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La casa di Montecarlo e quelle notizie avvelenate

Roma, 18 marzo: Gianfranco Fini, con il suo avvocato Michele Sarno, all'udienza del processo (ansa)
Il format berlusconiano è oggi riproposto dalla destra al potere con la stessa spregiudicatezza, ma, se possibile, persino con maggiore violenza. E per mano della stessa compagnia di giro di allora
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La violenza con cui Alessandro Sallusti, direttore de il Giornale ha aggredito ieri (mercoledì 20 marzo), nel suo editoriale, Repubblica, il suo giornalismo e Giuseppe D’Avanzo, una delle firme che ha contribuito a scrivere la storia di questo giornale e a definirne l’identità, non meriterebbe risposta.

Non fosse altro perché non ne è degno chi, a distanza di tredici anni, si avventa sul lavoro di un uomo — il nostro fraterno amico Peppe — portato via da un infarto una mattina di luglio del 2011. E quindi nelle condizioni di non poter né replicare, né argomentare le ragioni per le quali nell’estate del 2010 era convinto, insieme a questo giornale e a una nutrita schiera di giornalisti di altre testate e parlamentari della destra che avevano deciso di separare i propri destini politici da Berlusconi, che l’inchiesta giornalistica de il Giornale sulla casa di Montecarlo dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini fosse intossicata e orientata dallo spin di Silvio Berlusconi, al…

La violenza con cui Alessandro Sallusti, direttore de il Giornale ha aggredito ieri (mercoledì 20 marzo), nel suo editoriale, Repubblica, il suo giornalismo e Giuseppe D’Avanzo, una delle firme che ha contribuito a scrivere la storia di questo giornale e a definirne l’identità, non meriterebbe risposta.

Non fosse altro perché non ne è degno chi, a distanza di tredici anni, si avventa sul lavoro di un uomo — il nostro fraterno amico Peppe — portato via da un infarto una mattina di luglio del 2011. E quindi nelle condizioni di non poter né replicare, né argomentare le ragioni per le quali nell’estate del 2010 era convinto, insieme a questo giornale e a una nutrita schiera di giornalisti di altre testate e parlamentari della destra che avevano deciso di separare i propri destini politici da Berlusconi, che l’inchiesta giornalistica de il Giornale sulla casa di Montecarlo dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini fosse intossicata e orientata dallo spin di Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio ed editore de il Giornale.

Né meriterebbe risposta l’avventurosa requisitoria che, sempre ieri, con gli stessi argomenti, e in perfetta sintonia (lo squadrismo, anche quello di carta, si muove tradizionalmente in branco), impartiva Maurizio Belpietro su La Verità.

E tuttavia, di fronte a tanta indecenza non è possibile tacere. E non solo perché Repubblica non deve scusarsi di aver tredici anni fa creduto alla versione che di quella vicenda aveva fornito (e fornisce tutt’oggi nel processo in cui è imputato) Gianfranco Fini. Di essere cioè in quel lontano 2010 “certo” (oggi possiamo sicuramente dire a torto, come lui stesso ha riconosciuto) che la proprietà della casa di Montecarlo non fosse del cognato Giancarlo Tulliani. Ma perché Giuseppe D’Avanzo e Repubblica avevano ragione a leggere nelle cronache di allora del Giornale le impronte digitali di un’operazione di character assassination che aveva nell’allora presidente del Consiglio il suo mandante e, insieme, beneficiario politico.

E non perché lo diciamo noi, che del giornalismo di D’Avanzo siamo figli, ma perché lo dice un signore che i lettori meno giovani ricorderanno. E che sicuramente dice qualcosa al direttore del Giornale e a quello de La Verità: Valter Lavitola. Lo spiccia faccende arruolato da Berlusconi nell’edificante operazione di compravendita di senatori della Repubblica e quindi king maker dell’operazione Fini-Montecarlo. Nell’intervista, che leggete sulle nostre pagine, Lavitola racconta cosa si mosse in quella storia. Chi ne fu l’architetto (Berlusconi). E chi le pedine. E dove e in quale consesso quell’operazione di kompromat in grado di inchiodare il “traditore” Fini venne pianificata e portata a termine.

Potremmo chiuderla qui. Ma faremmo un torto al giornalismo di Giuseppe D’Avanzo e a quello di Repubblica se non aggiungessimo una considerazione di cui la sconcia sortita di ieri è l’ennesima prova. Tra le molte torsioni sperimentate con successo nel ventennio berlusconiano quella di maggior successo ha riguardato l’informazione e il suo rapporto con il potere. In una democrazia che voglia essere tale non solo per autocertificazione alla stampa è affidato il ruolo cruciale di controllo della vita pubblica e dei poteri che la innervano.

La stampa — si dice — è il cane da guardia della nostra agorà. Bene, forte del suo conflitto di interessi (presidente del Consiglio ed editore televisivo e della carta stampata), Berlusconi capovolge il modello e trasforma il giornalismo delle sue televisioni e dei suoi giornali in un nuovo animale a due teste: cane da salotto del potere e pitbull di chi a quel potere legittimamente si oppone. Siano avversari politici, redazioni non addomesticate o imprenditori disallineati.

È un format — appunto — che il giornalismo di Repubblica avvista e mette a nudo in quella fase terminale e putrescente del ventennio berlusconiano. E che regala pagine infami che Sallusti e Belpietro non avranno certo dimenticato, perché cucinate nella macchina della disinformazione e del fango di cui erano parte. Come il caso Boffo, il caso Marrazzo o la fuffa rivangata su Telekom Serbia da un truffatore di nome Igor Marini.

Bene, quel format è oggi riproposto dalla destra al potere con la stessa spregiudicatezza, ma, se possibile, persino con maggiore violenza. E — guarda un po’ — per mano della stessa compagnia di giro di allora, premiata nel frattempo con ruoli e incarichi di maggior prestigio nei giornali e nelle tv. E con il vantaggio di non dover neppure più fare finta di essere o definirsi “liberali”.

Avevano Mediaset, si sono mangiati la Rai, stanno per fagocitare la seconda agenzia di stampa del Paese — l’Agi — e, ogni mattina, dalle colonne di Libero, il Giornale, La Verità, Il Tempo, distribuiscono le loro bastonature e olio di ricino su chi si ostina a fare quella cosa di cui si riempiono la bocca pur avendo smesso di frequentarla da tempo: un giornalismo libero.

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