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Bipresidenzialismo, istruzioni per l’uso

Roma, 5 aprile: la premier Giorgia Meloni (ansa)

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Primo: il presidente della Repubblica dovrebbe continuare a fare il suo mestiere. Un presidente garante, non anche governante
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Se tiri a indovinare, prima o poi ci azzecchi. Può accadere anche con l’indovinello più sfidante, più impermeabile allo sguardo d’aruspici e veggenti — il premierato, la nuova capocrazia che verrà donata in sorte agli italiani. Dove ogni soluzione viene svelata e poi smentita nel valzer degli emendamenti, ripensamenti, pentimenti.

Un premier eletto che diventa poi negletto, se s’apre una crisi di governo, se al suo posto subentra il non eletto. Che nomina i ministri ma non può revocarli, invece sì, li revoca. Senza limite di mandati, anzi no, col vincolo del doppio mandato, che però (misteri della matematica) in America significa 8 anni, in Italia 12 anni e mezzo.

Un Parlamento ipernutrito dal premio di maggioranza, in origine fissato nel 55 per cento dei seggi in palio, adesso non si sa. E un capo dello Stato dimagrito nei suoi poteri più incisivi (la nomina del presidente del Consiglio, lo scioglimento delle Camere), oltre che nella sua legittimazione, avendo per dirimpettaio un p…

Se tiri a indovinare, prima o poi ci azzecchi. Può accadere anche con l’indovinello più sfidante, più impermeabile allo sguardo d’aruspici e veggenti — il premierato, la nuova capocrazia che verrà donata in sorte agli italiani. Dove ogni soluzione viene svelata e poi smentita nel valzer degli emendamenti, ripensamenti, pentimenti.

Un premier eletto che diventa poi negletto, se s’apre una crisi di governo, se al suo posto subentra il non eletto. Che nomina i ministri ma non può revocarli, invece sì, li revoca. Senza limite di mandati, anzi no, col vincolo del doppio mandato, che però (misteri della matematica) in America significa 8 anni, in Italia 12 anni e mezzo.

Un Parlamento ipernutrito dal premio di maggioranza, in origine fissato nel 55 per cento dei seggi in palio, adesso non si sa. E un capo dello Stato dimagrito nei suoi poteri più incisivi (la nomina del presidente del Consiglio, lo scioglimento delle Camere), oltre che nella sua legittimazione, avendo per dirimpettaio un premier bagnato dal voto popolare.

Dopo di che, una sera qualunque in tv da Bruno Vespa, la (il) presidente Meloni tira fuori l’ennesima proposta: «Il capo dello Stato diventerà un nanetto se torreggia il premier? E allora eleggiamo direttamente pure lui».

Bipresidenzialismo, ecco la parola. Un regime che non c’è in nessun altro regno, salvo scomodare il consolato dell’antica Roma. O la Costituzione di Cipro del 1960, che affianca al presidente eletto dalla comunità greco-cipriota un vicepresidente espresso da quella turco-cipriota. Entrambi con poteri di veto, entrambi al timone d’un governo tagliato in due come una mela. Tuttavia quella Costituzione è poi rimasta sulla carta: fin dal 1963 fu disapplicata senza mai abrogarla, ma senza più eleggere un vicepresidente.

E dunque: un’idea eccentrica, se non anche bislacca? Parrebbe; del resto pure l’elezione diretta del premier non figura in nessun’altra contrada, dopo l’infelice esperienza di Israele, sul volgere degli anni Novanta.

A questo punto, però, è d’obbligo una confessione. Giacché il bipresidenzialismo era stato già proposto da chi scrive, in un editoriale pubblicato dall’Espresso nell’agosto 2013 e nei dibattiti della Commissione per le riforme costituzionali, istituita durante il governo Letta. Con qualche argomento, che forse rimane valido tutt’oggi.

Perché se il presidenzialismo viene sospinto dal vento della storia (quasi tutte le democrazie sorte nell’ultimo mezzo secolo s’imperniano su un presidente eletto, armato di vasti poteri); se questo sistema piace agli italiani, come mostrano i sondaggi d’opinione; se tuttavia alle nostre latitudini è fonte di pericoli (negli Stati Uniti e in Francia il presidenzialismo fu un abito cucito su misura per uomini che si chiamavano Washington e De Gaulle, in Italia l’ha indossato Mussolini); se infine la democrazia rifugge un capo assoluto, come diceva Kelsen, e prima di lui Platone; allora non ci resta che moltiplicare i capi, per eliderne il potere.

Con qualche avvertenza, tuttavia. Con alcune istruzioni per l’uso, ammesso che sia giusto usare questo marchingegno. Primo: il presidente della Repubblica dovrebbe continuare a fare il suo mestiere. Un presidente garante, non anche governante. Altrimenti metteremmo due galli nel pollaio, togliendo la pace alle galline. Succede, d’altronde, già nella vicina Austria, dove c’è un capo dello Stato eletto, ma con funzioni circoscritte alla garanzia costituzionale.

Di conseguenza la candidatura al Quirinale andrebbe spogliata d’ogni connotazione di partito, riservandola a chi abbia occupato posizioni apicali nelle istituzioni di garanzia. Ma in fondo questa regola viene già applicata: Napolitano e Scalfaro erano stati presidenti della Camera, Cossiga del Senato, Ciampi fu governatore della Banca d’Italia, Mattarella giudice costituzionale.

Secondo: lo sfasamento temporale. Non soltanto fra l’elezione diretta del premier e quella del capo dello Stato, che altrimenti sarebbero figli della stessa maggioranza — due presidenti in un corpo solo. Anche rispetto al Parlamento, come accade negli Usa, dove il presidente dura 4 anni, la Camera 2, il Senato per 6 anni. Divided government, dicono laggiù. Quale che sia la soluzione, c’è bisogno di dividere il potere, per evitare che il potente divenga prepotente.

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