La Commissione parlamentare di Vigilanza ha modificato, per quanto riguarda la Rai, le norme deliberate dall’Agcom per l’emittenza privata, in vista delle elezioni europee. Un soggetto politico, la Commissione, che decide a maggioranza, non ha rispettato le determinazioni di un’Autorità di garanzia, organo tecnico super partes.
È la prima volta che succede dal 2000, da quando la “par condicio” è stata introdotta per legge, al fine di garantire la parità di trattamento e l’imparzialità dell’informazione nelle campagne elettorali.
Le modifiche apportate a colpi di maggioranza alle regole dell’Agcom garantiscono al governo, ai ministri e ai sottosegretari, un accesso privilegiato alle trasmissioni Rai, perché l’attività dell’esec…
La Commissione parlamentare di Vigilanza ha modificato, per quanto riguarda la Rai, le norme deliberate dall’Agcom per l’emittenza privata, in vista delle elezioni europee. Un soggetto politico, la Commissione, che decide a maggioranza, non ha rispettato le determinazioni di un’Autorità di garanzia, organo tecnico super partes.
È la prima volta che succede dal 2000, da quando la “par condicio” è stata introdotta per legge, al fine di garantire la parità di trattamento e l’imparzialità dell’informazione nelle campagne elettorali.
Le modifiche apportate a colpi di maggioranza alle regole dell’Agcom garantiscono al governo, ai ministri e ai sottosegretari, un accesso privilegiato alle trasmissioni Rai, perché l’attività dell’esecutivo venga resa nota ai cittadini; e consentono al servizio pubblico di mandare in onda interi comizi, discrezionalmente, purché in un format che li distingua dall’informazione vera e propria.
Ovvie le proteste delle minoranze, che parlano di esondazione del governo, di “dispar condicio”, di inaccettabile prevaricazione finalizzata a tirare la volata a Meloni e Tajani in campagna elettorale. Ma in realtà la questione trascende gli interessi di parte, pur legittimi, delle opposizioni, e assume una rilevanza generale. La parità di parola è infatti un valore universale in una democrazia, una prerogativa incomprimibile di chi parla, cioè delle forze politiche, che oggi vedono quello che deve essere un diritto eguale per tutti trasformarsi in privilegio di alcuni e in danno per altri.
In senso ancora più vasto e pregnante si pone il problema per coloro ai quali quelle parole sono rivolte: ossia tutti i cittadini. Che non possono non sentirsi mortificati dal fatto che la loro libertà di ascolto, da cui in buona parte dipende la loro capacità di conoscere, di interpretare, di criticare, è sbilanciata fin dall’origine; dal fatto cioè che il loro diritto di scegliere fra opzioni del medesimo peso è violato da chi tiene il banco, e scrive le regole a propria convenienza. È vulnerato, insomma, quell’elementare senso di equità che è uno dei pilastri di una democrazia, uno dei fattori che determinano la sua legittimazione nelle menti dei cittadini. E sicuramente la nostra democrazia non ha bisogno di ulteriori delegittimazioni, di ulteriori distorsioni — per di più, apertamente votate in Parlamento — che definitivamente convincano gli italiani che la politica è un gioco da sempre truccato. Che il più forte si fa le proprie leggi. Democrazia è anche sottrarre alcune materie alla logica del confronto fra maggioranza e minoranza, non far dipendere i diritti dal peso politico degli interessati, non mettere ai voti l’eguaglianza.
Ma si deve andare anche oltre queste constatazioni, e interrogarsi sulle cause di questo che è indubbiamente un grave passo falso del governo e della sua base parlamentare. Traspare, in questa circostanza, una bulimia di potere mediatico, un’affannosa corsa alla saturazione degli spazi comunicativi, che pare tanto smisurata quanto in fondo poco giustificata. Sembra che la destra si senta minacciata da una presenza, da una capacità persuasiva, da un’egemonia delle opposizioni, che francamente non è dato vedere; che insomma cerchi di correre ai ripari con un eccesso di potere, con un’arroganza che non hanno una evidente giustificazione reale.
In realtà, che la distorsione del gioco democratico vada al di là della sua stessa utilità politica contingente non è per nulla un buon segno. Significa che la sprezzante ostentazione di sicurezza della destra cela in sé un disagio davanti all’esigenza di accettare fino in fondo le logiche dell’uguaglianza democratica, come se di fronte a queste la destra si sentisse in condizioni di minorità che neppure i suoi successi del presente riescono a placare. Significa forse che l’adeguazione della destra alle regole e allo spirito della democrazia è una normalizzazione non del tutto compiuta, esposta quasi automaticamente a derive autoritarie ricorrenti e irresistibili. Che insomma il rapporto con la democrazia liberale resta difficile, e che alla norma dell’eguaglianza e dell’equilibrio, della parola paritaria, argomentata, dialogica, la destra finisce fatalmente col preferire l’anomalia dell’appello plebiscitario al popolo, ovvero, oggi, la parola unidirezionale proveniente da schermi televisivi conquistati con una forzatura che anche a qualche osservatore esterno — a El Pais come al Times — pare già andare nella direzione della orbaniana “democrazia illiberale”. Un cammino scivoloso, su cui il nostro Paese non deve essere trascinato.