Esiste un nesso tra l’ipotesi di rivedere Ursula von der Leyen sulla poltrona di presidente della Commissione Ue e il cammino del premierato in Italia? Al momento nessuno, salvo il fatto che al crocevia c’è sempre Giorgia Meloni. Ma dopo il voto di giugno i due piani potrebbero intrecciarsi in modi persino imprevedibili. Intanto è evidente che per la Von der Leyen le probabilità tendono a ridursi di giorno in giorno. Non tanto per la vicenda Pfeizer e il caso degli sms compromettenti, quanto per la difficoltà oggettiva di combinare tra loro i pezzi del mosaico europeo. È un gioco in cui l’Italia non ha, al momento, molte carte da mettere sul tavolo. Certo, è noto il desiderio della nostra premier di essere accolta nell’ “establishment” continentale, ma occorrono anche le condizioni favorevoli. Per adesso non ci sono, al di là dell’ottimo rapporto personale tra lei e la presidente della Commissione.
Esiste un nesso tra l’ipotesi di rivedere Ursula von der Leyen sulla poltrona di presidente della Commissione Ue e il cammino del premierato in Italia? Al momento nessuno, salvo il fatto che al crocevia c’è sempre Giorgia Meloni. Ma dopo il voto di giugno i due piani potrebbero intrecciarsi in modi persino imprevedibili. Intanto è evidente che per la Von der Leyen le probabilità tendono a ridursi di giorno in giorno. Non tanto per la vicenda Pfeizer e il caso degli sms compromettenti, quanto per la difficoltà oggettiva di combinare tra loro i pezzi del mosaico europeo. È un gioco in cui l’Italia non ha, al momento, molte carte da mettere sul tavolo. Certo, è noto il desiderio della nostra premier di essere accolta nell’ “establishment” continentale, ma occorrono anche le condizioni favorevoli. Per adesso non ci sono, al di là dell’ottimo rapporto personale tra lei e la presidente della Commissione.
La Germania di Scholz si è indebolita rispetto all’era Merkel, mentre il francese Macron, pur fragile in patria, ha sufficiente temperamento per battersi sul terreno dell’Unione, con l’obiettivo di essere il “grande tessitore” della prossima legislatura. In sintesi, nell’orizzonte del presidente francese non c’è un secondo mandato alla Von der Leyen. C’è però il tradizionale accordo con la Germania, sia pure piegato a favore di Parigi, e naturalmente c’è il desiderio di interpretare anche la voce dei paesi mediterranei, quindi Italia e Spagna. Giorgia Meloni, viceversa, nutre ancora l’ambizione di correggere la relazione franco-tedesca fino a ritagliare un ruolo non di pura rappresentanza per sé e per i “conservatori”, magari solo una parte di essi.
Come si vede, lo scenario in cui da Palazzo Chigi si vota per la Von der Leyen resta alquanto improbabile: equivale a immaginare lei, Meloni, in grado di incrinare — grazie al consenso elettorale raccolto in giugno — gli equilibri su cui si regge l’Unione. È una premessa indispensabile. Un governo di centrosinistra sarebbe contento di aggiungersi a Francia e Germania; un governo di centrodestra deve dimostrare al suo elettorato di aver modificato quell’assetto. Ne deriva che Macron non ha interesse ad agevolare le ambizioni della premier italiana. Al contrario, ha interesse a ridimensionarla. Vedremo come si svolgerà il confronto: prima, è ovvio, sarà necessario guardare nelle urne e contare i suffragi. Ciò non significa che qualche riflessione non sia in corso già ora all’Eliseo e dintorni. Il fatto che il nome di Mario Draghi sia ricorrente — come presidente della Commissione ovvero, con maggiore probabilità, del Consiglio europeo — dice molto.
E qui si viene al tema del “premierato”. Ricco d’incongruenze, a cominciare dalla tuttora indefinita legge elettorale, il progetto del governo è comunque arrivato in Commissione. È ovvio che siamo solo ai primi passi, visto che a contare sono le quattro letture in aula, tutte da fare e ancora lontane. Tuttavia si tratta di un messaggio agli elettori. Giorgia Meloni vuole un argomento forte per dare l’impronta alla seconda parte della legislatura. Ovvero, ipotesi subordinata, per giustificare una rottura che potrebbe condurre alle elezioni anticipate. È un’altra partita a scacchi, tipicamente politica. La premier la gioca con i suoi “alleati”, Salvini in primo luogo, e con tutti i critici della sua proposta, che non sono pochi. In qualche misura il risultato in Europa sarà decisivo anche per capire come andrà la contesa sul “premierato”. Un mezzo insuccesso della coalizione sarà altrettanto piombo nelle ali del centrodestra. Quanto agli avversari, il centrosinistra si è arroccato sulla linea dei 5S: “no” a tutto. Quando invece i riformisti del Pd (Ceccanti e altri) propongono da tempo il “cancellierato” alla tedesca. Ma il muro sembra non scalfibile.