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Il Bataclan del Cremlino

Di fronte alla sfida russa, ora persino più esasperata dall’attentato di Mosca, l’Europa dimostra ancora una volta i suoi drammatici limiti
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È davvero il Bataclan di Mosca, questo massacro in un teatro della capitale russa. In un venerdì nero in cui avanzano mostri ovunque, come nel più macabro dei videogame, questa carneficina precipita il mondo in un abisso di cui non si vede più il fondo.

E come già accadde in un altro tempo e in un altro teatro — il Dubrovka, che nell’ottobre 2002 fu il pretesto per accelerare l’annientamento della resistenza cecena — anche questo bagno di sangue rischia di offrire a Putin l’occasione che forse sta cercando. «Puniremo gli autori, e chiunque c’è dietro», avverte l’Uomo del Cremlino, dando quasi per scontato un “mandante” che può portare lontano dalla Madre Russia ferita a morte.

Washington aveva avvisato del pericolo, e scagiona subito l’alleato Zelensky. Gli 007 di Kiev parlano di un «auto-attentato». La matrice interna non pare la pista preferita dal Cremlino. Si fa strada la pista jihadista, con una rivendicazione dell’Isis sul web. Ma tutto è possibile, anche se la geometrica…

È davvero il Bataclan di Mosca, questo massacro in un teatro della capitale russa. In un venerdì nero in cui avanzano mostri ovunque, come nel più macabro dei videogame, questa carneficina precipita il mondo in un abisso di cui non si vede più il fondo.

E come già accadde in un altro tempo e in un altro teatro — il Dubrovka, che nell’ottobre 2002 fu il pretesto per accelerare l’annientamento della resistenza cecena — anche questo bagno di sangue rischia di offrire a Putin l’occasione che forse sta cercando. «Puniremo gli autori, e chiunque c’è dietro», avverte l’Uomo del Cremlino, dando quasi per scontato un “mandante” che può portare lontano dalla Madre Russia ferita a morte.

Washington aveva avvisato del pericolo, e scagiona subito l’alleato Zelensky. Gli 007 di Kiev parlano di un «auto-attentato». La matrice interna non pare la pista preferita dal Cremlino. Si fa strada la pista jihadista, con una rivendicazione dell’Isis sul web. Ma tutto è possibile, anche se la geometrica potenza dell’attentato — un commando di cinque uomini, armati di mitra e di esplosivi, a volto scoperto e in uniforme militare — si presta alle interpretazioni più gravide di conseguenze.

“Mad Vlad” ha appena ottenuto nelle urne il plebiscito che cercava. Ora gli basterebbe evocare una “matrice esterna” — i servizi segreti di Kiev, oppure quelli lituani, se non addirittura la Cia — e il gioco per Mosca sarebbe fatto. La vendetta contro l’Ucraina sarebbe inesorabile, fino a contemplare il ricorso al nucleare tattico.

E una mossa del genere, ove mai ci si arrivasse, porrebbe l’Occidente di fronte alla più terribile delle scelte. Reagire, ma come? È spaventoso anche solo pensarlo, ma in questo grand-guignol cosa ci vieta di temere che quelle raffiche di kalashnikov sparate tra le quinte del Crocus City Hall nella capitale moscovita possano persino diventare i colpi di pistola con i quali Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914, uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando e innescò la Prima Guerra Mondiale?

Capiremo meglio le implicazioni di questa immane tragedia, che coglie l’Occidente ancora più inadeguato e impreparato. Bastano poche ore per riportare indietro di qualche altro secolo la Storia. E noi ci stiamo riuscendo, sempre più impauriti del futuro e prigionieri del passato e del tempo, della geografia e dei confini. Ciascuno rivendica o nega identità e sovranità, pretende o difende memoria e territorio.

E la comunità internazionale esita, balbetta, si volta dall’altra parte, per non vedersi riflessa ed inerte allo specchio mentre tra Est-Ovest e Nord-Sud si preparano altri genocidi, sui quali centinaia di migliaia di morti più tardi si discuterà con calma, all’Aia, in punto di diritto.

Come negli anni Venti del Novecento, vale adesso quello che scrisse allora Isaac J. Singer: “Io elimino te e tu elimini me… io ti massacro oggi, tu mi massacri domani: perché tutti questi ammazzamenti? Non siamo tutti uguali, tutti fratelli?” (La nuova Russia, Adelphi). No, non lo siamo.

Nonostante il resoconto edulcorato di Meloni — più incline a rassicurare il filorusso Salvini che a raccontare la verità — la due giorni del Consiglio Ue ha assunto toni da gabinetto di guerra, con tanto di impegno a sensibilizzare le popolazioni civili sui rischi dell’escalation. E non poteva essere altrimenti, vista la massiccia offensiva russa su dighe e centrali elettriche e l’ammissione del portavoce del Cremlino Peskov, che adesso archivia le formule ambigue («l’operazione militare speciale») e parla per la prima volta di «guerra».

