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Il filo nero della destra

Tutto torna. Meloni riparte dalla lezione dei “Padri nobili”. Il suo modello di premierato è persino più forte di quello berlusconiano
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C’è un filo nero che unisce le azioni e le omissioni della destra di oggi a quella di ieri, o persino dell’altroieri. Le ultime misure sulla giustizia, varate o annunciate da un Guardasigilli prigioniero di un inferiority complex misto a spirito di rivalsa verso i suoi ex colleghi togati, riflettono un’intenzione chiarissima. Non quella di rendere finalmente più rapidi i tempi dei processi, come chiedono i cittadini esasperati. Ma solo di punire uno dei poteri dello Stato, il giudiziario, in grado di intralciare l’unico altro potere dello Stato che oggi conta in Italia: l’esecutivo. A cos’altro serve l’ennesimo “pacchetto Nordio”, se non a umiliare una magistratura già in parte screditata di suo, che di tutto avrebbe bisogno fuorché di finire sotto le forche caudine dei “test Minnesota”, la foglia di fico usata dal ministro per dire che all’estero “così fan tutti”?

La verità è un’altra: obbligare adesso le toghe a rispondere a 567 quiz “psicometrici” per profilarne la personalità è s…

C’è un filo nero che unisce le azioni e le omissioni della destra di oggi a quella di ieri, o persino dell’altroieri. Le ultime misure sulla giustizia, varate o annunciate da un Guardasigilli prigioniero di un inferiority complex misto a spirito di rivalsa verso i suoi ex colleghi togati, riflettono un’intenzione chiarissima. Non quella di rendere finalmente più rapidi i tempi dei processi, come chiedono i cittadini esasperati. Ma solo di punire uno dei poteri dello Stato, il giudiziario, in grado di intralciare l’unico altro potere dello Stato che oggi conta in Italia: l’esecutivo. A cos’altro serve l’ennesimo “pacchetto Nordio”, se non a umiliare una magistratura già in parte screditata di suo, che di tutto avrebbe bisogno fuorché di finire sotto le forche caudine dei “test Minnesota”, la foglia di fico usata dal ministro per dire che all’estero “così fan tutti”?

La verità è un’altra: obbligare adesso le toghe a rispondere a 567 quiz “psicometrici” per profilarne la personalità è solo un altro modo più furbo per ridicolizzare i calzini celesti del giudice Mesiano, e per confermare la “sentenza definitiva” che su quella categoria già tranciò l’Unto del Signore nel settembre 2003: «I giudici sono matti, sono mentalmente disturbati». E a cos’altro porta la già minacciata separazione delle carriere tra giudicanti e inquirenti, se non a un malcelato tentativo di condizionare il lavoro delle procure? Anche qui, la verità è un’altra: la maggioranza è sempre più insofferente al controllo degli organi di garanzia e alla “terzietà” delle istituzioni.

Colpisce la velocità con la quale Giorgia Meloni si è piegata alle basse logiche di scambio. Proprio lei, l’Underdog nata alla militanza politica nel giorno della strage mafiosa di Via D’Amelio e cresciuta a pane e giustizialismo di rito missino, cede ai ricatti degli alleati. Con i forzisti che esigono una becera “contro-rivoluzione” della giustizia, e con i leghisti che pretendono un’Autonomia differenziata e divisiva, la Sorella d’Italia baratta l’elezione diretta del capo del governo. La «madre di tutte le riforme» che le serve a trasformare se stessa nella prima premier votata dal popolo e il suo partito, un tempo estraneo all’arco costituzionale, nella nuova destra “ri-costituente”, patriottica e a-fascista.

Palazzo Chigi val bene qualche giro di giostra. Non solo a Bruxelles o a Washington, dove Meloni come Zelig si plasma e si modella sugli interlocutori, diventando di volta in volta vonderleyeniana e baideniana, orbanista o macronista. Ma anche a Roma, dove si nasconde dentro al tailleur non solo per irridere l’opposizione (già capacissima di irridersi da sola), ma anche per non celare ai suoi elettori che di autenticamente “nuovo” la sua destra nazionale non ha proprio nulla. Al contrario — tra campagne infamanti orchestrate per mascariare il comune di Bari a due mesi dal voto e memorie selettive attivate per cancellare il fascismo dall’eccidio delle Fosse Ardeatine — ricalca tutti i vizi peggiori di quella vecchia.

