La carta Draghi divide la destra
di Stefano FolliÈ bastato che nel circuito mediatico prendesse di nuovo forma l’immagine di Mario Draghi ed ecco che il centrodestra si è subito diviso. Da un lato, c’è il presidente del Senato La Russa, da cui — probabilmente non all’insaputa di Giorgia Meloni — vengono parole di rispetto e apprezzamento per l’ex premier. Dall’altro, Matteo Salvini che invece passa all’attacco e non risparmia il livore verso il personaggio. Due reazioni opposte, a conferma che a destra quel nome tocca nervi sensibili.
La destra che vuole contare ha da tempo stabilito un buon rapporto con Draghi sullo sfondo dello scenario europeo: un rapporto istituzionale che riconosce il ruolo e il prestigio dell’ex presidente della Bce ai quattro angoli dell’Unione.
Viceversa la destra che conta poco e cerca di sopravvivere si scaglia contro di lui, non avendo nulla da perdere salvo un residuo di credibilità. Il che è tanto più singolare, come gesto di autolesionismo politico, se si considera che anche l’ungherese Orbán ha dato u…
È bastato che nel circuito mediatico prendesse di nuovo forma l’immagine di Mario Draghi ed ecco che il centrodestra si è subito diviso. Da un lato, c’è il presidente del Senato La Russa, da cui — probabilmente non all’insaputa di Giorgia Meloni — vengono parole di rispetto e apprezzamento per l’ex premier. Dall’altro, Matteo Salvini che invece passa all’attacco e non risparmia il livore verso il personaggio. Due reazioni opposte, a conferma che a destra quel nome tocca nervi sensibili.
La destra che vuole contare ha da tempo stabilito un buon rapporto con Draghi sullo sfondo dello scenario europeo: un rapporto istituzionale che riconosce il ruolo e il prestigio dell’ex presidente della Bce ai quattro angoli dell’Unione.
Viceversa la destra che conta poco e cerca di sopravvivere si scaglia contro di lui, non avendo nulla da perdere salvo un residuo di credibilità. Il che è tanto più singolare, come gesto di autolesionismo politico, se si considera che anche l’ungherese Orbán ha dato un giudizio positivo su Draghi.
Sappiamo che il premier dell’Ungheria non ha simpatia per lo Stato di diritto. Ma sappiamo anche che egli non vuole recidere i fili che ancora collegano Budapest a Bruxelles. Dire Draghi vuol dire mantenere la connessione con un establishment europeo di cui l’ex banchiere è uno dei massimi esponenti.
Per cui Orbán non fa una piega: il suo governo non fa mistero di detestare l’Ucraina, alla quale vorrebbe sottrarre qualsiasi sostegno militare europeo; al tempo stesso l’ungherese è abbastanza astuto da esprimere stima alla figura più impegnata nel rilancio del processo d’integrazione dell’Unione, mai scisso da un forte nesso strategico tra Europa e Stati Uniti.
In sostanza, la destra istituzionale che vuole sentirsi del tutto legittimata, in primo luogo quella italiana, è consapevole di ricavare solo vantaggi da un ritorno di Draghi sulla scena: europea, stavolta. Il che non significa essere d’accordo con lui su tutto, vuol dire però non commettere l’errore di sbarrargli la strada. L’altra destra evidentemente preferisce il generale Vannacci per combattere la solita battaglia di retroguardia.
S’intende che affrontare il tema Draghi significa parlare delle nomine al vertice nella prossima legislatura. Qui si vedono due problemi.
Primo, non si è ancora votato per il Parlamento europeo. Lo faremo ai primi di giugno e subito dopo cominceranno le trattative tra le forze politiche più importanti. Discutere di nomi con troppo anticipo rischia di danneggiare il candidato che si vorrebbe invece sostenere.
Secondo, è chiaro che Draghi è il nome più autorevole sul tavolo. Ma egli non appartiene a una delle principali “famiglie politiche” d’Europa. È un tecnico, anzi un super tecnico che dovrebbe essere chiamato per “chiara fama” a guidare una Commissione (o a presiedere un Consiglio) interrompendo la tradizione che vuole queste nomine sempre fondate sul negoziato tra i grandi partiti.
Al momento in Italia Draghi raccoglie il consenso esplicito di Azione (Calenda) e Italia Viva (Renzi). Il Pd, dice Schlein, guarda a un nome del Pse. La destra resta sulle sue.
Il ricorso ai tecnici, a imitazione del modello italiano, non appartiene al costume di Bruxelles e Strasburgo. Ma può esserci senz’altro una prima volta, specie se il risultato del voto non fosse così netto.
Nell’attesa, come abbiamo visto, Draghi ha dato il massimo risalto al suo rapporto sulla competitività. A sua volta Enrico Letta presenta il suo lavoro sul mercato unico. Entrambi erano stati richiesti da Ursula von der Leyen quando sperava di ottenere la rielezione. Ma molte cose da allora sono cambiate.