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L’identità della sinistra

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Lo scandalo pugliese disvela una volta di più le miserie della politica e i limiti del Partito democratico, esposto a venti e maree perché irrisolto
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Sono lontani i tempi in cui il tronfio D’Alema di ogni vigilia annunciava “siamo pronti a portare la Puglia al governo del Paese”. Era il 2013, l’anno della non-vittoria del Pd e del pio Bersani sbeffeggiato in diretta streaming dai ridanciani grillini Lombardi e Crimi. Oggi quasi ci risiamo. Neanche stavolta la Puglia porterà la sinistra a Palazzo Chigi: in compenso, trascina le opposizioni nel baratro e costringe la povera Schlein a prendersi i pesci in faccia dall’ineffabile Conte. Se mai è esistito, il “campo largo” muore qui, sul mitico Tavoliere, dove una volta imperavano le volpi dalemiane e oggi scorazzano solo gli sciacalli del trasformismo. Lo scandalo pugliese disvela una volta di più le miserie della politica e i limiti del Partito democratico, esposto a venti e maree perché irrisolto, indefinibile e dunque infiltrabile. A due mesi dal voto amministrativo, non bastava la retata sui clan mafiosi di Bari Vecchia e l’indagine sulla consigliera comunale “transumata” dall’oppos…

Sono lontani i tempi in cui il tronfio D’Alema di ogni vigilia annunciava “siamo pronti a portare la Puglia al governo del Paese”. Era il 2013, l’anno della non-vittoria del Pd e del pio Bersani sbeffeggiato in diretta streaming dai ridanciani grillini Lombardi e Crimi. Oggi quasi ci risiamo. Neanche stavolta la Puglia porterà la sinistra a Palazzo Chigi: in compenso, trascina le opposizioni nel baratro e costringe la povera Schlein a prendersi i pesci in faccia dall’ineffabile Conte. Se mai è esistito, il “campo largo” muore qui, sul mitico Tavoliere, dove una volta imperavano le volpi dalemiane e oggi scorazzano solo gli sciacalli del trasformismo. Lo scandalo pugliese disvela una volta di più le miserie della politica e i limiti del Partito democratico, esposto a venti e maree perché irrisolto, indefinibile e dunque infiltrabile. A due mesi dal voto amministrativo, non bastava la retata sui clan mafiosi di Bari Vecchia e l’indagine sulla consigliera comunale “transumata” dall’opposizione alla maggioranza, con annesso abbraccio mortale del governatore Emiliano al sindaco Decaro e connesso blitz commissariale del ministro Piantedosi per conto del forzista Sisto. Ora si aggiunge anche l’inchiesta sulla compravendita di voti, che travolge un’assessora regionale a sua volta “transumata” e battezzata Lady Preferenze. Secondo l’accusa, la mancia offerta ai poveri cristi per mettere una x sul suo nome nella scheda era di 50 euro, in contanti o in buoni pasto. Tanto vale un voto, in questo tempo buio di democrazia malata.

Al solito, le indagini seguiranno il loro corso. Ma qui, di nuovo, la vera posta in gioco riguarda la politica più che il codice penale. Tutta la politica. Compresa la destra, che oggi manda le sue iene fameliche a razzolare nel pollaio pugliese, il giorno dopo aver difeso a testuggine una ministra alla sbarra per truffa ai danni dello Stato, falso in bilancio e bancarotta.

