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Case Green, sul clima la sinistra rischia grosso

Bruxelles, 21 marzo: Viktor Orban e Giorgia Meloni (reuters)

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Invece di contestare l’Europa, la destra italiana dovrebbe ringraziarla. Governo e maggioranza hanno un’altra arma da usare nella battaglia elettorale in vista del voto del 9 giugno
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Prigioniera delle doppie facce e delle doppie morali, Meloni fa fare un’altra pessima figura all’Italia. Non bastavano le liti con Macron, le giravolte sulle alleanze, il voto in ordine sparso sul nuovo patto per i migranti. Ora siamo l’unico tra i Paesi fondatori dell’Unione che dice no alla direttiva sulla Casa Green. E come se non bastasse, lo facciamo in pessima compagnia, visto che il solo Stato membro contrario alle nuove regole, oltre al nostro, è guarda caso l’Ungheria di Orbán.

Parafrasando il principe De Curtis: sovranisti si nasce, e Giorgia&Viktor, modestamente, lo nacquero. Per la nostra premier Visegrad val bene una messa: l’antica comunione d’intenti resiste, nonostante le stoccatine post-voto russo sull’ex amico Putin e le fuitine pre-elettorali con la gemella diversa Von der Leyen.

Sbrego all’immagine del Paese a parte, i patrioti tricolori non hanno capito niente. Non ha capito la Sorella d’Italia, che fa dire ai suoi bravi «questa direttiva è una gabbia ideologi…

Prigioniera delle doppie facce e delle doppie morali, Meloni fa fare un’altra pessima figura all’Italia. Non bastavano le liti con Macron, le giravolte sulle alleanze, il voto in ordine sparso sul nuovo patto per i migranti. Ora siamo l’unico tra i Paesi fondatori dell’Unione che dice no alla direttiva sulla Casa Green. E come se non bastasse, lo facciamo in pessima compagnia, visto che il solo Stato membro contrario alle nuove regole, oltre al nostro, è guarda caso l’Ungheria di Orbán.

Parafrasando il principe De Curtis: sovranisti si nasce, e Giorgia&Viktor, modestamente, lo nacquero. Per la nostra premier Visegrad val bene una messa: l’antica comunione d’intenti resiste, nonostante le stoccatine post-voto russo sull’ex amico Putin e le fuitine pre-elettorali con la gemella diversa Von der Leyen.

Sbrego all’immagine del Paese a parte, i patrioti tricolori non hanno capito niente. Non ha capito la Sorella d’Italia, che fa dire ai suoi bravi «questa direttiva è una gabbia ideologica che mette a rischio interi settori europei». Non ha capito Matteo Salvini, che tuona contro «l’ennesima follia europea».

Ancora meno ha capito tal Angelo Ciocca, leghista già finito nella “Rimborsopoli” padana, immortalato in compagnia di un noto boss della ’ndrangheta, fiero sostenitore della necessità che la Lombardia avesse più vaccini perché Regione ricca e ferreo persecutore della presidente Bce Christine Lagarde, alla quale ha mostrato un cappio durante il suo ultimo intervento in seduta plenaria.

Il vulcanico eurodeputato del Carroccio, nell’aula del Parlamento di Strasburgo che ha appena varato la direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici, protesta frantumando i timpani ai colleghi con un fischietto e mostrando il cartellino rosso all’emiciclo.

La verità è opposta. Invece di contestarla, la destra italiana dovrebbe ringraziare l’Europa. Con il via libera definitivo al testo — che impone impianti ecologici, materiali sostenibili e pannelli solari per tutte le costruzioni — governo e maggioranza hanno un’altra arma, potente e insidiosa, da usare nella battaglia elettorale in vista del voto del 9 giugno.

Non più solo il Puglia-gate nei feudi di Emiliano e Decaro, le retate dei pm, i cacicchi transumati e indagati, materia scottante che vede l’implume Schlein sbranata dalla faina Conte e che serve a nascondere gli scandali delle Santanchè, dei La Russa e dei Delmastro.

Adesso si aggiunge anche l’ennesima campagna contro l’Europa Matrigna, che per inseguire le farfalle ambientaliste vuole affossare gli immobili e affamare i cittadini. Materia ancora più incandescente, perché tocca un tabù già caro e propizio a Berlusconi (il Cavaliere, sull’abolizione dell’Imu, ci vinse le elezioni del 2008). La casa, bene primario per tutti gli umani e totem proprietario per l’80% degli italiani.

Lo sappiamo, l’abbiamo detto, l’abbiamo scritto. La Rivoluzione Verde non è un pranzo di gala. Al contrario, costa miliardi, può fare morti e feriti. La Casa Green obbliga chi abita e chi costruisce nuovi immobili a emissioni zero dal 2030, vieta le caldaie a combustibili fossili dal 2040 e prevede un patrimonio edilizio totalmente carbon free dal 2050. Tutto questo significa massicce ristrutturazioni per il presente e grossi investimenti per il futuro. Di qui al 2030 la transizione costa 275 miliardi l’anno, di cui 152 aggiuntivi e ancora da reperire.

