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L’antifascismo di De Gasperi

Alcide De Gasperi 
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Settanta anni fa, nel 1954, moriva Alcide De Gasperi, fondatore e leader della Democrazia cristiana. Ha guidato la ricostruzione nazionale dopo la guerra ed ha aperto una nuova prospettiva internazionale ed europeista all’Italia. E’ stato ininterrottamente per otto anni Presidente del Consiglio. Costruì con caparbietà la trama della Comunità economica e dell’Assemblea politica che avrebbe portato all’ Unione europea. Fu uno statista cattolico che ha dovuto affrontare problemi giganteschi, tra cui la «conversione» alla democrazia di un popolo plasmato dalla dittatura fascista. Il suo antifascismo è stato originale e profondo. Prima di tutto vi era la sua esperienza personale: fu oggetto di gravi campagne diffamatorie da parte dei fascisti che lo accusarono di essere un «austriacante»; fu fermato e interrogato a Vicenza nel 1926, arrestato nel 1927, condannato e imprigionato a Regina Coeli e poi in una clinica e dopo i Patti lateranensi nel 1929 andò a lavorare nella Biblioteca vatican…

Settanta anni fa, nel 1954, moriva Alcide De Gasperi, fondatore e leader della Democrazia cristiana. Ha guidato la ricostruzione nazionale dopo la guerra ed ha aperto una nuova prospettiva internazionale ed europeista all’Italia. E’ stato ininterrottamente per otto anni Presidente del Consiglio. Costruì con caparbietà la trama della Comunità economica e dell’Assemblea politica che avrebbe portato all’ Unione europea. Fu uno statista cattolico che ha dovuto affrontare problemi giganteschi, tra cui la «conversione» alla democrazia di un popolo plasmato dalla dittatura fascista. Il suo antifascismo è stato originale e profondo. Prima di tutto vi era la sua esperienza personale: fu oggetto di gravi campagne diffamatorie da parte dei fascisti che lo accusarono di essere un «austriacante»; fu fermato e interrogato a Vicenza nel 1926, arrestato nel 1927, condannato e imprigionato a Regina Coeli e poi in una clinica e dopo i Patti lateranensi nel 1929 andò a lavorare nella Biblioteca vaticana, sempre controllato dalla polizia politica. De Gasperi Mussolini lo conosceva bene: si erano duramente confrontati nel 1909 come direttori di giornali trentini quando il futuro duce era vissuto a Trento. Uno dei crucci di De Gasperi fu di non aver capito che con la secessione aventiniana del 27 giugno 1924, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, le forze democratiche erano cadute nel tranello di Mussolini. Non partecipò alla resistenza armata – che vide cadere anche molti partigiani cristiani - ma della Resistenza ebbe subito un’idea chiara: era stato il sacrificio senza il quale nessun governo democratico avrebbe potuto presentarsi davanti al tribunale della storia. Fu lui a proporre nel 1946 al re Umberto II che il 25 aprile fosse dichiarato festa nazionale. Nel celebre discorso del 10 agosto 1946 alla Conferenza di pace di Parigi disse: «Signori, e? vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalita? del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilita? e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in se? le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, e? tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire». Il 4 novembre 1946 aggiunse: «La solidarietà e l’unità del paese sono indispensabili perché la ripresa internazionale avvenga. Ma perché l’unità si abbia occorre il consenso fermo ed unanime di tutti su alcuni principi, primo dei quali è la rinuncia alla forza e alla violenza in politica, tanto se viene da destra che da sinistra. Occorre altresì restituire al loro posto di dignità i valori morali, perché questo è il vero antifascismo e la bonifica da compiersi in una amministrazione corrotta». L’anno successivo, nelle celebrazioni del 25 aprile 1947, estese il valore della Resistenza dal campo armato a quello civile: «Le virtù della Resistenza devono essere anche le virtù di oggi: spirito di abnegazione, fermezza di propositi, solidarietà di intenti. Vi è oggi un dovere di resistenza civile che non è meno necessario di quello della resistenza contro l’oppressione. Bisogna resistere contro la demagogia della vita facile e frasaiola, come contro le tentazioni delle speculazioni, dello sperpero e dell’egoismo brutale». Il suo antifascismo non si ferma però alla condanna di Mussolini. Si articola su tre livelli: il rifiuto radicale della violenza in politica, il rifiuto del partito unico e del nazionalismo, la fiducia nei diritti della persona e in una fede che non tollerava la compromissione con un’ideologia «pagana». Non favorì un antifascismo rabbioso perché la sua convinzione era che non si poteva far pagare ad un intero popolo i suoi errori senza fornirgli una prospettiva di riscatto. Fece passare, controfirmata da Togliatti, ministro della giustizia, una amnistia larga che gli attirò molte critiche. Temeva che si ricostituisse una destra rancorosa che non si riconosceva nello spirito della Costituzione. Se l’anticomunismo era l’argomento politico dominante della Democrazia cristiana, per De Gasperi lo era anche, sullo stesso piano, l’antifascismo. Dentro e fuori il mondo cattolico difese l’idea che la democrazia parlamentare assume valore nel libero confronto tra ideologie diverse. Non volle mai governare da solo. Nel 1947, quando ruppe l’unità dei governi di unità nazionale, lo fece certo per riposizionare l’Italia sotto la protezione degli Stati Uniti e del piano Marshall, ma anche perché voleva che la maggioranza degli italiani potesse ritrovarsi in un grande partito democratico moderato – antirivoluzionario - che non si era macchiato di nefandezze. Ebbe contro una destra reazionaria, anche clerico fascista, e il movimento qualunquista. Merita di leggere che cosa disse contro Almirante e la Fiamma in vari discorsi elettorali tenuti soprattutto al Nord. Queste ad esempio le sue parole il 26 aprile del 1953: «Ma che vogliono, i politici neofascisti, che rivendicano e riabilitano il fascismo, tutto il fascismo e ci coprono di volgari accuse? Il fascismo ha costruito, sì, non lo nego, ma noi abbiamo costruito e rinnovato immensamente di più».