Lo sappiamo. In principio fu il Piano di Rinascita. Nel suo programma massonico Licio Gelli manometteva le fondamenta della Costituzione. Da un lato, prevedeva l’elezione diretta del presidente del Consiglio da parte della Camera. Dall’altro lato, disponeva la separazione delle carriere di giudici e pm, l’assoggettamento del Csm al Parlamento, la responsabilità civile e gli esami psico-attitudinali per le toghe, il divieto di sentenze “creative” per la Consulta. Il Venerabile non era uno sprovveduto: il suo progetto di rottamazione costituzionale era al servizio di un disegno preciso, che doveva traghettare la democrazia di diritto verso una dittatura di fatto.

Con questi obiettivi, in parte addolciti, l’allievo Silvio Berlusconi riprendeva vent’anni dopo gli insegnamenti del Grande Maestro. Con la riforma costituzionale del 2001 rilanciava il “Premierato Forte”, che squilibrava la bilancia dei poteri a tutto vantaggio del capo del governo, il cui nome era indicato sulla scheda elettorale. Con la riforma Castelli rivoluzionava la giustizia, ripescando via via la separazione delle carriere, i test psico-attitudinali, la riorganizzazione del Csm.

Anche il Cavaliere sapeva il fatto suo: gli stava a cuore scardinare la “Costituzione sovietica” e sostituirla con la “Costituzione carismatica”, snaturata fino a introiettare una volta per tutte l’anomalia del suo smisurato conflitto di interessi. L’Uomo di Arcore era stato pur sempre la tessera numero 1816 della Loggia P2: con garbo, ma è bene ricordarlo, ora che libri e fiction lo celebrano “Santo Subito”, beandosi dei suoi ultimi scritti su Forza Italia “partito del cuore, dell’amore e di Dio”.

Tutto torna. Meloni riparte dalla lezione dei “Padri nobili”. Il suo modello di “Premierato” è persino più forte di quello berlusconiano. Con la trappola della “governabilità” — come scrive Gustavo Zagrebelsky — la riforma svilisce la partecipazione democratica a un unico “gesto”, la scheda col nome del premier depositata nell’urna. Per il resto, delega l’Eletto vincitore a fare ciò che vuole per cinque anni (fregandosene del Parlamento e scegliendosi il suo presidente della Repubblica, i suoi giudici costituzionali, i suoi consiglieri del Csm). E costringe tutti gli altri perdenti a “farsene una ragione”. Come amano ripetere i Fratelli d’Italia, ai microfoni dei tg indottrinati o nei salotti televisivi addomesticati.

A completare il quadro, nella Capocrazia di Giorgia, manca giusto il controllo dell’informazione. Anche qui, siamo a buon punto. Persino una storica agenzia di stampa di una Spa controllata dal Tesoro può finire nel ricco carniere di un onorevole leghista già proprietario di tutte le testate-cognate delle destre al comando del Paese. Uno scandalo impensabile in qualunque altra liberaldemocrazia europea (Ungheria a parte) e che invece qui si consuma nell’indifferenza, come fosse un fatto normale.

E sembra ugualmente normale che, dopo uno scrittore come Roberto Saviano, anche uno storico come Luciano Canfora possa finire davanti a una corte penale, querelato dalla premier in persona, solo per aver espresso un’opinione. Un’altra vergogna nazionale, anche questa: non si coglie l’abnorme asimmetria di un processo in cui giganteggia lo strapotere pubblico di un capo di governo — che scende in campo detenendone tutte le leve possibili — di fronte a un singolo, privato cittadino, “armato” solo dei suoi libri e delle sue idee.

Una deriva pericolosa, denunciata proprio da Canfora nel suo ultimo saggio sul fascismo che “non è mai morto”: “È legittimo allarmarsi quando si vedono repliche di quei comportamenti: intimidire l’opposizione con accuse inverosimili o singoli oppositori con raffiche di querele, mettere sotto accusa o delegittimare gli organi di controllo, demonizzare i governi precedenti ventilando commissioni d’inchiesta a getto continuo, monopolizzare l’informazione (pronta per parte sua all’autocensura), progettare di stravolgere l’ordinamento costituzionale. È un sistema di comando che potrebbe definirsi reazionarismo capillare di massa…”. O forse, meglio ancora, autocrazia elettiva e illiberale, che di democratico ha la forma, ma non più la sostanza. Contro tutto questo dovrebbe muoversi e vivere la sinistra, invece di lacerarsi e morire per Marco Tarquinio.

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