Il nemico ignorato
di Gianni RiottaBastava evocare il “Pupazzo” per terrorizzare i soldati russi in Afghanistan, durante la guerra contro i Mujahideen, 1979-1989, centomila vittime fra i sovietici, duecentomila fra gli afghani, tra morti e feriti. Quando un soldato di Mosca era catturato, i miliziani islamici lo accecavano, mutilavano degli arti, gettandolo da “pupazzo” in strada, spesso castrato, lasciandogli la lingua a mendicare il colpo di grazia. Nel saggio Afgantsy (Oxford University Press) Rodric Braithwaite racconta invece del capo afghano che evirava i russi, scorticandone la pelle a rasoiate e abbandonandoli in agonia in un campo minato.
La saga di quelle torture si tramanda, da allora, in ogni caserma russa e le sevizie inflitte ai detenuti in mano ai gendarmi, dopo la feroce strage della sala da concerti Crocus, mostrano quanto indelebile sia la Storia del sangue e quanto i social media la perpetuino fino a noi. Mutilazioni, attentati, rappresaglie testimoniano di una jihad fra musulmani e cristiani ortodos…
Bastava evocare il “Pupazzo” per terrorizzare i soldati russi in Afghanistan, durante la guerra contro i Mujahideen, 1979-1989, centomila vittime fra i sovietici, duecentomila fra gli afghani, tra morti e feriti. Quando un soldato di Mosca era catturato, i miliziani islamici lo accecavano, mutilavano degli arti, gettandolo da “pupazzo” in strada, spesso castrato, lasciandogli la lingua a mendicare il colpo di grazia. Nel saggio Afgantsy (Oxford University Press) Rodric Braithwaite racconta invece del capo afghano che evirava i russi, scorticandone la pelle a rasoiate e abbandonandoli in agonia in un campo minato.
La saga di quelle torture si tramanda, da allora, in ogni caserma russa e le sevizie inflitte ai detenuti in mano ai gendarmi, dopo la feroce strage della sala da concerti Crocus, mostrano quanto indelebile sia la Storia del sangue e quanto i social media la perpetuino fino a noi. Mutilazioni, attentati, rappresaglie testimoniano di una jihad fra musulmani e cristiani ortodossi, che già Tolstoj ritrasse nelle gesta raccapriccianti della novella Hadji Murat (Feltrinelli), filtrata dal XIX al XXI secolo con intatta durezza.
Il presidente russo Vladimir Putin, appena rieletto in pompa magna, aveva irriso il monito che, con l’accordo di Joe Biden, l’intelligence Usa gli aveva girato su possibili attentati Isis nel paese, fino a sconsigliare ai cittadini Usa le sale da spettacolo. Il suo portavoce Peskov preferiva, in quei giorni, chiamare finalmente “guerra” l’invasione dell’Ucraina, il ministro della Difesa Šojgu rivendicare tre nuove armate da mobilitare sul fronte orientale, ma era la campana del fondamentalismo islamico a rintoccare.
La campagna di repressione casa per casa in Cecenia, i combattimenti in Siria, a sostegno del dittatore alawita Bashar al Assad, figlio dell’Hafiz al Assad, che nel febbraio 1982 sterminò 45.000 musulmani ad Hama, città ribelle, l’assedio ai Mujahideen voluto dal presidente Breznev, erano scomparsi dalle strategie di Putin, ossessionato dalla sfida agli occidentali, americani imperialisti, vassalli europei. Le doppiezze russe, e cinesi, all’Onu sulla guerra a Gaza tra Hamas e Israele, l’ambigua attenzione ai diritti umani per frenare, in realtà, la diplomazia per il cessate il fuoco di Washington, riportano all’antica tattica leninista del “nemico principale”: prima di tutto battersi contro le democrazie.
Anche il presidente francese Emmanuel Macron prova a spiegare ai russi che l’orribile attacco a Mosca non può attribuirsi a dissennata provocazione ucraina, indicandone la matrice fondamentalista, per ricondurre il Cremlino alla Realpolitik che, dietro la maschera da duro, Putin ha, da tempo, smarrito, posseduto dalla logica della I° Guerra Globale che la disinformazione degli untori, siti come “Il Corrispondente”, lacchè come Nicolai Lilin, diffonde servile. Anche il presidente Barack Obama aveva sottovalutato, davanti a Isis, quella che la scuola storica francese delle Annales chiama “Longue durée”, la lunga durata di un fenomeno, con troppa fretta paragonando i guerriglieri islamici a “squadretta di dilettanti da liceo”, smarrendone radicamento culturale, sociale, politico, religioso.
Tocca adesso all’ex agente del Kgb sovietico, Putin, rifare gli errori che i suoi superiori commisero a Kabul mezzo secolo fa, visto che fu proprio il capo dello spionaggio, Yuri Andropov, a progettare la disastrosa invasione dell’Afghanistan. Eppure, come sempre, Isis non aveva celato le mire e, dopo l’attacco di Putin a Kiev, nel 2022, aveva proclamato dal settimanale “al-Naba”: “Tra cristiani ortodossi russi e ucraini scoppia la Guerra Civile dei Crociati, esempio della eterna punizione divina che cadrà addosso a loro e agli Usa”. Su Mosca e Washington il giornale di Isis invocava “Allah rendi sanguinose le battaglie degli infedeli, semina discordia nei loro cuori, vendicaci e tormentali” facendo concludere presaghi, nel maggio scorso, agli studiosi Lucas Webber, Riccardo Valle e Colin Clarke, sulla rivista Foreign Policy: “Lo Stato Islamico ha un nuovo nemico, la Russia”. Nemico giurato che Putin, accecato dall’odio antidemocratico, ha ignorato, fino al rogo atroce del Crocus, sole 13 miglia dal Cremlino.