Il 20 novembre del 1948, in un memorabile discorso a Bruxelles sulle basi morali della democrazia leggiamo: «Tragica fu l’esperienza del mio paese. Anche taluni tra noi stessi che l’avversarono, non avvertirono subito la profondità dell’attacco fascista. Non ci furono forse dei cattolici – non moltissimi per fortuna – che credettero nel corporativismo totalitario e nella possibilità che la dittatura facesse progredire, con rapide e radicali riforme, la giustizia sociale? Si è creduto insomma che, in un grande Stato, la giustizia sociale potesse avanzare e consolidarsi senza la libertà politica e ci si è illusi che le libertà personali, familiari, sindacali e locali potessero salvarsi senza la libertà politica». Quando nel 1952 don Luigi Sturzo, rientrato dall’esilio, accettò di guidare a Roma una lista con il Movimento sociale italiano, promossa su direttiva di papa Pio XII per scongiurare la vittoria delle sinistre alle elezioni comunali, De Gasperi si oppose vigorosamente. De Gasperi seppe applicare il principio che poi sarà di papa Giovanni XXIII: distinguere fino a che si può tra l’errore e l’errante, riconoscendo anche che il fascismo aveva suscitato a suo tempo tra i giovani un forte senso di appartenenza alla patria. Merita di essere letta la lettera che aveva scritto il 10 ottobre 1944 ad un giovane brillante economista cattolico, Sergio Paronetto: «Senza dubbio l’immediato domani esige lavoro ricostruttivo, ma l’antifascismo a cui dobbiamo ancora tenere non è quello impastato di rappresaglie, di bandi e di esclusioni, ma è il criterio che ci serve a identificare, misurare e giudicare gli stessi antifascisti e non fascisti: la mentalità antilibertaria della dittatura borghese-repubblicana, militare-monarchica o proletario-comunista, la passione rivoluzionaria dei comitati di salute pubblica, l’ambizione giacobina d’improvvisare riforme, la suggestione del nuovo, dell’ardito a qualunque costo. […] Sventuratamente mi persuado sempre più che il fascismo è una mentalità quasi congenita alla generazione più giovane, una mentalità del resto atavica, nella quale riaffiorano molti fermenti del Risorgimento […]. Ed ecco perché, in tale senso, l’antifascismo è per noi una pregiudiziale ricostruttiva». (cfr. www. epistolariodegasperi.it). Tutti coloro che ambiscono a riconoscersi in De Gasperi dovrebbero avere ben presente il suo «antifascismo come pregiudiziale ricostruttiva», senza il quale renderebbero torto alla verità storica e alla Repubblica.

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