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La geopolitica secondo Salvini

Non basta sostituire il volto di Trump a quello di Putin stampato sulle magliette
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Era facile immaginare che Salvini avrebbe fatto del suo meglio per distinguersi anche in politica estera. Era più difficile supporre che si sarebbe addirittura scelto il suo candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovviamente Trump, proponendosi a lui come interlocutore italiano e possibile tessitore di un’alleanza europea di estrema destra. Ma è quello che sta accadendo e si capisce che il capo della Lega conferma di non avere ormai alcunché da perdere. Le tenta tutte, sperando che un colpo di dadi prima o poi gli sia favorevole.

S’intende, la geopolitica del cosiddetto “Capitano” lascia un po’ a desiderare. In primo luogo non basta sostituire il volto di Trump a quello di Putin stampato sulle magliette. L’infortunio in cui il nostro vicepresidente del Consiglio incorse un paio d’anni fa in un villaggio polacco al confine con l’Ucraina, quando pretendeva di entrare nella nazione in guerra per testimoniare non si sa bene quale solidarietà, è di quelli che segnano per la vita. Sop…

Era facile immaginare che Salvini avrebbe fatto del suo meglio per distinguersi anche in politica estera. Era più difficile supporre che si sarebbe addirittura scelto il suo candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovviamente Trump, proponendosi a lui come interlocutore italiano e possibile tessitore di un’alleanza europea di estrema destra. Ma è quello che sta accadendo e si capisce che il capo della Lega conferma di non avere ormai alcunché da perdere. Le tenta tutte, sperando che un colpo di dadi prima o poi gli sia favorevole.

S’intende, la geopolitica del cosiddetto “Capitano” lascia un po’ a desiderare. In primo luogo non basta sostituire il volto di Trump a quello di Putin stampato sulle magliette. L’infortunio in cui il nostro vicepresidente del Consiglio incorse un paio d’anni fa in un villaggio polacco al confine con l’Ucraina, quando pretendeva di entrare nella nazione in guerra per testimoniare non si sa bene quale solidarietà, è di quelli che segnano per la vita. Soprattutto per il cinismo pasticcione, suo o di qualche collaboratore, dimostrato nell’occasione, nella convinzione che tutti (in Polonia, poi…) avessero dimenticato le foto sulla Piazza Rossa in cui il leghista appariva abbigliato come un fan del dittatore.

Con la stessa leggerezza e assenza di radici storiche, Salvini vorrebbe ora presentarsi a Trump, così da bilanciare la scelta pro Biden della sua rivale Meloni. Sfortunatamente egli dimentica che un rapporto politico con un candidato alla presidenza non si costruisce in campagna elettorale.

Soprattutto non si mette in piedi dall’oggi al domani, essendo il capo di un partito medio-piccolo del 8 per cento o giù di lì, destinato anche in futuro a un ruolo subordinato. Esistono regole che è meglio non dimenticare quando si vuole giocare la carta della grande politica internazionale. Si dirà che a Salvini interessa soprattutto una photo opportunity, cioè l’occasione di un’istantanea da spendere sul mercato politico italiano.

In questi termini è plausibile che l’ottenga, ma l’utilità pratica dello scatto è tutta da dimostrare. In passato la ricerca della photo opportunity era tipica del governante appena insediatosi e desideroso di legittimarsi; ma quel che è restato nelle cronache e talvolta anche nella storia delle relazioni bilaterali, riguarda quei non numerosi colloqui che hanno prodotto un risultato politico. Da De Gasperi in avanti. Non sembra proprio che su queste basi Salvini sia in grado di risvegliare l’interesse americano. Quanto meno, dovrebbe dimostrare di aver invertito la tendenza al declino del suo partito.

Del resto, cosa è in grado di offrire a Trump l’arcipelago dell’estrema destra? Poco o niente. Se mai rientrerà alla Casa Bianca, avrà solo l’imbarazzo della scelta riguardo ai governi europei con cui dialogare, tutti — si suppone — abbastanza spaventati dagli sviluppi in corso. Per cui non avrà bisogno di forze politiche estremiste, più filo-Putin di quanto egli stesso non sia. Semmai per Trump il problema sarà di non commettere errori nel rapporto con la Russia: un conto è la campagna elettorale, un altro sono le scelte di governo della superpotenza.

C’è da augurarsi che Salvini, nello sforzo di afferrare la logica della geopolitica, non sottovaluti questi aspetti. Il primo passo non è stato brillante: aver citato con convinzione il luogo comune secondo cui i repubblicani non cominciano mai le guerre, perché sono i democratici a farlo, dimostra solo una vaga conoscenza della storia americana. Basterebbe pensare alle due guerre irachene. Ma forse Salvini vuole plaudire all’isolazionismo di cui Trump è campione. Proprio la caratteristica che allarma gli europei. Almeno quelli più avveduti.

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