«Chi paga?», si chiede l’ineffabile Giorgetti (che pure ha appena licenziato un Def farlocco, dove il problema del “chi paga” viene artificiosamente abolito, come la povertà ai bei tempi di Di Maio). Intendiamoci: a parte la rituale doppiezza del ministro del Tesoro — che vuole vedere il cammello a Bruxelles ma lo nasconde a Roma — il problema di chi deve dare i soldi non è affatto peregrino.

Lo stesso relatore alla direttiva, il verde irlandese Ciarán Cuffe, spiega che l’onere sarà suddiviso in un 60% di investimenti privati e in un 40% di fondi pubblici. Ma di questi per adesso non si vede traccia nel bilancio dell’Unione (a parte le poche briciole dei fondi di coesione e del Climate Fund).

Se non paga l’Europa, allora è chiaro che pagano gli Stati membri. Ed è ancora più chiaro che o gli Stati membri hanno risorse per sussidiare la trasformazione e l’efficientamento energetico delle abitazioni, o il fardello ricadrà sulle famiglie e le imprese.

L’Italia sta messa peggio di tutti. Contribuisce per l’1% alle emissioni globali, ma deve l’80% dell’energia primaria ai fossili. In più, ha un debito che risale a quota 3 mila miliardi, una procedura d’infrazione per deficit eccessivo in arrivo e un impegno strutturale a ridurre il fabbisogno di mezzo punto di Pil ogni anno per i prossimi sette.

Ed è qui che la destra si può giocare la carta elettorale, accusando l’Europa e la sinistra ambientalista che imbratta i quadri di Van Gogh col passato di verdura e che vuole salvare le api ma non le persone. Chi paga, se ristrutturare una Casa Green costa in media 20-25 mila euro?

Avviene sull’edilizia, ma anche sull’automobile dove lo stop ai motori a benzina e diesel dal 2030 fornisce gli stessi argomenti alla propaganda “carbonara”: chi paga, se la più piccola delle macchine elettriche costa 25-28 mila euro? E perché noi europei dobbiamo impiccarci con le nostre mani, mentre non solo la Cina e l’India, ma persino la Germania riapre le centrali a carbone?

Ragionamenti populisti, certamente. Ma anche molto popolari. Che la gente capisce facilmente. E che spesso hanno cambiato l’esito di consultazioni politiche, come il referendum del 2021 in Svizzera sulle misure da attuare nel rispetto degli accordi di Parigi sul clima. Torna in mente, ancora una volta, l’interrogativo di Cameron Abadi su Foreign Affairs: «E se democrazia e mitigazione climatica fossero incompatibili?». Non lo sono, evidentemente.

Ma per la destra, abituata a speculare sulle paure dei ceti più deboli, a negare la minaccia del global warming e a criminalizzare gli “eco-vandali”, questi sono formidabili cavalli di battaglia. Utili a giustificare (quasi) tutto: la bassa crescita e la greenflation, il probabile blocco di tutti gli sgravi una tantum in scadenza quest’anno e magari persino una manovra aggiuntiva in autunno.

La contesa sulla Casa Green, in fondo, è solo un’altra faccia della guerra dei gilet gialli, contro i quali l’Eliseo ha combattuto per due anni. O il secondo tempo della vandea degli agricoltori sul trattore di due mesi fa, davanti ai quali la “maggioranza Ursula” si è piegata, proprio perché siamo in campagna elettorale.

La crisi climatica e la Rivoluzione Green producono fenomeni complessi, che vanno gestiti. E coinvolgono blocchi sociali che vanno rassicurati e convinti, non snobbati o manganellati.

Ci si deprime anche solo a pensarlo, per la confusione in cui versa, l’accidia morale in cui langue e la subalternità politica in cui scivola. Ma una sinistra seria e responsabile, dovrebbe spiegare ai cittadini l’enorme vantaggio di un’economia riconvertita all’ambiente, e dovrebbe inchiodare il governo alle sue responsabilità.

Al “chi paga” di Giorgetti, per esempio, si potrebbe obiettare che di miliardi a disposizione per il Green ne abbiamo almeno 59, e ce li ha messi a disposizione proprio l’odiata Europa con il Pnrr: siamo in grado di colmare finalmente gli spaventosi ritardi di quel Piano e poi di usare quei miliardi per ristrutturare le nostre case senza dissanguare chi ci vive dentro?

Lo stesso discorso si potrebbe fare per il famigerato Superbonus 110%: se davvero ci sta schiacciando sotto una gigantesca cambiale da 200 miliardi, siamo in grado di convertire almeno una parte di quel debito aggiuntivo per decarbonizzare l’edilizia così sussidiata?

Si chiedono gli inglesi: heating or eating? In realtà, con un po’ di buon senso, “scaldarsi o mangiare” non è per forza l’alternativa del diavolo. Per un’opposizione coerente e coesa ci sarebbe da combattere eccome, anche su questi fronti, per non lasciare autostrade libere a una maggioranza altrettanto divisa, ma cementata dal potere e dal cinismo. Peccato che “Giuseppi” sia impegnato ad asfaltare il campo largo, mentre Elly sia “irritata” di fronte a cotante macerie.

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