Ma di fronte a questa sfida, ora persino più esasperata dal Bataclan moscovita, l’Europa dimostra ancora una volta i suoi drammatici limiti, a meno che non si voglia considerare un successo il via libera ai nuovi dazi sul grano russo. Il nodo cruciale che i capi di Stato e di governo dell’Unione dovevano sciogliere riguarda il sostegno militare a Kiev. Non l’hanno fatto.

L’emissione di 100 miliardi in eurobond per finanziare le spese per la Difesa — come propone il premier estone Kallas — resta un tabù inviolabile: non siamo «fan» di queste idee, avverte il cancelliere Scholz, che conferma le difficoltà tedesche a tagliare i ponti con Mosca.

L’esproprio di 3 miliardi di capitali russi congelati nelle banche europee per reinvestirli in materiale bellico — come ipotizza l’Alto rappresentante per la politica estera Josep Borrell — resta un totem intoccabile: i mercati non ne vogliono sapere, temono l’impennata dei prezzi del petrolio.

Rimane la Bei, pronta a investire di più sulla Difesa comune. Ma quando? E quanto? Se ne parlerà un’altra volta. Forse dopo le elezioni europee del 9 giugno, magari quando lo Zar avrà “finito il lavoro” in Ucraina.

A Kiev, sui giornali e nel palazzo presidenziale di Bankova Street, si parla di zrada: tradimento, cioè il progressivo distacco che l’Occidente sta consumando verso l’Ucraina, nonostante quel popolo guardi a noi come si guarda a popoli fratelli (non per caso — nota Oxana Pachlovska su Limes — uno dei più celebri saggi di Czeslaw Milosz si intitola proprio Rodzinna Europa, “L’Europa come famiglia”).

Zelensky continua a chiedere munizioni e missili a lungo raggio, anche se Kiev è già diventata il più grande importatore di armi in Europa e il quarto nel mondo. Nel 2022 la spesa militare globale ha superato i 2 mila miliardi di dollari. Nonostante questo gigantesco processo di riarmo, Usa e Ue faticano a mobilitare le rispettive opinioni pubbliche.

Le ali più estreme, a sinistra e a destra, si compattano in un cupo blocco rosso-bruno, “l’entente populista”, che si è cementato dall’avversione verso il costituzionalismo occidentale e dall’ammirazione per il putinismo russo.

Così non trova ancora soluzioni il grande dilemma di questo tempo del ferro e del fuoco: come dissuadere Putin — senza mandare truppe euroatlantiche sul terreno e innescare il Terzo Conflitto Mondiale — prima che l’Ucraina sia annientata e l’Europa destabilizzata.

Se l’Unione avesse già un suo esercito, forse, la force de frappe comunitaria avrebbe ancora qualche chance. Ma così non dissuadiamo nessuno, mentre all’orizzonte si staglia il fantasma di Trump e soprattutto si rinsalda l’asse delle autocrazie.

Nelle stesse ore in cui a Mosca si consumava l’eccidio e a Bruxelles i leader europei giravano a vuoto, al Palazzo di Vetro dell’Onu Cina e Russia ponevano il veto alla risoluzione americana sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.

Un altro segnale inquietante, che ci sbatte in faccia una volta di più qual è la posta in gioco della fase: la tenuta delle nostre liberaldemocrazie. Che abbiamo smesso da troppi anni di coltivare, di proteggere, di migliorare. Che per questo, oggi, vacillano tremebonde di fronte alle minacce, scambiano la solidarietà con la realpolitik, confondono la pace con la resa unilaterale. L’Europa come terra del Logos e dei Lumi è una conquista di ogni giorno, non è un pasto gratis garantito per sempre.

Per questo, mentre odiamo e ripudiamo la guerra come sta scritto sulla nostra Costituzione, mentre abbiamo il dovere della pace come invoca il presidente della Repubblica Mattarella, dobbiamo avere coscienza di ciò che siamo e di cosa vogliamo. Dobbiamo ricordarci quello che scriveva Albert Camus (La peste), e cioè che le vittorie sui totalitarismi non sono mai definitive, e anche se indebolito quel morbo è sempre in agguato e aspetta solo che il corpo sociale si indebolisca per attaccarlo di nuovo.

Ma per questo, a maggior ragione, non possiamo non dolerci per questa Europa inconsapevole e indecisa a tutto. Non si tratta di seguire Macron, mandando i soldati in trincea. Si tratta di esistere come comunità di destino, nelle ore più buie che viviamo. È ancora la lezione di Singer, nel 1926: «Dobbiamo restare uniti, altrimenti chi siamo?».

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