C’è un problema grande, che investe il Pd. Ancora una volta un partito che fatica a definire se stesso, eroso dai vuoti identitari e corroso dai riti tribali, si ritrova suo malgrado esposto alle spartizioni claniche su territori fuori controllo e alle distorsioni tipiche dei piccoli potentati locali. Se dal centro nessuno comanda, soprattutto al Sud la periferia va dove c’è “roba” da spartire. Tra amici e amici degli amici, parenti e manutengoli. L’altroieri toccò D’Alema o Tatarella, ieri a Fitto, oggi impera Emiliano: qualunque taxi è buono, purché porti a destinazione, cioè allo scranno in giunta. Un pericolo che Schlein aveva visto arrivare. “Abbiamo tanti mali da estirpare – aveva detto al suo esordio da segretaria all’assemblea del 12 marzo 2023 - non vogliamo più vedere capibastone e cacicchi vari, su questo dovremo lavorare tanto tutti insieme, ne va della credibilità del Pd, su cui non sono disposta a cedere di un millimetro”. Un mese dopo aveva persino sfidato De Luca, il ras dei ras, commissariando il Pd campano. Tante buone intenzioni. Ma da allora, più nulla. Il “lavoro” non si è visto, i cacicchi hanno continuato a spadroneggiare, i millimetri ceduti sono diventati metri. Qui i nodi da sciogliere sono due. Il primo nodo: la segretaria ha vinto le primarie quasi da “papessa straniera”, portata dal basso e dall’esterno, contro nomenklature e apparatciki. Una bella ventata d’aria fresca. Ma poi bisogna che qualcuno il partito lo gestisca davvero, con mano ferma e controllo capillare. Con tutto il rispetto, la coppia Baruffi&Taruffi non è parso e non pare all’altezza. Il secondo nodo: la segretaria sta ritrovando smalto e piglio nelle ultime settimane, ma il partito resta tuttora sospeso in un preoccupante limbo identitario, che lo rende permeabile alle incursioni ciniche e impermeabile alle contaminazioni civiche. Lady Preferenze e Marco Tarquinio, tutto sommato, sono sintomi della stessa malattia. Che si tratti della guerra in Ucraina e dei diritti delle coppie omogenitoriali, come del termovalorizzatore o della gestione del trasporto locale, fa lo stesso. Se non sai chi sei e quali valori fondamentali ti guidano, se non hai coscienza di te e non ti senti forte della tua storia, se non ti dai una linea chiara e riconoscibile sui temi grandi e piccoli della fase, allora tutto ti destabilizza e tutti ti possono usare. Non voglio parlare della Dc – il partito che si fece Stato - e delle sue numerose e famose correnti. Parlo del Pci, che pareva un monolite ma non aveva paura di candidare cattolici del dissenso come Franco Rodano o Raniero La Valle, o “indipendenti” come Stefano Rodotà o Guido Rossi, Natalia Ginzburg o Gina Lagorio. Non rubavano posti in lista, portavano ricchezza culturale. Su tutto questo Schlein ha un grosso deficit da colmare. Purtroppo, di fronte al fascio-populismo che monta in Italia e resiste in Europa, non basta ripetere in ogni intervento in aula o rispondere a qualunque intervista da talk show con la pur sacrosanta denuncia sulla sanità a pezzi e la povertà alle stelle.

Poi c’è un problema ancora più grande, che riguarda le opposizioni. Un problema che chiama in causa il principio dell’alternanza e la credibilità dell’alternativa, l’ambizione della minoranza e la qualità della democrazia. Lo strappo consumato da Conte sulla Puglia-Connection rende ormai palese quello che in troppi al Nazareno hanno finto di non vedere. L’alleanza tra progressisti e pentastellati, qui ed ora, non è all’ordine del giorno. Prima se ne prende atto, meglio è per tutti. L’Avvocato del Popolo gioca una partita personale, da ex premier, ostinato e contrario alle logiche di coalizione perché animato dallo spirito della reconquista: l’ambito ritorno a Palazzo Chigi, prima o poi. “Giuseppi” – a mezza strada persino tra Biden e Trump - il campo largo lo attraversa solo se può farlo in carrozza, come il latifondista che sfrutta e comanda i mezzadri. Gli accordi nelle regioni e nelle città si fanno solo se i candidati sono i suoi, com’è successo in Sardegna. Altrimenti lui va da solo. Il “puttanaio pugliese” (formula andante ma fulminante di Nicola Fratoianni) è l’occasione che cercava, per rompere e marciare sull’apposito Pd in sella a uno dei suoi due classici cavalli di battaglia: la “questione morale” (l’altro è il pacifismo). Temi scottanti, scelti non a caso perché sono quelli sui quali il consenso a sinistra è più sensibile e contendibile. Ma in fondo anche temi pretestuosi, a meno che non si voglia credere davvero che quello democratico sia un partito corrotto e “bellicista”. Per questo Schlein non dovrebbe più limitarsi alle reazioni indignate, lamentando “la slealtà e la spregiudicatezza” di Conte e chiedendosi “vuole forse far vincere la destra”? La domanda è quasi oziosa, a questo punto: per il Movimento, che nel voto locale non ha mai toccato palla, regalare Bari a Meloni non è affatto un problema. Il leader ha traguardi più ambiziosi, a partire dalla “conta” delle europee dove il nemico da battere è l’abbordabile Pd, non le insuperabili tre destre. Il piano schleiniano - assorbire gradualmente i 5S dandogli un po’ di corda e fingendo di andarci d’accordo - era forse anche giusto ma è purtroppo fallito. La segretaria ne tragga le conseguenze, archiviando la stagione della subalternità e ridando una visione e una missione ai riformisti. Sono passati più di vent’anni, ma siamo ancora fermi alla preziosa ma inascoltata lezione di Bobbio. La sinistra la smetta di cercare scorciatoie tattiche. Non può pretendere di fare alleanze, se non sa riconoscere e rivendicare la sua identità. Decida prima cosa vuole essere, e subito dopo scoprirà chi sono i suoi compagni di viaggio.

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