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Ambizione centrista già divisa a metà

Matteo Renzi ed Emma Bonino (ansa)

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La condizione ideale resta l’intesa tra +Europa, Azione e Italia Viva. Cioè Bonino, Calenda e Renzi. Più l’arcipelago delle alleanze minori. Ma non sembra proprio che il traguardo sia a portata di mano
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Come il canto delle sirene per i marinai del tempo antico, così oggi i sondaggi rappresentano una lusinga talvolta irresistibile per i politici. Prendiamo ad esempio la “lista di scopo” voluta da Emma Bonino e Riccardo Magi per le elezioni europee. Intitolata agli “Stati Uniti d’Europa”, è fondata sull’ambizione di accelerare il processo d’integrazione. “Vasto programma” avrebbe detto il generale De Gaulle, che non era proprio un sostenitore entusiasta dell’Europa unita.

Peraltro il progetto è di straordinario respiro e da decenni alimenta il sogno o l’utopia che fu di alcuni pionieri, a cominciare da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Anzi, se si vuole dar retta al canto dei sondaggi, la lista è accreditata intorno al 10 per cento: una soglia più che incoraggiante, resa possibile dal sistema proporzionale con cui si voterà in giugno.

Tuttavia c’è una condizione, anzi una premessa: nella lista pro-Europa devono riunirsi tutti i liberal-democratici e liberal-socialisti a vario titolo…

Come il canto delle sirene per i marinai del tempo antico, così oggi i sondaggi rappresentano una lusinga talvolta irresistibile per i politici. Prendiamo ad esempio la “lista di scopo” voluta da Emma Bonino e Riccardo Magi per le elezioni europee. Intitolata agli “Stati Uniti d’Europa”, è fondata sull’ambizione di accelerare il processo d’integrazione. “Vasto programma” avrebbe detto il generale De Gaulle, che non era proprio un sostenitore entusiasta dell’Europa unita.

Peraltro il progetto è di straordinario respiro e da decenni alimenta il sogno o l’utopia che fu di alcuni pionieri, a cominciare da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Anzi, se si vuole dar retta al canto dei sondaggi, la lista è accreditata intorno al 10 per cento: una soglia più che incoraggiante, resa possibile dal sistema proporzionale con cui si voterà in giugno.

Tuttavia c’è una condizione, anzi una premessa: nella lista pro-Europa devono riunirsi tutti i liberal-democratici e liberal-socialisti a vario titolo che non si riconoscono nel bipolarismo all’italiana, rissoso e spesso tentato dalla scorciatoia populista. Per tale obiettivo non serve la fede negli Stati Uniti continentali: è più utile una posizione di Centro, diciamo così, la ricetta privilegiata che rinvia agli anni della cosiddetta Prima Repubblica, non a caso costruita sul proporzionale.

Ma è possibile oggi rimettere insieme i pezzi del mosaico fino a creare una forza che aspira al 10 per cento, equivalente a un discreto numero di parlamentari eletti a Bruxelles (almeno 8)?

Si capisce che la condizione ideale resta l’intesa tra +Europa, Azione e Italia Viva. Cioè Bonino, Calenda e Renzi. Più l’arcipelago delle alleanze minori. Ma non sembra proprio che il traguardo sia a portata di mano.

I dissapori personali sono più forti della convenienza elettorale. Tutti insieme avrebbero la possibilità di avvicinarsi al 10, almeno nel voto europeo. Ma Calenda e Renzi preferiscono rischiare la sconfitta, sfidando la regola del 4 per cento, ossia il quorum minimo indispensabile, piuttosto che ritentare la via dell’intesa tra loro. Il che è forse comprensibile sul terreno dei rancori che non si riassorbono, ma certo è contraddittorio con l’immagine retorica della comune lotta per l’unità europea.

In sostanza, la mela è divisa in due: si presentano insieme Renzi e +Europa, in sintonia con il movimento di “Renew Europe” animato da Sandro Gozi. Viceversa Calenda con Azione segue il suo sentiero parallelo: è accreditato per ora del 4 per cento e quindi, se si votasse oggi, andrebbe a Bruxelles e Strasburgo. Tuttavia è evidente che due formazioni, ciascuna intorno al 4, non sono la stessa cosa di un’unica lista in grado di avvicinarsi al 10 per cento. Ma tant’è: è il limite consueto dei personalismi.

Nel frattempo Renzi si è affrettato a mettere sul tavolo un’iniziativa e non di poco conto: ha attaccato Ursula von der Leyen prevedendo che non sarà rieletta. Di fatto egli vuole dimostrare ai suoi alleati di oggi — probabilmente effimeri — che il leader della neo-formazione è lui.

E in ogni caso nel gioco post-elettorale gli equilibri europei saranno rimessi in discussione, anche nel recinto popolari-socialisti-liberali.

Renzi cerca di inserirsi nella partita, come sempre collocandosi vicino a Macron che ambisce a un successo europeo tale da permettergli di bilanciare le crescenti difficoltà in patria. Il resto lo vedremo nelle prossime settimane. La strada per le liste medie o medio-piccole sarà in salita, come sempre.

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