✕

Caso Acerbi-Juan Jesus, la linea di confine tra sport e razzismo

È stata tirata una riga, dalle istituzioni sportive e vorremmo dire dalla parte sana dell’ambiente, su una serie di discriminazioni che non sono più accettabili
3 minuti di lettura

Quando si dice che il problema del razzismo nel calcio è innanzitutto culturale non si intende ammorbidire la questione Acerbi-Juan Jesus, che si sta discutendo in queste ore e arriverà a giudizio nei prossimi giorni con la probabile sanzione per il giocatore interista: è difficile immaginare che il brasiliano si sia inventato un’accusa così infamante — da querela immediata, se fosse una calunnia — mentre i distinguo di Acerbi sull’intento delle sue parole assomigliano a una linea di difesa spostata all’estremo, perché sulla sostanza dei fatti ci sono pochi dubbi.

In attesa del verdetto del giudice è però utile allargare il discorso al tema generale del razzismo nel calcio, e nello sport, perché c’è un sacco di gente che ancora non l’ha capito, e tra questa non mancano quelli che fanno finta di non capire.

È stata tirata una riga, dalle istituzioni sportive e vorremmo dire dalla parte sana dell’ambiente, su una serie di discriminazioni che nel 2024 non sono più accettabili. Punto…

Quando si dice che il problema del razzismo nel calcio è innanzitutto culturale non si intende ammorbidire la questione Acerbi-Juan Jesus, che si sta discutendo in queste ore e arriverà a giudizio nei prossimi giorni con la probabile sanzione per il giocatore interista: è difficile immaginare che il brasiliano si sia inventato un’accusa così infamante — da querela immediata, se fosse una calunnia — mentre i distinguo di Acerbi sull’intento delle sue parole assomigliano a una linea di difesa spostata all’estremo, perché sulla sostanza dei fatti ci sono pochi dubbi.

In attesa del verdetto del giudice è però utile allargare il discorso al tema generale del razzismo nel calcio, e nello sport, perché c’è un sacco di gente che ancora non l’ha capito, e tra questa non mancano quelli che fanno finta di non capire.

È stata tirata una riga, dalle istituzioni sportive e vorremmo dire dalla parte sana dell’ambiente, su una serie di discriminazioni che nel 2024 non sono più accettabili. Punto.

Gli insulti basati sul colore della pelle, sulla provenienza geografica, sulle preferenze sessuali, sulle scelte religiose non sono “uguali agli altri”. Sono banditi, come le armi nucleari — che pure i russi continuano a evocare — nel contesto degli scenari di guerra.

L’esempio non è casuale perché sui campi di gara si combattono spesso delle guerre psicologiche, e chiunque conosca un po’ il mondo dello sport di vertice sa quanto sia praticato il trash-talking, ovvero il condizionamento dell’avversario attraverso l’aggressione verbale: non è un mondo di panna montata, come a volte si tende a descriverlo perché comunque attiene al tempo libero della gente, e se ha tanto successo è anche perché racconta storie bellissime capaci di rincuorare dalle fatiche quotidiane.

No, nella sentina delle partite scorrono umori esecrabili e maleodoranti cui è stata data appunto la denominazione di trash-talking (letteralmente discorsi-spazzatura), e che molti atleti — compresi quelli per i quali ci commuoviamo — praticano come se fosse attrezzatura da gara.

La finalità è quella di colpire l’avversario nei suoi punti deboli, innervosirlo, fargli perdere la testa e quindi la freddezza, spingerlo a reagire e magari a farsi espellere: il campionario delle provocazioni è infinito, parte dallo scherno per le (scarse) abilità tecniche e arriva in un amen a madri, mogli e sorelle.

Il Napoli dopo il caso Acerbi: "Gridate al mondo ad alta voce no al razzismo"

C’è un episodio di trash-talking entrato nella storia del calcio italiano, lo scambio di gentilezze fra Materazzi e Zidane che portò alla testata del francese, e si sviluppò lungo questi due filoni. Innervosito da una trattenuta dell’azzurro — evento di assoluta banalità, ce ne sono decine a partita — il francese sprezzante gli disse «se proprio la vuoi, a fine gara ti do la maglia», sentendosi rispondere che la sorella aveva già provveduto (in modo più colorito).

Non c’era nulla di premeditato, tanto che erano state le parole di Zidane ad accendere la miccia: ma il crollo nervoso che lo portò alla testata, e all’espulsione, fu vantaggioso per l’Italia, che nei supplementari della finale mondiale si risparmiò gli ultimi dieci minuti del rivale migliore.

Muhammad Alì è giustamente considerato lo sportivo più grande della storia, e non solo per i risultati raggiunti: la sua influenza politica fuori dal ring ha contribuito in maniera eccezionale alla causa degli afroamericani e ai dubbi degli Stati Uniti sulla guerra in Vietnam.

Malgrado la dimensione storica del personaggio, una volta infilati i guantoni il pugile diventava insopportabile: non affrontava gli avversari, li derideva dall’alto della sua classe e quando il loro valore si avvicinava trovava modi più sottili per condizionarli.

Una volta ho intervistato Joe Frazier, e l’amarezza del suo racconto è indimenticabile: «Sul ring mi chiamava “servo dei bianchi”, a me che avevo chiesto personalmente al presidente Johnson di restituirgli la licenza e farlo combattere».

Michael Jordan, all’interno di The Last Dance, teorizza che il vero trash-talker — come lui certamente era — insulta e provoca quando sta perdendo, «perché è troppo facile farlo se sei avanti nel punteggio».

Il nostro amatissimo Kobe Bryant è stato un incubo per molti compagni, percossi verbalmente fino alle lacrime perché sviluppassero le qualità tecniche e soprattutto caratteriali indispensabili per giocare al fianco di un simile campione.

È questo il quadro nel quale è esploso il caso Acerbi-Juan Jesus, e nasce da qui la necessità culturale di separare le armi convenzionali (gli insulti “tecnici”) da quelle atomiche (gli insulti razzisti).

Per quanto possa sembrare vergognoso e antisportivo, il trash-talking non finirà mai, è connaturato alla competizione e non solo quella estrema, fermatevi a bordo campo di una partita di calcetto tra colleghi d’ufficio, e contate le volte in cui una presa in giro bonaria diventa un bodyshaming (e pensate sempre al punto di vista di chi subisce la battuta, non di chi la fa).

E dunque sono state fissate delle regole anche in questo mondo oscuro, e quella che vieta i vari razzismi — per quanto faticosa da comprendere da chi non maneggia certe sensibilità — è fondamentale e accettata, se è vero che proprio domenica era in corso l’iniziativa della Lega Calcio in tal senso.

Di tutte le cose dette e non dette, sentite o in qualche modo emerse, il concetto chiave sul quale lavorare in profondità è che l’insulto razzista non valga come un altro, ma sia l’abisso di ogni morale. Trash e basta, nulla su cui minimizzare.

Pensatevi a discutere — per una precedenza, un parcheggio, un posto in coda — con una persona dal colore diverso dal vostro, e assicuratevi con intima sincerità che potreste mandarlo al diavolo con male parole — succede — ma mai riferendovi alla sua pelle. Una volta che ne siete certi, ma dev’essere una certezza granitica, la linea di confine vi sarà chiarissima.

Leggi i commenti