L’ombra di Pechino
di Claudio TitoC’è un filo rosso che lega la guerra in Ucraina, il conflitto israelo-palestinese e l’attacco dell’Iran a Gerusalemme. Un minimo comun denominatore che si può definire un tentativo di indebolire l’Occidente. I suoi ideali, i suoi valori e la sua economia.
Sono effetti che si possono considerare inizialmente collaterali ma che diventano principali in una fase successiva. Se si guarda al contesto globale. Soprattutto se si osserva come la Cina, il vero antagonista mondiale degli Usa e dell’Ovest nel terzo millennio, sta sfruttando le diverse crisi belliche.
Israele è l’avamposto occidentale in Medio Oriente. Viene giudicato così anche da tutti i Paesi di quell’area. In particolare dai suoi nemici. Da questo aspetto derivano delle responsabilità. Tante. Per i suoi alleati ma anche per il governo di quello Stato. Che non possono essere ignorate. Una guerra regionale o addirittura più ampia produrrebbe inevitabilmente conseguenze su vasta scala. Avviare uno scontro non dimensionato con Teh…
C’è un filo rosso che lega la guerra in Ucraina, il conflitto israelo-palestinese e l’attacco dell’Iran a Gerusalemme. Un minimo comun denominatore che si può definire un tentativo di indebolire l’Occidente. I suoi ideali, i suoi valori e la sua economia.
Sono effetti che si possono considerare inizialmente collaterali ma che diventano principali in una fase successiva. Se si guarda al contesto globale. Soprattutto se si osserva come la Cina, il vero antagonista mondiale degli Usa e dell’Ovest nel terzo millennio, sta sfruttando le diverse crisi belliche.
Israele è l’avamposto occidentale in Medio Oriente. Viene giudicato così anche da tutti i Paesi di quell’area. In particolare dai suoi nemici. Da questo aspetto derivano delle responsabilità. Tante. Per i suoi alleati ma anche per il governo di quello Stato. Che non possono essere ignorate. Una guerra regionale o addirittura più ampia produrrebbe inevitabilmente conseguenze su vasta scala. Avviare uno scontro non dimensionato con Teheran non comporta infatti un impegno gigantesco solo per gli israeliani e per l’esecutivo guidato da Netanyahu, ma per tutto il mondo Occidentale. Anche in termini esistenziali. Le opzioni valutate da Gerusalemme non ricadono solo in Terra Santa. Il pressing scattato da Washington e da Bruxelles ha esattamente questo obiettivo: fa capire che in un mondo interconnesso anche la guerra viene globalizzata. Che l’Occidente può essere fiaccato da questa rincorsa. Che il numero di sistemi non democratici può così crescere ulteriormente.
Basta assistere a quel che sta capitando proprio in queste ore. L’attenzione, le risorse, la concentrazione rivolta verso Israele determina la disattenzione, la privazione e la deconcentrazione nei confronti dell’Ucraina. E quindi un rafforzamento della Russia che chiaramente sta approfittando dell’aggressività iraniana per aumentare la pressione su Kiev e per riconquistare il ruolo nel mondo che aveva progressivamente perso negli ultimi trenta anni.
La preoccupazione dell’Unione europea, degli Usa e del G7 che si apprestano a confermare a Gerusalemme la richiesta di moderare la risposta a Teheran, è essenzialmente questa. Il regime degli Ayatollah ha ribadito di fatto la sua scelta di campo a favore di Mosca e Pechino. Non lo si può ignorare. Non si può trascurare nemmeno che la storia degli ultimi 110 anni ci ha insegnato che le guerre mondiali sono state scatenate da una miccia appiccata nell’est europeo: a Sarajevo e nei Sudeti.
È quindi la Cina a conquistare i dividendi maggiori di questa situazione. Paradossalmente sostiene Mosca, che punta ristabilire l’equilibrio di Yalta, con l’obiettivo esattamente di sovvertire le sfere d’influenza fissate quasi ottanta anni fa. Lo fa a modo suo. Di tutti conflitti in corso in questo momento, le truppe di Xi non sono presenti in nessuno. Sono osservatori interessati. E avvantaggiati. Non sprecano forze, non impegnano soldi, non rischiano la loro immagine con i Paesi belligeranti e sfruttano le debolezze altrui. Si incuneano nelle fessure più critiche per allargarle e scendere nella competizione globale con l’Occidente senza appesantimenti. Senza fardelli di alcun tipo. Sfruttano le vulnerabilità dall’esterno.
E lo fanno in un momento di particolare fragilità “democratica” del sistema occidentale. Le nostre democrazie, viste dai regimi autoritari e autocratici, hanno infatti un impiccio fastidioso: le elezioni. L’Unione europea affronterà questo appuntamento a giugno, gli Stati Uniti a novembre. Fino a quel momento il pericolo principale è la paralisi. L’impossibilità di prendere decisioni ferme. In America soprattutto la campagna elettorale di Donald Trump rappresenta poi un fattore di ulteriore indebolimento. Due giorni fa l’ex presidente statunitense ha dato una spiegazione dell’attacco iraniano che non fa altro che acuire la difficoltà e incentivare la crisi: «Ci siamo dimostrati deboli». Eppure la linea di Biden, anche in occasione della difesa offerta a Israele, è stata ampiamente condivisa e ha potuto contare su un elemento che non era affatto scontato: il sostegno del mondo sunnita.
La Casa Bianca sta dunque ricordando al governo israeliano che senza il suo aiuto, quello della Gran Bretagna e della Francia difficilmente lo scudo missilistico sarebbe efficiente come lo è stato due giorni fa. Ma più che un avvertimento è una richiesta. Di chi intravvede i rischi di un conflitto largo. In cui non c’è solo in gioco la vittoria o la sconfitta militare ma la tenuta di quel sistema di valori e ideali che da cento anni chiamiamo Occidente.
Anche l’Europa sta facendo i conti con questi pericoli. E con tutte le sue difficoltà. Nei prossimi giorni tenterà di emanare nuove sanzioni contro Teheran (ma solo personali e non allo Stato) evitando di compromettere il dialogo. E nella consapevolezza che la sua capacità di mediazione è ridotta. I prossimi anni però saranno centrali per il futuro dell’Ue. E il suo assetto istituzionale, in questo contesto tanto drammatico, non potrà essere ordinario. Le scelte di adesso peseranno sulla prospettiva dell’Unione come non mai. Contare o meno su vertici in grado di affrontare questo tipo di crisi segnerà la differenza tra il progresso o il regresso.