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Se il nemico è il tuo alleato

Le indagini giudiziarie per i 5S sono un cavallo di battaglia
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Le indagini giudiziarie sono per il Movimento 5 Stelle quel che gli sbarchi di migranti sono per la Lega: un sempreverde, un cavallo di battaglia, un ricostituente. Gridare al politico corrotto e alla politica ladra è da sempre un elemento centrale delle campagne elettorali grilline. Gli exploit alle Politiche del 2013 e ancor più del 2018, quando il M5S vinse le elezioni, sono stati possibili anche grazie a questo tema martellante, efficace agli occhi degli elettori anche per il fatto che in Italia la corruzione esiste, eccome. Non stupisce dunque che, alla viglia di una tornata elettorale di enorme valore come le Europee di giugno, e con inchieste fresche come quelle in Puglia e a Torino, Giuseppe Conte abbia deciso di presentarsi al voto cavalcando l’argomento che, con termine quantomai improprio, da noi si definisce “questione morale”. La differenza rispetto al 2018, non da poco, è che nel mirino di Conte c’è il Partito democratico, un partito che sei anni fa era un nemico assolu…

Le indagini giudiziarie sono per il Movimento 5 Stelle quel che gli sbarchi di migranti sono per la Lega: un sempreverde, un cavallo di battaglia, un ricostituente. Gridare al politico corrotto e alla politica ladra è da sempre un elemento centrale delle campagne elettorali grilline. Gli exploit alle Politiche del 2013 e ancor più del 2018, quando il M5S vinse le elezioni, sono stati possibili anche grazie a questo tema martellante, efficace agli occhi degli elettori anche per il fatto che in Italia la corruzione esiste, eccome. Non stupisce dunque che, alla viglia di una tornata elettorale di enorme valore come le Europee di giugno, e con inchieste fresche come quelle in Puglia e a Torino, Giuseppe Conte abbia deciso di presentarsi al voto cavalcando l’argomento che, con termine quantomai improprio, da noi si definisce “questione morale”. La differenza rispetto al 2018, non da poco, è che nel mirino di Conte c’è il Partito democratico, un partito che sei anni fa era un nemico assoluto e ora è un potenziale alleato, pur con tutte le ambiguità di un rapporto mai realmente definito.

Il fatto che l’Italia sia zeppa di politici opachi e malandrini non dovrebbe impedire di notare che c’è sempre qualcosa di arronzato e primitivo nel modo in cui il M5S affronta le vicende giudiziarie. Non parliamo solo dell’abitudine al doppio standard, che pure è una costante. Allo storico V-Day, con il quale Beppe Grillo lanciò il Movimento, il pezzo forte del comizio del comico era l’elenco dei parlamentari indagati, un mischione presentato non solo senza alcuna accortezza per la presunzione d’innocenza, concetto estraneo alla grammatica grillina, ma nemmeno senza distinzione tra indagati per reati gravi e altri che magari avevano solo una denuncia per una manifestazione in piazza. Il M5S ha maturato una timida revisione delle posizioni iniziali solo quando sono arrivati i primi avvisi di garanzia agli amministratori grillini. Improvvisamente, un evento che era sempre stato usato come una lettera scarlatta fu declassato ad atto dovuto: per la prima volta i 5S invitavano ad aspettare i processi, loro che erano abituati a celebrarli in piazza e sui giornali compiacenti, loro che fecero contro l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino una ignobile conferenza stampa con le arance per il carcere in bella vista, convinti di aver partorito una brillante spiritosaggine.

Non è invece ancora chiaro a quale revisione ideologica abbia portato l’evidenza che anche tra gli specchiati grillini c’erano personaggi poco raccomandabili, dai parlamentari ladri di galline che facevano la cresta sulle restituzioni dello stipendio, ad altri ancora innocenti fino a sentenza definitiva, come l’ex presidente del consiglio comunale di Roma Marcello De Vito, condannato in primo grado a 8 anni per la vicenda dello stadio della Roma, o l’ex direttore delle Dogane Marcello Minenna, di pura nomina grillina. Citare le loro disgrazie non vuole scimmiottare la propaganda grillina, genere “i politici sono tutti ladri”, perché non è vero che sono tutti uguali.

Il Movimento di Conte è sicuramente cambiato rispetto a quello di Grillo, ma non ha perso la tendenza alla semplificazione e alla strumentalizzazione. Non a caso, appena scoppia la grana pugliese, Conte si guarda bene dall’affrontarla con le modalità proprie di un alleato del Pd e sceglie di annullare unilateralmente le primarie con i dem per la scelta del candidato sindaco a Bari. Ieri Conte ha annunciato l’uscita del M5S dalla maggioranza che governa la Puglia, atto che, al limite, sarebbe stato più urgente dell’annullamento delle primarie. L’obiettivo di Conte è chiaro: colpire il Pd, trasmettere il messaggio che l’alleato è sporco e che c’è un solo partito intransigente con la malapolitica.

Ma la sporcizia c’è davvero, è l’ovvia obiezione. Certo, ma la politica non dovrebbe essere né un tribunale né un confessionale, nel senso pretesco, e se ogni inchiesta potesse essere usata per colpire indiscriminatamente un partito, si potrebbe agevolmente sostenere che l’era Appendino a Torino e quella Raggi a Roma sono state due epoche di malaffare.

Ecco le condanne: Raffaele Marra, ex capo di gabinetto di Raggi in Campidoglio, 1 anno e 4 mesi per abuso di ufficio, sentenza di appello; Luca Lanzalone, avvocato factotum dei 5S, ex presidente di Acea in quota di grillina, tre anni nello stesso processo che ha condannato De Vito; Luca Pasquaretta, portavoce di Appendino, 1 anno e 8 mesi in primo grado per peculato. Un politico responsabile e serio non ne trarrebbe la conclusione che Grillo prima e gli altri capi 5S dopo, o il Movimento in generale, siano stati i garanti politici degli illeciti. Adottando il metodo Conte, invece, si dovrebbe concludere che il M5S romano e quello torinese sono stati due buchi neri della legalità.

La verità è che nel metodo grillino, in questo senza grandi differenze tra Conte e Grillo, il merito delle vicende, il contesto, le proporzioni non sono mai importanti. L’altro giorno è arrivata in Cassazione la sentenza di assoluzione per lo psicologo processato per il cosiddetto caso Bibbiano. Quando l’inchiesta finì sui giornali, il M5S scatenò l’infermo. Famigerato il video nel quale l’allora leader Luigi Di Maio accusava il Pd di seviziare i bambini (si diede molto da fare sul caso anche Giorgia Meloni, c’è sempre istintiva affinità tra i partiti di destra ovunque si collochino). Ecco, da Bibbiano il M5S non è mai uscito del tutto. Il Pd faccia pulizia al suo interno, ché serve senz’altro. Poi decida con calma se si può mettere in piedi un’alleanza con un leader il cui obiettivo principale è spianare l’alleato con questi mezzi.

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