Se solo si svolgesse a corte, a Londra o a Parigi in un altro secolo da questo, o alla Casa Bianca e non a Bari, la storia pugliese sarebbe la trama perfetta di una saga di successo. Una House of cards all’italiana, altro che Lolita Lobosco. Ci sono tutte le linee narrative che ogni appassionato di guerre di potere riconosce: storie di dinastie, peccati carnali e vendette politiche, destini segnati e rovesci di fortune che si snodano su piani paralleli. Qui sono almeno sei, con l’aggiunta dell’ingrediente nostrano, la mafia — prodotto doc di ampia e facile esportazione.
La guerra Conte-Schlein occupa il proscenio e oscura la vista da quel che accade alle sue spalle, perciò nella sinossi conviene partire da qui.
La guerra per il trono. Ci sono due leader politici di opposizione che uniti, forse, potrebbero alla lunga sconfiggere l’attuale solido governo di centro destra. Solido principalmente in virtù della debolezza degli avversari, fra loro rivali e persino nemici all’interno di ci…
Se solo si svolgesse a corte, a Londra o a Parigi in un altro secolo da questo, o alla Casa Bianca e non a Bari, la storia pugliese sarebbe la trama perfetta di una saga di successo. Una House of cards all’italiana, altro che Lolita Lobosco. Ci sono tutte le linee narrative che ogni appassionato di guerre di potere riconosce: storie di dinastie, peccati carnali e vendette politiche, destini segnati e rovesci di fortune che si snodano su piani paralleli. Qui sono almeno sei, con l’aggiunta dell’ingrediente nostrano, la mafia — prodotto doc di ampia e facile esportazione.
La guerra Conte-Schlein occupa il proscenio e oscura la vista da quel che accade alle sue spalle, perciò nella sinossi conviene partire da qui.
La guerra per il trono. Ci sono due leader politici di opposizione che uniti, forse, potrebbero alla lunga sconfiggere l’attuale solido governo di centro destra. Solido principalmente in virtù della debolezza degli avversari, fra loro rivali e persino nemici all’interno di ciascuna compagine: le correnti, le diaspore intestine. L’unica possibilità di competere sarebbe una strategia bellica denominata Campo Largo, tutti insieme contro il nemico comune. Ma guardando un poco oltre, alle imminenti elezioni europee e soprattutto ad un eventuale vagheggiato ritorno al governo, ciascuno dei due corre per sé.
Giuseppe Conte, M5S, spera di prendere i voti di un Pd screditato e dunque contribuisce al discredito (in questo caso: avalla l’ipotesi che lo scioglimento del Comune di Bari per fatti di mafia sia fondato, così da azzoppare il sindaco in carica Antonio Decaro, Pd, nella sua traiettoria di futuro leader e indebolire i democratici tutti).
Elly Schlein deve mantenere la sua posizione di seppur breve vantaggio su Conte e tenere unito un partito, il Pd, che per metà la detesta (Schlein diventa segretaria in primarie di popolo, nonostante e non grazie al partito inteso come apparato).
L’alleanza tattica fra i due è resa ancor più difficile dal fatto che entrambi si immaginano futuri presidenti del Consiglio, in un imprecisato avvenire, ma il posto da premier è uno. Conte lo considera suo, si sente defraudato del posto che occupò e cerca la rivincita. Schlein è per lui un fastidio.
La guerra per il trono si tinge, sul terreno — in questo caso in Puglia — di scontri atavici e inestinguibili. La lotta fra generazioni. La battaglia di classe. La competizione tra la sottovalutata geografia e la roboante storia. La guerra fra i corrotti e gli onesti, qui nella variante dell’infiltrazione mafiosa. La rivalità fra il centro e le periferie dell’impero. Vediamo.
È (anche) uno scontro fra generazioni anagrafiche quello tra Michele Emiliano governatore di Puglia e Antonio Decaro, sindaco e presidente dei Comuni italiani. Emiliano è “il padre”. È convinto di aver creato Decaro dal nulla, di averlo plasmato con la creta. Io ti ho fatto e io ti disfo. Io ti ho chiamato assessore nella mia giunta, anni fa, io ora ti distruggo con due frasette su quella volta che ti portai in casa dei mafiosi per proteggerti, ricordi? Perché sono io che ti proteggo. Io sono il re, tu ti pensi erede ma non è ancora venuto il tuo momento.
È uno scontro tra generazioni politiche quello tra Emiliano e Nichi Vendola. Fu Vendola l’artefice della Primavera pugliese, il rinascimento che ha trasformato la Regione in una delle più avanzate d’Italia, certamente del Sud. Il metodo Vendola — il fermento giovanile, la creatività, la cultura, la nuova impresa, l’investimento nelle periferie — puntava sul rinnovamento generazionale e su una relativa radicalità politica. Quello di Emiliano, che è arrivato dopo di lui, sul ripristino degli esclusi e sull’alleanza larga. Vendola ha cambiato i connotati della Regione e cresciuto una nuova classe dirigente. Emiliano ha incluso nella classe dirigente tutti coloro che erano rimasti ai margini nella stagione precedente. Ha condiviso, diciamo.
È uno scontro di classe, quello che vede opposti esponenti della borghesia dei mestieri ai figli del popolo. Emiliano è un ex magistrato, Michele Laforgia (il candidato del Movimento e delle sinistre non Pd) è un avvocato penalista di fama nazionale, esponente della buona società pugliese. Vendola nasce a Terlizzi da padre impiegato alle poste e madre casalinga. Decaro nasce in un quartiere periferico di Bari, una famiglia semplice, il padre militante socialista. Le origini, le radici, contano e non si dimenticano: è diverso l’elettorato di riferimento, sono diverse le abitudini, i desideri, i circoli che si frequentano nel tempo libero, o che non si sono frequentati mai.
La geografia ha il suo peso. Da dove vieni, da che paese da che quartiere, in una regione dove a cinque chilometri di distanza si parlano dialetti diversi, dove fra il Salento e la Daunia sono tre ore di viaggio.
Elly Schlein, emiliana cosmopolita, non conosce la Puglia, la storia remota e recente del Pd pugliese come la conosceva Massimo D’Alema, come la conoscono i centristi di provenienza Dc, i nipoti di Aldo Moro che era di Maglie. A qualcuno deve essersi affidata, per districare la matassa. Giuseppe Conte è pugliese, invece. Di Volturara Appula, nel foggiano. Terra difficile e aspra, ad alto tasso di regolamenti di conti e sparatorie.
Le mafie, dunque. Certo qualcosa c’è. Infiltrazioni periferiche, personaggi collusi. Forse consiglieri, forse assessori. A scorrere le cronache del passato recente: funzionari, persino uomini di legge. La figura di Decaro è specchiata, ma lo stesso si può dire per tutti coloro che compongono l’amministrazione in senso largo, municipalizzate comprese? Tu puoi imbarcare i migliori, ma i peggiori sovente trovano la strada comunque. Non sapere e non vedere non basta.
Certo è curioso che un governo nazionale che ha abbandonato la lotta alla mafia si trovi ora a farla a Bari, proprio alla vigilia delle elezioni locali ed europee. Decaro ha, o aveva fino a ieri, un luminoso futuro forse persino da leader nazionale: se il Comune fosse sciolto non potrebbe correre neppure alle Europee. Un modo sicuro per eliminare un concorrente. Tra i migliori, dunque assai pericoloso. Sia per la destra che per la sinistra e il Movimento, un contendente di meno.