Pd e FdI, chi sta fermo cresce
di Stefano FolliFinché saranno permessi dalla legge e non preclusi nell’ultimo periodo prima del voto in base alla bizzarra normativa italiana, i sondaggi restano il mezzo migliore, se non l’unico, per capire dove tira il vento. Quello di Pagnoncelli (Ipsos-Euronews) appena pubblicato dal Corriere della Sera ci racconta un’Italia alquanto cristallizzata. I voti si spostano soprattutto all’interno degli schieramenti: per cui travasi significativi fra destra e sinistra o viceversa non se ne vedono. Invece, all’interno dei due campi, qualcosa si muove e ne traggono vantaggio i due partiti più grandi.
Quindi Fratelli d’Italia si rafforza a destra e il Pd fa lo stesso a sinistra. È la logica del maggioritario che s’impone anche in una tipica elezione con metodo proporzionale, come è quella per il Parlamento europeo. S’intende, la strada per le urne è ancora lunga e cosparsa di trappole, ma questi dati sono abbastanza significativi.
Si era speculato sul possibile sorpasso del Pd a opera dei seguaci di Co…
Finché saranno permessi dalla legge e non preclusi nell’ultimo periodo prima del voto in base alla bizzarra normativa italiana, i sondaggi restano il mezzo migliore, se non l’unico, per capire dove tira il vento. Quello di Pagnoncelli (Ipsos-Euronews) appena pubblicato dal Corriere della Sera ci racconta un’Italia alquanto cristallizzata. I voti si spostano soprattutto all’interno degli schieramenti: per cui travasi significativi fra destra e sinistra o viceversa non se ne vedono. Invece, all’interno dei due campi, qualcosa si muove e ne traggono vantaggio i due partiti più grandi.
Quindi Fratelli d’Italia si rafforza a destra e il Pd fa lo stesso a sinistra. È la logica del maggioritario che s’impone anche in una tipica elezione con metodo proporzionale, come è quella per il Parlamento europeo. S’intende, la strada per le urne è ancora lunga e cosparsa di trappole, ma questi dati sono abbastanza significativi.
Si era speculato sul possibile sorpasso del Pd a opera dei seguaci di Conte. Ma, a dar retta al sondaggio, non è così: anzi, il M5S cede oltre un punto, vale a dire proprio i consensi che guadagna Elly Schlein. Ora la distanza fra i due partiti è di oltre il 4 per cento: una “forbice”, come si dice, più rassicurante per il gruppo dirigente dei democratici.
A cosa si deve il nuovo scenario? Si potrebbe azzardare l’ipotesi che i toni troppo stentorei, uniti alla povertà dei contenuti, cominciano a stancare. Il populismo morbido del Pd guadagna simpatie, sempre all’interno del recinto del centrosinistra, rispetto al populismo aggressivo dei 5S.
Chissà se e quanto influisce la vicenda scandalosa dei superbonus edilizi e dei 170 miliardi e più dissipati dalle casse statali. È un tema che imbarazza anche il Pd, all’epoca al governo con gli ex “grillini”, e senza dubbio tocca fino a oggi pure i partiti del centrodestra (vedi Forza Italia), tutti a vario titolo ingolositi dalla gigantesca torta. Ma il padre di quei provvedimenti e degli abusi che ne sono derivati, era Giuseppe Conte. L’allora premier lo ha rivendicato, non come sperpero ovviamente, bensì come geniale trovata per rilanciare l’economia.
E in fondo un altro cavallo di battaglia dei 5S, il “pacifismo” filo-russo rispetto alla guerra in Ucraina, non porta voti a Conte: almeno non nella misura sperata. Ora che la crisi internazionale è peggiorata, si tende a riporre maggiore fiducia nei partiti più grandi.
Può essere una spiegazione. Di sicuro non sembra che il Pd abbia messo in campo una strategia innovativa per attrarre voti. Deve solo stare fermo e non fare gravi errori per dimostrare i limiti della politica e delle ambizioni del M5S.
E infatti FdI, sul versante destro, vive la stessa condizione. A Giorgia Meloni basta non commettere errori fatali per rafforzarsi nel perimetro del centrodestra e tenere a bada la Lega di Salvini, lentamente erosa a vantaggio di Forza Italia, con Tajani “uomo tranquillo”, nonché centrista democristiano, idoneo a gestire le crisi internazionali senza colpi d’ala, ma altresì senza scivolate.
In sostanza i due blocchi principali tengono le loro posizioni, con il centrodestra in vantaggio. Se saranno questi i dati in giugno, vorrà dire che il centrosinistra non ha ancora trovato l’arma per scardinare il potere della destra. Elly Schlein uscirebbe dalle urne “senza infamia e senza lode”: troppo debole per impostare l’alternativa, non abbastanza debole per incoraggiare un colpo di Stato interno volto a sostituirla. E a destra Giorgia Meloni sarebbe più forte nella sua coalizione, ma forse non abbastanza per imporre le riforme costituzionali.