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Rebus cinese per Washington

Woodside, California (Stati Uniti), 15 novembre 2023: Xi Jinping e Joe Biden al vertice Apec (reuters)
La competizione con Pechino è la preoccupazione centrale della Casa Bianca
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Cina, poi ancora Cina e infine Cina. Bastano pochi colloqui a Washington, con esponenti di punta dell’amministrazione, per confermare ciò che già si sapeva. La competizione con Pechino è la preoccupazione centrale della Casa Bianca.

Per i critici, la politica estera di Biden è dispersa su troppe priorità, con scarsi risultati. Sono ancora sospesi gli aiuti all’Ucraina, come effetto delle divisioni al Congresso; ma la convinzione prevalente a Washington è che verranno sbloccati almeno parte dei 60 miliardi di dollari promessi dalla Casa Bianca. La pressione sul governo Netanyahu è sempre più forte — ma con effetti non decisivi: la tesi dei nostri interlocutori è che la Casa Bianca non possa utilizzare la leva degli aiuti militari senza mettere in discussione uno storico rapporto di alleanza.

Premere senza premere fino in fondo è il difficile equilibrismo di Joe Biden, tanto più in un anno elettorale. Ma che si parli di Ucraina e di Russia — che per l’America è una potenza regionale i…

Cina, poi ancora Cina e infine Cina. Bastano pochi colloqui a Washington, con esponenti di punta dell’amministrazione, per confermare ciò che già si sapeva. La competizione con Pechino è la preoccupazione centrale della Casa Bianca.

Per i critici, la politica estera di Biden è dispersa su troppe priorità, con scarsi risultati. Sono ancora sospesi gli aiuti all’Ucraina, come effetto delle divisioni al Congresso; ma la convinzione prevalente a Washington è che verranno sbloccati almeno parte dei 60 miliardi di dollari promessi dalla Casa Bianca. La pressione sul governo Netanyahu è sempre più forte — ma con effetti non decisivi: la tesi dei nostri interlocutori è che la Casa Bianca non possa utilizzare la leva degli aiuti militari senza mettere in discussione uno storico rapporto di alleanza.

Premere senza premere fino in fondo è il difficile equilibrismo di Joe Biden, tanto più in un anno elettorale. Ma che si parli di Ucraina e di Russia — che per l’America è una potenza regionale in declino, retta da una economia di guerra — o che si guardi al futuro riassetto del Medio Oriente, dove Pechino appare oggi defilata ma ha a suo tempo mediato il dialogo fra Arabia Saudita ed Iran, è sempre sulla Cina che si finisce per atterrare.

Per cui la domanda diventa: l’America sta gestendo in modo coerente la competizione strategica con Pechino? Le missioni diplomatiche di questi giorni danno indicazioni interessanti. A Bruxelles, il Segretario di Stato Antony Blinken ha segnalato più volte agli alleati europei della Nato che Pechino sta accentuando il suo sostegno alla tenuta del sistema militare/industriale della Russia. È un avvertimento agli europei sui rapporti economici con Pechino. Ma significa anche che per il futuro dell’Ucraina la Cina è parte del problema; e quindi, almeno in teoria, della soluzione. Nella recente telefonata fra Joe Biden e Xi Jinping si è parlato anche di questo.

In visita a Pechino, il segretario al Tesoro Janet Yellen ha messo sul tavolo le preoccupazioni americane (ed europee) per la “sovra-capacità” industriale cinese nel settore delle energie rinnovabili. Che tenderà a riversarsi sui mercati occidentali. Ma Yellen porrà anche il problema dei rapporti commerciali in crescita fra Cina e Russia, che hanno permesso a Mosca di reggere l’impatto delle sanzioni occidentali.

Quindi: il messaggio americano è che Pechino non può al tempo stesso sostenere Mosca in Ucraina con forniture di beni a doppio uso (civile e militare) e sperare di ottenere, nei rapporti con Washington, condizioni più favorevoli per le proprie esportazioni, colpite in questi anni da vari dazi e sanzioni nei settori tecnologici, come i micro-processori.

E qui le cose, per rispondere alla domanda iniziale, diventano complicate. Per le imprese occidentali la Cina resta comunque un mercato privilegiato. La tanto annunciata “sconnessione” fra le economie resterà limitata. Sia l’Europa che l’America temono il dumping cinese nelle tecnologie verdi; ma l’Europa in particolare ne è dipendente.

Questo avviene in una fase non facile per l’economia della Cina, che Xi Jinping intende affrontare stimolando la manifattura ad alto valore aggiunto con forti investimenti statali e tecnologie proprie. L’idea è di rendere la Cina più autonoma, in una fase di frammentazione della globalizzazione.

Ma questa è l’idea: la realtà è che il gigante asiatico dovrà continuare a esportare nei mercati occidentali, anche perché lo stimolo ai consumi interni non è riuscito. Puntare sul cosiddetto Sud Globale non è un’alternativa credibile.

In sintesi, la Cina ha comunque bisogno di un aggancio alle economie occidentali per continuare a crescere. Ma è molto difficile che Xi tolga l’appoggio a una Russia che è diventata suo junior partner, potrà al massimo limitarlo. E se anche avverrà, l’America, in un’epoca di contagio fra sicurezza nazionale ed economia, tenderà ad aumentare il proprio livello di protezione: è l’unico terreno di accordo bipartisan. Entrambi gli attori lo sanno. E si muovono di conseguenza, con un gioco delle parti, nella grande competizione del secolo.

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