comune di Bari. Preludio di un possibile scioglimento per infiltrazioni.

Nello slang calcistico, sarebbe la classica entrata a gamba tesa. Quella operata ai danni dell’avversario per “far male”, oltre che per portare via la palla.

Decaro è un sindaco sotto scorta da anni per aver denunciato i clan, ha incassato minacce e intimidazioni. Nelle classifiche degli ultimi anni è spiccato come uno dei primi cittadini più amati d’Italia. Il centrodestra, caso raro di questi tempi, in quella città è allo sbando, non è stato ancora in grado di trovare un nome da schierare alle amministrative di giugno. La coalizione che ha governato la città lo troverà con le primarie di aprile (l’uscente Decaro è al secondo mandato) ma vanta una percentuale di consensi che i sondaggi attestano oltre il 60 per cento. Insomma, a Bari politicamente non ci sarebbe partita. Sempre che la partita venga fatta giocare.

Decaro: "Quelli del centrodestra come Savastano in Gomorra, ma non si riprenderanno Bari"

Questo è il punto. La commissione dovrebbe produrre il suo responso giusto a cavallo della competizione elettorale. Un risultato però è stato già raggiunto dalla squadra composta dal gruppo di parlamentari baresi e dal loro ministro di riferimento. In un’altra terra del Sud come la Sicilia lo si definisce il lugubre gesto del “mascariare”: sporcare l’immagine, intaccare la dignità, isolare, infangare un’istituzione, il Comune di Bari in questo caso, e chi l’ha guidata per dieci anni. Come se le sue denunce diventassero d’improvviso carta straccia, il suo messaggio contro i clan vano sproloquio, la sua amministrazione ricettacolo di torbidi interessi.

Piantedosi e la sua parte politica - ebbene sì, perché la storia ha tutti i contorni e le ombre di una faccenda politica - si stanno assumendo questa ingombrante responsabilità.

Ma anche il centrosinistra italiano tutto deve trarre un insegnamento dalla vicenda pugliese. Il sindaco Decaro nell’intervista che pubblichiamo oggi si rammarica per aver imbarcato in maggioranza due consigliere di centrodestra (una ancora in carica), poi finite nei guai. Non le avrebbe volute, dice: tardi, troppo tardi ammetterlo adesso. Il trasformismo ha un prezzo e se porti sul carro - in questo caso per altro vincente - avversari politici che si riveleranno “marci”, allora rischi di pagare un prezzo troppo salato.

Perché non è affatto vero che non c’è differenza tra destra e sinistra, in questo Paese, come qualcuno vorrebbe. La differenza e la distanza tra due modi di concepire la politica e la cosa pubblica c’è, eccome. E marcare la differenza, alla fine, magari alla lunga, pagherà sempre.

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