Aveva solo 43 anni quando le Brigate Rosse lo uccisero (trentanove anni fa) nel parcheggio della facoltà di Economia e Commercio di Roma. Ezio Tarantelli fu immediatamente ricordato dai suoi studenti in una lettera diffusa in facoltà con queste parole: “ci ha seguito con affetto e con estremo senso di responsabilità per il suo lavoro. Egli ci ha insegnato a lavorare seriamente per ciò in cui crediamo, introducendoci allo studio dell’economia esercitando il nostro senso critico ma soprattutto educandoci al rispetto delle idee altrui…”.
Tarantelli si era occupato del rapporto tra salari e produttività. Uno dei suoi contributi fu la “wage-led growth salary” sostenendo che salari più alti possono aumentare la produttività del lavoro, poiché possono motivare i lavoratori a essere più efficienti e ad investire di più nella propria formazione e capacità. Era convinto, con coraggio, che il ruolo degli economisti e dei ricercatori fosse quello di “riformatori sociali” e con quella postura offr…
Aveva solo 43 anni quando le Brigate Rosse lo uccisero (trentanove anni fa) nel parcheggio della facoltà di Economia e Commercio di Roma. Ezio Tarantelli fu immediatamente ricordato dai suoi studenti in una lettera diffusa in facoltà con queste parole: “ci ha seguito con affetto e con estremo senso di responsabilità per il suo lavoro. Egli ci ha insegnato a lavorare seriamente per ciò in cui crediamo, introducendoci allo studio dell’economia esercitando il nostro senso critico ma soprattutto educandoci al rispetto delle idee altrui…”.
Tarantelli si era occupato del rapporto tra salari e produttività. Uno dei suoi contributi fu la “wage-led growth salary” sostenendo che salari più alti possono aumentare la produttività del lavoro, poiché possono motivare i lavoratori a essere più efficienti e ad investire di più nella propria formazione e capacità. Era convinto, con coraggio, che il ruolo degli economisti e dei ricercatori fosse quello di “riformatori sociali” e con quella postura offriva analisi e proposte per costruire un paese più giusto. Nel 1975 era stata introdotta la scala mobile, ovvero l’adeguamento automatico dei salari ai prezzi per tutti i settori (punto unico di contingenza) e a scadenze ravvicinate. Nel 1977 l’inflazione arrivò al 27%. Si era generata la spirale di crescita prezzi-salari in cui, progressivamente, l’inflazione cresceva ed erano i salari a perdere terreno. Per Tarantelli era doveroso mettere insieme Lavoro, Capitale e Governi su obiettivi comuni e fermare l’inflazione che arricchiva la rendita a danno dei salari. E interrompere quei “riti propiziatori” per cui ognuno faceva un gioco a sé per cui Confindustra chiedeva la svalutazione “competitiva” che grazie ai compianti cambi flessibili (fino allo Sme nel 1979), che deprezzavano la lira e consentivano di esportare i nostri prodotti a minor prezzo (“dopando” un sistema produttivo e rinviando la sfida dell’innovazione e della qualità). Il sindacato che giustamente chiedeva di recuperare il potere di acquisto dei salari e i governi si sentivano irresponsabili rispetto alle politiche fiscali e tariffarie. Responsabilizzare le imprese, il lavoro organizzato e i governi su obiettivi comuni resta la sfida ancora aperta, ancora attuale per modernizzare il paese, renderlo più equo e capace di affrontare le transizioni in corso. Condividere gli obiettivi comuni di riduzione dell’inflazione era un modo per sterilizzare quell’ulteriore effetto redistributivo che spostava ricchezza dai salari alla rendita. In quei venti anni l’inflazione in Italia passò dal dal 21% nel 1980 al 5% nel 1987 e dal 6,5% nel 1990 all’1,7% nel 1999. Furono i risultati di accordi sindacali, tassi di cambio meno flessibili (sme) e dell’intervento della Banca d’Italia di Ciampi su circolazione monetaria attraverso i tassi di interesse.
Negli ultimi anni abbiamo visto in tutta Europa e soprattutto in Italia le difficoltà di difendere il salario reale dall’inflazione.
La lezione indimenticabile di Tarantelli e della scuola di Federico Caffè resta che le riforme vanno fatte con il coraggio dei riformatori, virtù che sconta spesso la solitudine, lontano dal finto consenso populista costruendo alleanze su prospettive reali, indicando gli obiettivi, la direzione per centrarli senza mai sorvolare gli impegni e i costi da mettere in conto.
Con la laicità e la libertà che il mondo accademico deve offrire. Era iscritto al Pci, collaborava con la Cisl di Pierre Carniti e con la Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi.
Il nostro paese ha ancora bisogno di intellettuali veramente liberi e riformisti. Anzi, oggi ne ha bisogno più che mai.
Tarantelli non aveva paura, con onestà intellettuale cercava un punto di rottura nei meccanismi del capitalismo che scaricavano sul lavoro gli aumenti dei prezzi e delle rendite.
Costruire un abbraccio ideale con le finalità (anche al netto dei metodi) della lotta armata non è solo sbagliato, è un falso storico.
Il terrorismo fu il tentativo di azzerare qualsiasi spazio di dialogo nel paese come precondizione per qualsiasi vera riforma. Fu battuto dalla FLM nelle fabbriche e dai democratici di tutte le forze politiche. Non c’erano idee buone e metodi sbagliati. C’erano idee e parole folli e metodi criminali.
Per i terroristi Tarantelli era un “servo dello stato borghese e del capitalismo”. Il suo vile assassinio fu rivendicato con un documento di 70 pagine dense di farneticazioni, dove non si rinvengono “grandi ideali” ma la follia cieca dell’ignoranza dell’estremismo da sempre viziato dal potere.
Il figlio Luca appresa la notizia riuscì solo a dire: «Dobbiamo andare avanti. Le nostre vite devono continuare». Io, aggiungo, ci sia almeno risparmiato di confondere la libertà e il coraggio dei riformisti come Tarantelli con il narcisismo senile degli intellettuali da talk di oggi.