Israele e Iran si sono allontanati dall’orlo del precipizio, come titolava ieri con perfetta sintesi il sito del Financial Times poche ore dopo la risposta israeliana all’ondata di droni e missili lanciata nella notte del 13 aprile da Teheran. Una risposta, dopo giorni di trepidanti interrogativa e anche ipotesi angoscianti di una guerra a estensione regionale, definita dall’esperto Ian Bremmer “un allentamento dell’escalation” per la sua chirurgica moderazione. Tanto che Ben Gvir, il ministro israeliano dell’ultradestra, ha parlato di un “attacco moscio”, provocando l’ironia dei commentatori iraniani di regime. Moscio sì, se valutato in termini puramente quantitativi. Ma tutt’altro che moscio, anzi molto forte, se si passa a una valutazione qualitativa. Per il simbolismo dell’obiettivo scelto, tra l’altro nel giorno del compleanno della Guida suprema Ali Khamenei: una città nel centro dell’Iran, Isfahan, dove c’è uno dei più importanti siti nucleari; e dalla cui base areonautica, Shekari, sono partiti i droni e i missili che la notte del 13 aprile hanno colpito la base israeliana di Nevatim. Dalla quale, il 1mo aprile, si erano levati i caccia che andavano a bombardare il consolato iraniano di Damasco, uccidendo 16 persone tra cui il generale Mohemmed Reza Zahedi, capo delle operazioni segrete iraniane nel Levante. Occhio per occhio, dente per dente, o, come ha detto un commentatore israeliano, il messaggio per Teheran è: “Possiamo colpire dove vogliamo, e quando vogliamo”. Sottinteso, anche quello che vogliamo. Compresi i siti nucleari.
Dunque, al di là del sollievo perché l’orlo del baratro di una guerra regionale è oggi più lontano, la partita che si è aperta sulla scacchiera mediorientale tra Israele e Iran, dopo l’attacco al consolato di Damasco è tutt’altro che finita. Anzi si arricchisce ogni giorno di mosse e contromosse, che rendono il percorso sempre più complicato e la conclusione imprevedibile. I due giocatori cercano di stare il più possibile coperti. Israele non ha rivendicato l’azione di ieri, secondo una tecnica riservata solitamente alle operazioni dei servizi segreti, e ha anche lamentato che il Pentagono abbia rivelato l’attacco. Il capo dell’esercito iraniano ha parlato di un “incidente”, di un’“esplosione in una fabbrica” probabilmente per non ammettere la propria vulnerabilità ed esorcizzare il timore che Israele possa colpire quando e dove vuole. E il presidente Ebrahim Raisi non ha fatto alcun cenno all’attacco israeliano in un discorso televisivo in diretta, pronunciato poche ore dopo.
L’arbitro, che vuole evitare “a ogni costo” che la partita vada fuori controllo, il presidente americano Biden, affronta a sua volta una scommessa estremamente complicata sia sul fronte internazionale che su quello interno, nell’anno in cui è in palio la sua rielezione. Secondo il Wall Street Journa la Casa Bianca sta valutando un pacchetto di ulteriori forniture di armi a Israele, per un valore di oltre un miliardo di dollari, in aggiunta agli aiuti attualmente in esame al Congresso. Può essere visto come un saldo per la moderazione mostrata da Netanyahu, accogliendo i pressanti appelli di Biden a evitare un’“escalation” regionale dopo il massiccio attacco iraniano del 13 aprile. Il segretario di Stato Antony Blinken, nella conferenza stampa dopo il G7 di Capri, a ogni domanda ha risposto come un automa: “Noi siamo focalizzati sulla de-escalation, sull’evitare un più ampio conflitto regionale”. Negando ogni coinvolgimento nell’operazione a Isfahan.
Oppure il nuovo pacchetto di forniture militari, anziché un saldo, può essere letto come un anticipo per convincere il premier israeliano ad agevolare il piano di Biden di portare l’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo del 2020, quando alla Casa Bianca c’era Donald Trump. L’attacco combinato di droni, cruise e missili balistici lanciato dall’Iran la notte del 13 aprile è stato bloccato “al 99 per cento” anche per il supporto della Middle East Air Defence, la traduzione militare degli Accordi di Abramo, che sono invece commerciali e tecnologici. L’architetto della Mead è Benny Gantz, due volte ministro della Difesa d’Israele e ora membro del Gabinetto di guerra. Alcuni partner di questa alleanza di sicurezza, una piccola Nato mediorientale, sono al momento segreti (soltanto la Giordania è venuta allo scoperto dichiarando di aver abbattuto nel suo cielo proiettili destinati a Israele).
L’estensione degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita, nella versione diplomatica e commerciale ma anche in quella militare, sarebbe un grande colpo per Biden anche in funzione elettorale. Perché aprirebbe nuovi scenari per affrontare la questione palestinese. E, come si è visto nelle primarie del Super Martedì di marzo, la situazione dei palestinesi e delle migliaia di vittime civili delle operazioni israeliane a Gaza pesa sull’elettorato democratico e quindi in negativo sul presidente. Se il conflitto a Gaza uscisse dai temi della campagna elettorale, Biden potrebbe davvero recuperare il “gap”, già ridotto negli ultimi sondaggi, che lo separa da Trump.
Perciò la prossima mossa importante della complicata partita a scacchi che si gioca in Medio Oriente sarà quella di Rafah. Dove un’operazione israeliana sembra ormai inevitabile. Ma anche lì, nell’ottica americana, il problema riguarda, come già per la risposta all’Iran, con “quanta forza” Israele intende intervenire. Se lo farà con azioni mirate sarà accettabile per la Casa Bianca perché, recita il comunicato dopo il bilaterale tra i due consiglieri per la sicurezza Sullivan e Dermer, “l’obiettivo di vedere Hamas sconfitto a Rafah” è condiviso. Se invece Israele attaccherà in modo massiccio, con altre decine o centinaia di vittime civili, Biden non potrà non esprimere la sua opposizione. Perché per lui sarebbe una sconfitta: di fronte al mondo, ma anche di fronte all’America che va al voto.