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Le diseguaglianze ostacolano la crescita

(ansa)

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Non dobbiamo abituarci a una povertà elevata e strutturale. Dobbiamo combatterla. E non pensare che la crescita dell’occupazione possa automaticamente farla abbassare. Sono i dati a dimostrarlo. La povertà assoluta ha colpito nel 2023 il 9,8% della popolazione, secondo l’Istat. È stabile rispetto all’anno precedente. Come mai resta stabile, nonostante il numero di poveri sia passato da 5 milioni 674 mila a 5 milioni 752 mila? Perché l’incremento che sembra esserci nei dati non è significativo statisticamente.

La stabilità non è, però, una buona notizia. Perché dopo che la povertà assoluta era raddoppiata nel 2012 e triplicata per minori e giovani, non siamo mai più tornati ai livelli precedenti. Anzi, questa è cresciuta ulteriormente nel 2020, a seguito della pandemia, e nel 2022.

Era stata la crisi del 2008-2009 a creare i presupposti per il balzo storico della povertà in Italia. Balzo che non avvenne contestualmente alla diminuzione dell’occupazione. La crisi si era protratta. E co…

Non dobbiamo abituarci a una povertà elevata e strutturale. Dobbiamo combatterla. E non pensare che la crescita dell’occupazione possa automaticamente farla abbassare. Sono i dati a dimostrarlo. La povertà assoluta ha colpito nel 2023 il 9,8% della popolazione, secondo l’Istat. È stabile rispetto all’anno precedente. Come mai resta stabile, nonostante il numero di poveri sia passato da 5 milioni 674 mila a 5 milioni 752 mila? Perché l’incremento che sembra esserci nei dati non è significativo statisticamente.

La stabilità non è, però, una buona notizia. Perché dopo che la povertà assoluta era raddoppiata nel 2012 e triplicata per minori e giovani, non siamo mai più tornati ai livelli precedenti. Anzi, questa è cresciuta ulteriormente nel 2020, a seguito della pandemia, e nel 2022.

Era stata la crisi del 2008-2009 a creare i presupposti per il balzo storico della povertà in Italia. Balzo che non avvenne contestualmente alla diminuzione dell’occupazione. La crisi si era protratta. E così le famiglie avevano iniziato a dare fondo ai risparmi, e a indebitarsi, per mantenere lo stesso standard di vita, fino a quando non ce l’hanno fatta più. E una parte è caduta in povertà. I dati Istat ci dicono due cose. Primo. Non c’è automatismo tra aumento di occupati e riduzione della povertà. Infatti, il numero di occupati è cresciuto nel 2023 di 474 mila unità. Neanche questo incremento è bastato a farla diminuire. Ha solo garantito la sua stabilità.

Secondo. L’occupazione è cresciuta tra i lavoratori dipendenti di 419 mila unità. Ma, nonostante questo, la povertà è aumentata significativamente proprio tra le famiglie con a capo lavoratori dipendenti, in particolare operai. Cioè tra loro sono aumentati i working poor.

Ma cerchiamo di capire perché. Perché dipende da quali lavori sono cresciuti, più o meno a basse mansioni, e se tra le persone a rischio povertà, oppure no. E soprattutto, dipende da che succede dei salari.

La crescita dell’occupazione si è concentrata tra gli ultracinquantenni. Che non risultano essere la popolazione per età più a rischio di povertà. E ha toccato meno la fascia giovanile, che è proprio quella che ha il rischio di povertà più elevato. Dei 474 mila occupati in più , 412mila erano ultracinquantenni ,di cui 70 mila sopra i 65 anni .

Inoltre, il 2023 è stato un anno che ha messo a dura prova i lavoratori con bassi salari e le loro famiglie, perché seppure si è determinato un rallentamento dell’aumento dei prezzi, si è raggiunto comunque il 5,7% di tasso di inflazione , che si è cumulato all’incremento ben più alto dell’anno precedente. Le famiglie con redditi più bassi hanno, per di più, subito tassi di inflazione più alti. La dinamica dei salari non solo non è agganciata a quella dei prezzi, come succede anche se con rivalutazioni a volte parziali per le pensioni, ma è pressocché ferma da molti anni. E la contrattazione arranca in molti settori. Ecco alcuni motivi per cui il cospicuo aumento di occupazione non si è tradotto in diminuzione della povertà.

Difficile che il 2024 possa rappresentare una svolta positiva. Visto che la platea raggiunta dal reddito di cittadinanza è stata notevolmente ridimensionata con le nuove misure. Certo è che ci si deve occupare di un problema che sta diventando strutturale, dato che sono passati 11 anni dal più che raddoppio della povertà. E non lo si può fare, né rimuovendo il problema, né riducendo la platea degli aventi diritto a un sostegno. Non solo perché non è etico, ma perché non serve al Paese. Le diseguaglianze ostacolano la crescita.

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