Il gioco pericoloso del revisionismo
di Paolo Di PaoloLa scena è fra le più surreali dell’anno in corso: durante la legittima commemorazione delle vittime (i «camerati caduti») della strage di Acca Larentia del 7 gennaio 1978, decine di persone alzano il braccio nell’illegittimo saluto romano. Urlano: «Presente!». Indegne ritualità dell’appello neofascista: e tuttavia, in questo caso, il sostantivo può dire qualcosa in più sulle ombre di un passato che non passa. Che non riesce a passare. Con l’Italia degli anni che, per una convenzione quasi stucchevole, chiamiamo di piombo sembra impossibile chiudere i conti. Né è detto che si debba, ma c’è qualcosa di repulsivo e angosciante nel sentire evocare, durante quel raduno, l’«odio comunista» dei «servi dello Stato», come se non fossero passati quattro decenni e mezzo e quel lessico avesse ancora (se l’ha mai avuto) un senso; e altrettanto osceno è in queste ore leggere decine di messaggi di “militanti” che con disprezzo definiscono «degna erede dei partigiani» la scrittrice Valentina Mira, a…
La scena è fra le più surreali dell’anno in corso: durante la legittima commemorazione delle vittime (i «camerati caduti») della strage di Acca Larentia del 7 gennaio 1978, decine di persone alzano il braccio nell’illegittimo saluto romano. Urlano: «Presente!». Indegne ritualità dell’appello neofascista: e tuttavia, in questo caso, il sostantivo può dire qualcosa in più sulle ombre di un passato che non passa. Che non riesce a passare. Con l’Italia degli anni che, per una convenzione quasi stucchevole, chiamiamo di piombo sembra impossibile chiudere i conti. Né è detto che si debba, ma c’è qualcosa di repulsivo e angosciante nel sentire evocare, durante quel raduno, l’«odio comunista» dei «servi dello Stato», come se non fossero passati quattro decenni e mezzo e quel lessico avesse ancora (se l’ha mai avuto) un senso; e altrettanto osceno è in queste ore leggere decine di messaggi di “militanti” che con disprezzo definiscono «degna erede dei partigiani» la scrittrice Valentina Mira, augurando ai suoi eventuali futuri figli di fare «la stessa fine dei giovani martiri di Acca Larentia».
Mira è colpevole — agli occhi di un drappello di agguerriti esponenti della destra al governo e a quelli di chi la sta bombardando di insulti e minacce — di avere pubblicato un romanzo appena entrato nella dozzina finalista del Premio Strega. Il libro si intitola Dalla stessa parte mi troverai (Sem), e c’entra relativamente con le brutali aggressioni mediatiche che un premio esposto come lo Strega — lo testimonio nei panni di candidato di questa stessa edizione — di per sé produce. Pretesto o bersaglio fuori fuoco: il romanzo di Mira viene descritto dai detrattori come un manifesto di «odio antifascista» e una «ricostruzione a senso unico» dei fatti di Acca Larentia. Basterebbe intanto sfogliarlo per rendersi conto che, nelle intenzioni e nell’esito, è un’altra cosa. Nelle prime pagine descrive un raduno del 2008, identico a quello del 2024: «Mi avevano detto che raduni simili non esistevano più. E questi qua, da dove sono sbucati?». Nella folla appare anche Giorgia Meloni, allora ministra della Gioventù. Poi Mira ricostruisce rapidamente i fatti del ’78, richiama l’orrendo dettaglio del militante fascista che dopo l’agguato intinge un passamontagna nelle pozze di sangue, e proprio su questa scena ributtante fonda la volontà di raccontare una storia d’amore: quella fra una donna e un uomo, Rossella e Mario Scrocca, arrestato nel 1987 come uno dei responsabili della strage e morto in carcere in circostanze che restano opache. Mira costruisce una sorta di reportage emotivo dal decennio che precede la sua nascita, interessata essenzialmente a dare voce al dolore di Rossella. Non offende la memoria delle vittime; non dà un contributo alla «fiera del revisionismo», come la vicecapogruppo di FdI alla Camera Augusta Montaruli definisce addirittura questa edizione del Premio Strega. Si ferma su un dettaglio ulteriormente doloroso di una storia tragica. Una morte derubricata come «danno collaterale», ingiustizia nell’ingiustizia. Chi può sindacare sul diritto di raccontarla? Chi punta il dito sull’odio antifascista? Come se, intanto, l’antifascismo non fosse il preliminare senza deroghe di ogni discorso pubblico sensato e accettabile. Che anno è? Che ore sono da voi? È la domanda che farebbe uno scrittore spaventato dall’equidistanza, Antonio Tabucchi. Usare pretestuosamente un romanzo e un premio letterario per giocare alla guerra dei revisionismi e difendere pantheon comunque indifendibili è, più che discutibile, pericoloso.