✕

Caro amico ebreo, la strada è lunga e impervia

2 minuti di lettura

Caro Davide, caro amico mio ebreo,

gli ebrei e le ebree che conosco e che frequento esprimono, tutti e da tempo, una severissima critica nei confronti della politica del governo di Israele. Tale posizione è diventata, negli ultimi mesi, una frattura sempre più profonda e ha determinato un ulteriore motivo di solitudine. A ciò non arreca sollievo, ma può aggiungere un elemento di fatica, il fatto di essere spesso interpellati, a proposito del conflitto mediorientale, come ebrei «in quanto ebrei».

Capisco che sotto il profilo della comunicazione politica questo abbia una sua indubbia efficacia: osteggiare radicalmente l’esecutivo di Benjamin Netanyahu in nome di una appartenenza condivisa può risultare un persuasivo argomento nel dibattito pubblico. Ma — ecco il punto — anche un fattore di grave ambiguità.

Tutte le comparazioni risultano imperfette, eppure penso che sarebbe come se io — proveniente da una rigorosa educazione cattolica, peraltro mai abiurata — venissi chiamato in causa …

Caro Davide, caro amico mio ebreo,

gli ebrei e le ebree che conosco e che frequento esprimono, tutti e da tempo, una severissima critica nei confronti della politica del governo di Israele. Tale posizione è diventata, negli ultimi mesi, una frattura sempre più profonda e ha determinato un ulteriore motivo di solitudine. A ciò non arreca sollievo, ma può aggiungere un elemento di fatica, il fatto di essere spesso interpellati, a proposito del conflitto mediorientale, come ebrei «in quanto ebrei».

Capisco che sotto il profilo della comunicazione politica questo abbia una sua indubbia efficacia: osteggiare radicalmente l’esecutivo di Benjamin Netanyahu in nome di una appartenenza condivisa può risultare un persuasivo argomento nel dibattito pubblico. Ma — ecco il punto — anche un fattore di grave ambiguità.

Tutte le comparazioni risultano imperfette, eppure penso che sarebbe come se io — proveniente da una rigorosa educazione cattolica, peraltro mai abiurata — venissi chiamato in causa per queste o quelle malefatte delle gerarchie ecclesiastiche; o dovessi rispondere costantemente delle posizioni della pastorale cattolica sul matrimonio omosessuale o sul fine vita. Non solo: sono un italiano, anzi un italianissimo, ma non vorrei proprio che, trovandomi in un qualsiasi consesso sovranazionale, mi si chiedesse conto delle politiche del governo Meloni in materia di immigrazione o di ordine pubblico.

Sono ben consapevole delle differenze tra la mia fisionomia nazionale e l’ascendenza ebraica, ma proprio per questa ragione ritengo che quest’ultima vada trattata con la massima delicatezza e con il più sollecito rispetto. Il rischio è, infatti, che l’ebraismo, al di là delle migliori intenzioni, si riproduca in ogni caso come uno stigma dal quale ci si debba emancipare.

Dunque, l’ebraismo non come una identità tra le molte, destinata a una assidua e fertile relazione con le altre identità, bensì come una condizione speciale, meritevole di uno statuto di particolare apprezzamento (sotto il profilo intellettuale, a esempio) oppure di una riprovazione altrettanto particolare per motivi diversi: storici, morali, teologici.

Paradossalmente, quando quasi quarant’anni fa Giovanni Paolo II chiamò gli ebrei «fratelli maggiori» ribaltò l’ignobile paradigma del deicidio e, nel contempo, finì con il confermare quella mirabile peculiarità, attribuendo agli stessi ebrei una responsabilità che sembra tuttora gravare su di loro. È pensabile, piuttosto, per gli ebrei della diaspora, in Italia e nel mondo, una appartenenza alle comunità ebraiche che sia libera, infine, da ogni senso di colpa e da ogni iattanza identitaria, senza che ciò comporti la rinuncia a tre vincoli essenziali per l’ebraismo contemporaneo? Ovvero: a) la memoria delle persecuzioni subite nei millenni; b) il fattore fondativo e aggregativo rappresentato dalla Shoah; c) il rapporto con lo stato di Israele e il riconoscimento del suo diritto all’esistenza. (Quest’ultimo è, in tutta evidenza, il tasto più dolente).

Ma se io, italiano non ebreo, riconosco quei tre vincoli come intangibili e fondativi dell’attuale livello di civiltà giuridica e di sensibilità democratica, perché mai il giudizio di un italiano ebreo sulla politica del governo israeliano dovrebbe essere diversamente motivato e diversamente valutato rispetto al mio? In altre parole, se quei tre vincoli diventassero patrimonio comune di ebrei e di non ebrei, di ebrei religiosi e di ebrei agnostici, quella «specialità», che è un privilegio diventato sempre più oneroso e condizionante, si attenuerebbe all’interno di una cittadinanza condivisa e pienamente dispiegata. Una cittadinanza che non ignora e nemmeno «neutralizza» le diverse identità, ma che è capace di valorizzarle tutte, senza produrre condizioni di discriminazione o creare posizioni di vantaggio. Allora, forse, si avvertirà meno l’esigenza di interpellare gli ebrei della diaspora «in quanto ebrei» per aggiungere una qualche suggestione a quella rigorosa critica del governo Netanyahu, che possono sviluppare altrettanto bene in quanto cittadini europei (o statunitensi) democratici.

Caro Davide, caro amico mio ebreo, la strada da percorrere è ancora lunga e impervia. Ma qualche passo avanti è stato fatto. Un quarto di secolo fa, Amos Luzzatto, allora presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, mi raccontò che, quando l’amministrazione comunale di Venezia convocò la prima Consulta degli stranieri, a essere invitata fu anche la comunità ebraica.

Un trattamento speciale, appunto.

Infine — mi rivolgo ancora a te, caro Davide — credo che, nel legame tra ebrei e stato di Israele, intervenga anche un elemento inconscio e non razionale, ma di questo nulla posso sapere e nulla posso dire: è roba tua e vostra. Un fraterno saluto.

Leggi i commenti