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Come i padri fondatori

(ansa)
Mario Draghi ha illustrato il suo “manifesto” per l’Europa
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L’Europa non sta perdendo la sfida economica con le altre potenze globali, Cina e Stati Uniti. L’ha già persa, a causa della propria frammentazione. Se vuole recuperare terreno per salvare il proprio modello sociale e politico deve pensarsi come un’unica entità sovranazionale. Occorre «una ridefinizione della nostra Unione che non sia meno ambiziosa di quella che fecero i padri fondatori 70 anni fa». È questo, molto in sintesi, il “manifesto” per l’Europa che Mario Draghi ha illustrato ieri in un convegno a Bruxelles a poche settimane dal voto che chiamerà 450 milioni di cittadini ad eleggere il nuovo Parlamento Ue. Nei tempi e nei modi, non è una scelta casuale.

Con il suo intervento Draghi ha voluto anticipare il contenuto del rapporto sulla competitività europea che la Commissione gli ha chiesto di preparare, ma che sarà reso noto solo dopo le elezioni di giugno. Un modo per ricordare agli elettori, ma soprattutto ai governi che dovranno nominare i prossimi vertici comunitari, qual…

L’Europa non sta perdendo la sfida economica con le altre potenze globali, Cina e Stati Uniti. L’ha già persa, a causa della propria frammentazione. Se vuole recuperare terreno per salvare il proprio modello sociale e politico deve pensarsi come un’unica entità sovranazionale. Occorre «una ridefinizione della nostra Unione che non sia meno ambiziosa di quella che fecero i padri fondatori 70 anni fa». È questo, molto in sintesi, il “manifesto” per l’Europa che Mario Draghi ha illustrato ieri in un convegno a Bruxelles a poche settimane dal voto che chiamerà 450 milioni di cittadini ad eleggere il nuovo Parlamento Ue. Nei tempi e nei modi, non è una scelta casuale.

Con il suo intervento Draghi ha voluto anticipare il contenuto del rapporto sulla competitività europea che la Commissione gli ha chiesto di preparare, ma che sarà reso noto solo dopo le elezioni di giugno. Un modo per ricordare agli elettori, ma soprattutto ai governi che dovranno nominare i prossimi vertici comunitari, quale sia la posta in gioco: il declino e il possibile sfaldamento dell’Ue, la cui «coesione politica è oggi minacciata dai mutamenti nel resto del mondo», oppure «un cambiamento radicale, perché le nostre regole sono costruite su un mondo che non c’è più, il mondo pre-Covid, pre-guerra in Ucraina, pre-crisi Medio Oriente, e ci troviamo in un mondo in cui è tornata la rivalità tra le grandi potenze».

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Il rapporto di Draghi è molto articolato ed entra nel dettaglio di tutti i settori in cui l’Europa ha perso competitività. Ma la critica di fondo a quanto è stato fatto finora è più generale e filosofica. Cita il nobel Paul Krugman che definì la competitività «una pericolosa ossessione» perché induce i governi «a migliorare la propria posizione relativa rispetto agli altri e acquisire la loro quota di crescita». Insomma, per decenni gli europei si sono fatti concorrenza tra loro, mentre il resto del mondo, «che non rispetta più le regole», faceva concorrenza all’Europa. Inutile dire chi ha vinto.

«Ci manca una politica industriale unica. Ci manca una strategia su come tenere il passo in una corsa sempre più spietata per la leadership nelle nuove tecnologie. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina, anche per la difesa, e abbiamo solo quattro attori tecnologici europei globali tra i primi 50 a livello mondiale».

Ora, dice Draghi, «non abbiamo il lusso di poter rinviare le decisioni». L’Europa deve muoversi in fretta: unificare i mercati finanziari, unificare le politiche energetiche, quelle per la difesa, per il controllo delle materie prime, per le politiche ambientali a cui mancano risorse necessarie «a realizzare le nostre ambizioni senza aumentare le nostre dipendenze». Deve ricorrere al debito comune per aumentare la fornitura di beni pubblici. Deve dotarsi subito di «un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche». Sarebbe meglio fare tutto questo insieme. Ma non possiamo più permetterci di aspettare una modifica dei Trattati, che richiede l’unanimità. Se qualcuno non ci sta, deve essere lasciato indietro.

Tutte queste cose, Mario Draghi le aveva già dette in varie occasioni, sia pure in forma meno organica. La sua visione federalista dell’Europa non è certo un segreto da quando, come presidente della Bce, salvò l’euro dagli assalti speculativi dei mercati internazionali con il suo famoso «whatever it takes». Ma la tempistica dell’intervento di ieri fa assumere un significato particolare alle sue parole.

Non è un segreto che il nome dell’ex capo del governo italiano sia entrato nella rosa ristretta che si trova sul tavolo dei leader europei per la nomina del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio Ue. A suo favore gioca una reputazione internazionale indiscussa di competenza, serietà e acume politico. Contro di lui c’è il fatto che non appartenga a nessuno dei tre gruppi politici, popolari, socialisti e liberali, che di solito si spartiscono le poltrone al vertice della Ue.

Draghi, naturalmente, non si è mai apertamente pronunciato sulla propria candidatura. Tanto meno ha mai dimostrato di avere ancora ambizioni pubbliche, né in Italia né a livello Ue. Ma, con il “manifesto per l’Europa” che ha illustrato ieri a Bruxelles, ha mandato un messaggio chiaro ai leader politici che stanno soppesando il suo nome: se pensate di mettermi alla guida della Commissione o del Consiglio europeo, questo è il mio programma e queste sono le cose che farò. Come è nel suo carattere, solo apparentemente sommesso, ha lanciato una sfida ai governi e anche ai partiti europei. Certo ciò non gli spiana necessariamente la strada. Ma, a partire da ieri, il suo nome sta in una casella a parte nella rosa dei candidati. Scegliere lui, vuol dire scegliere di cambiare la storia dell’Europa, e anche il suo destino.

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