Oggi il Super Tuesday confermerà la prospettiva di un “re-match” a novembre fra Donald Trump e Joe Biden. E’ uno schema che piace poco agli americani, dicono i sondaggi; che dimostra l’inerzia del sistema politico, incapace di un ricambio generazionale e che lascia aperte incognite importanti. Anzitutto, i vari guai giudiziari per Trump, che ha però ottenuto ieri una (prevedibile) sentenza della Corte Suprema sulla sua candidabilità; e il declino (di età, di consenso) per Joe Biden. Ma così è, in un paese diviso e polarizzato al punto tale da essere ormai definito gli Stati Disuniti d’America.Il paradosso è che l’economia va alla grande.
L’ America, con stimoli fiscali e trainata dall’innovazione tecnologica, ha lasciato indietro l’Europa (rispetto a due decenni fa lo scarto fra la performance delle due aree economiche è impressionante) mentre la tanto annunciata storia dell’imminente “sorpasso” della Cina è che il sorpasso non c’è. Joe Biden, preso in giro per i suoi segni di se…
Oggi il Super Tuesday confermerà la prospettiva di un “re-match” a novembre fra Donald Trump e Joe Biden. E’ uno schema che piace poco agli americani, dicono i sondaggi; che dimostra l’inerzia del sistema politico, incapace di un ricambio generazionale e che lascia aperte incognite importanti. Anzitutto, i vari guai giudiziari per Trump, che ha però ottenuto ieri una (prevedibile) sentenza della Corte Suprema sulla sua candidabilità; e il declino (di età, di consenso) per Joe Biden. Ma così è, in un paese diviso e polarizzato al punto tale da essere ormai definito gli Stati Disuniti d’America.Il paradosso è che l’economia va alla grande.
L’ America, con stimoli fiscali e trainata dall’innovazione tecnologica, ha lasciato indietro l’Europa (rispetto a due decenni fa lo scarto fra la performance delle due aree economiche è impressionante) mentre la tanto annunciata storia dell’imminente “sorpasso” della Cina è che il sorpasso non c’è. Joe Biden, preso in giro per i suoi segni di senilità, ha creato una quantità di posti di lavoro e ha tutto sommato gestito bene la ripresa post-Covid: al di là dell’Atlantico, peraltro, la vitalità della società conta molto più del governo. Resta una specie di dissonanza cognitiva: la buona performance dell’economia non aiuta le sorti elettorali di Joe Biden, perché una maggioranza degli elettori ritiene comunque di avere minore potere di acquisto di quattro anni fa (l’effetto a lungo termine di un’inflazione ormai dimezzata e sotto controllo), perché i mutui restano alti e perché una buona fetta della classe lavoratrice americana ritiene che Trump sia più in grado di Biden di gestire l’economia. Vedremo se queste percezioni cambieranno nei prossimi mesi, quando la Federal Reserve dovrebbe tagliare i tassi e quando i cittadini cominceranno a sentire più concretamente segni di miglioramento. Se l’economia va, la politica è polarizzata e di conseguenza paralizzata. Basti guardare al tormentone sul tetto al bilancio. Non è certo una novità; ma la scadenza elettorale del 2024, e il clamoroso ritorno in campo di Donald Trump, trasformano il raffreddore della democrazia americana in una patologia più seria. L’America è sostanzialmente in guerra con se stessa, divisa come mai prima su questioni di identità culturale e valoriale.
Maurizio Molinari: "Nelle elezioni Usa la protagonista è la sfida tra democrazia e populismo"
Abbiamo a che fare con due Americhe, in realtà; divise anche territorialmente, che non si riconoscono come legittime avversarie ma che si sentono nemiche mortali. Non è l’anticamera di una nuova guerra civile o di una secessione, come dicono le voci più pessimiste. Ma certo questa “partizione” indebolisce la maggiore potenza occidentale. All’interno e all’esterno: manca quella base di consenso bipartisan che ha permesso, dal secolo scorso, la leadership internazionale degli Stati Uniti. Se aiuti decisivi all’Ucraina rimangono vittima del gioco elettorale alla Camera, è chiaro che siamo tutti nei guai, da Volodomyr Zelensky agli alleati europei.Donald Trump non è tanto la ragione quanto il sintomo del problema: è tornata a manifestarsi una tradizionale corrente “insularista” dell’opinione pubblica americana, stanca delle guerre in particolare e in generale di sostenere gli oneri di un vecchio ordine liberale ormai in crisi. Trump è in grado di mobilitare questa tentazione isolazionista nei tempi correnti. Tempi in cui, viste le connessioni del sistema economico internazionale, l’isolazionismo tradizionale diventa piuttosto “unilateralismo”, la famosa America-first, combinato a protezionismo. Per la prima volta dopo 70 anni di sondaggi, una lieve maggioranza dei Repubblicani è convinta – registra il Chicago Council on Global Affairs – che all’America convenga restare “fuori” dagli affari del mondo. Maggioranze più consistenti, sia fra i Repubblicani che i Democratici, ritengono che gli Stati Uniti abbiano già dato troppi aiuti all’Ucraina, che alla fine è un problema europeo. Mentre lo scontro israeliano a Gaza indebolisce soprattutto Biden fra la comunità arabo-americana, importante in uno Stato in bilico come il Michigan. E’ un altro bel paradosso: l’America vuole distaccarsi dagli affari del mondo, ma gli affari del mondo, che in genere contano poco nell’esito elettorale, tenderanno a pesare su queste elezioni americane. La politica estera divide, come quella interna: sulla Cina soltanto, c’è una misura di accordo bipartitico.Sono questi i dati da tenere d’occhio, dal punto di vista del Vecchio Continente. Quale che sia lo scenario – chiunque vinca elezioni in cui non votiamo ma che guardiamo come se votassimo – quella corrente di opinione “insularista” esisterà. E l’Europa ha tutto l’interesse a capire che un’epoca è davvero finita.
La Pax America è in crisi non perché sia sfidata da potenze autoritarie o perché il potere, nel mondo, si sia diffuso e frammentato. Tutto questo conta, naturalmente. Ma conta soprattutto che una parte rilevante dell’America non possa o non voglia (alla fine il risultato è lo stesso) restare il garante primario di un ordine internazionale in declino. Per noi europei significa fare i conti seriamente con la sicurezza, la difesa comune e i costi relativi: la Strategia europea per l’industria della difesa, presentata oggi, è un passo in questo senso. Che tuttavia non basterà se gli Stati nazionali, con due guerre ai confini, non ne faranno insieme molti altri.