Ai terroristi la musica non piace, o forse peggio, vogliono eliminarla dalla faccia della terra perché ne intuiscono la profonda delicatezza, percepiscono quel potere quasi magico di unire, di connettere tra di loro gli esseri umani, sanno bene che la musica è nella sua intima essenza portatrice di pace e per questo la odiano, per questo a volte scelgono di colpire lì, nel cuore della condivisione, nei luoghi in cui la musica viene celebrata, ovvero i famigerati, almeno per loro, concerti. Ce lo ricordiamo bene l’orrore scatenato nel novembre del 2015 dalla strage al Bataclan di Parigi, poi l’attacco a Manchester in occasione del concerto di Ariana Grande, anche il massacro di Hamas del 7 ottobre scorso si è scatenato intorno a un rave, ora a Mosca in una grande sala da concerto, e sempre per colpire cittadini innocenti, inermi, che sono lì per vivere la loro speranza di musica, per abbandonarsi, per cedere alle lusinghe della passione. I terroristi odiano la musica oppure la scelgono…
Ai terroristi la musica non piace, o forse peggio, vogliono eliminarla dalla faccia della terra perché ne intuiscono la profonda delicatezza, percepiscono quel potere quasi magico di unire, di connettere tra di loro gli esseri umani, sanno bene che la musica è nella sua intima essenza portatrice di pace e per questo la odiano, per questo a volte scelgono di colpire lì, nel cuore della condivisione, nei luoghi in cui la musica viene celebrata, ovvero i famigerati, almeno per loro, concerti. Ce lo ricordiamo bene l’orrore scatenato nel novembre del 2015 dalla strage al Bataclan di Parigi, poi l’attacco a Manchester in occasione del concerto di Ariana Grande, anche il massacro di Hamas del 7 ottobre scorso si è scatenato intorno a un rave, ora a Mosca in una grande sala da concerto, e sempre per colpire cittadini innocenti, inermi, che sono lì per vivere la loro speranza di musica, per abbandonarsi, per cedere alle lusinghe della passione. I terroristi odiano la musica oppure la scelgono con agghiacciante e fredda lucidità come luogo ideale per amplificare il terrore, per renderlo insensato, catastrofico, definitivo.
La musica è un simbolo e come tale va spezzato, distrutto, cancellato a colpi di arma da fuoco, va annullato con la morte, come a dire: non potete mai sentirvi tranquilli, non potete rilassarvi, possiamo colpirvi in ogni momento, anche quando pensate di essere al sicuro, nelle braccia candide ed empatiche della musica. È un accanimento che ha ragioni profonde. I concerti sono l’unica rappresentazione di massa in cui neanche a livello ludico ci sia una contrapposizione.
Nei concerti nessuno è contro nessuno, neanche per gioco, sono tutti dalla stessa parte. La squadra che gioca è una sola e persegue lo stesso scopo. Basta questo a infastidire chi del conflitto si nutre. E c’è qualcosa di ancora più profondo e radicato nell’estremismo islamico che condanna a priori la presunta peccaminosa licenziosità della vita musicale vissuta al di fuori del perimetro strettamente spirituale e religioso.
Come dire la musica nel suo significato più laico e non confessionale è di per sè diabolica e come tale va censurata, distrae i giovani dai veri valori, porta corruzione e decadenza. Non dimentichiamo che la musica fu oggetto di condanna fin dalla rivoluzione islamica portata in Iran da Khomeini nel 1979. La musica andava conenuta e limitata, e ovviamente del tutto proibita alle donne se solo c’era un sospetto di seduttività, di sensualità. È una storia antica che si ripete. La musica fa paura quando porta libertà, spaventa i singoli individui e i regimi, faceva paura al protagonista del romanzo di Tolstoj La sonata a Kreutzeril quale temeva che la moglie potesse innamorarsi del violinista, soggiogata dal potere demoniaco di quel pezzo di Beethoven, faceva paura ai nazisti, che combattevano il jazz come se fosse la negazione di ogni forma di ordine e disciplina, otre che ovviamente per la sua appartenenza alla cultura afroamericana, fa paura a tutti quelli che non accettano la libertà. E invece è proprio quello che la musica ci insegna, come ci diceva alla sua geniale maniera Lucio Dalla in Com’è profondo il mare: “è chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce, e come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare, com’è profondo il mare, certo, chi comanda, non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”.
E così è la musica. Nessuno potrà mai ucciderla.