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Il corto circuito italiano

I rappresentanti del popolo italiano, si sono astenuti in massa. I Cinque Stelle e la sinistra hanno votato contro
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Al Parlamento europeo ieri è andato in scena il plateale fallimento dell’attuale classe politica italiana. Gli eurodeputati degli altri 26 Paesi della Ue hanno approvato a stragrande maggioranza la riforma del Patto di stabilità, che lo rende più flessibile rispetto a quello precedente. I rappresentanti del popolo italiano, dei tre partiti di maggioranza, ma anche del Pd e di Iv, con sole quattro lodevoli eccezioni, si sono astenuti in massa. I Cinque Stelle e la sinistra hanno votato contro.

È stato un corto circuito collettivo, probabilmente dettato da ansia pre-elettorale, che mette ancora una volta in evidenza l’isolamento del nostro Paese in Europa, ma anche la cronica incapacità dei nostri dirigenti politici, di maggioranza e di opposizione, di assumere la responsabilità delle proprie scelte.

Cerchiamo di chiarire alcuni aspetti essenziali della questione. Il primo è che, nel contesto della votazione di ieri, l’astensione equivaleva di fatto ad un voto positivo. Dunque, nella st…

Al Parlamento europeo ieri è andato in scena il plateale fallimento dell’attuale classe politica italiana. Gli eurodeputati degli altri 26 Paesi della Ue hanno approvato a stragrande maggioranza la riforma del Patto di stabilità, che lo rende più flessibile rispetto a quello precedente. I rappresentanti del popolo italiano, dei tre partiti di maggioranza, ma anche del Pd e di Iv, con sole quattro lodevoli eccezioni, si sono astenuti in massa. I Cinque Stelle e la sinistra hanno votato contro.

È stato un corto circuito collettivo, probabilmente dettato da ansia pre-elettorale, che mette ancora una volta in evidenza l’isolamento del nostro Paese in Europa, ma anche la cronica incapacità dei nostri dirigenti politici, di maggioranza e di opposizione, di assumere la responsabilità delle proprie scelte.

Cerchiamo di chiarire alcuni aspetti essenziali della questione. Il primo è che, nel contesto della votazione di ieri, l’astensione equivaleva di fatto ad un voto positivo. Dunque, nella stragrande maggioranza, gli eurodeputati italiani hanno dato il via libera alla riforma del Patto. Una scelta ovvia, visto che una bocciatura in aula del testo faticosamente concordato tra Commissione, governi nazionali e Parlamento, avrebbe riportato in vigore il vecchio Patto di stabilità molto più duro e punitivo per i Paesi fortemente indebitati come il nostro. A questo punto di autolesionismo i nostri eurodeputati, con l’eccezione dei 5S, per fortuna non sono arrivati.

Il secondo aspetto riguarda la coerenza. La riforma del Patto è frutto di un difficile compromesso tra la proposta della Commissione, messa a punto dal commissario Paolo Gentiloni, prestigioso esponente del Pd, e le richieste dei governi nazionali, rappresentati per l’Italia dal ministro leghista dell’economia Giorgetti e dalla premier Meloni. Alla fine di una lunga trattativa, sia Gentiloni sia Giorgetti sia Meloni hanno dato via libera all’intesa, considerandola comunque un netto miglioramento rispetto alle vecchie regole. Le astensioni di ieri sono evidentemente una presa di distanza degli eurodeputati italiani rispetto ai loro referenti politici. I parlamentari di destra hanno contraddetto sia Giorgetti sia Meloni. Quelli del Pd si sono smarcati non solo da Gentiloni, ma anche dalla grande maggioranza dei socialisti eruropei, che hanno votato a favore.

Il terzo aspetto riguarda il merito della riforma. Il Patto di stabilità era stato temporaneamente sospeso durante il Covid, ma sarebbe rientrato in vigore quest’anno ripristinando le vecchie regole di “austerity” che hanno rappresentato una camicia di forza per l’economia europea. Le nuove norme sono molto più morbide e consentono ai Paesi più indebitati di concordare con Bruxelles un percorso di rientro in sette anni tarato sulle esigenze nazionali. È chiaro che il ritorno del Patto pone comunque dei limiti alla spesa. Ma preserva la possibilità di continuare gli investimenti produttivi. I contributi nazionali per integrare le somme stanziate dai fondi europei, compreso il Pnrr, saranno per esempio scorporati dal computo delle spese. Per un Paese come l’Italia, che deve comunque rimettere ordine nei propri bilanci se vuole piazzare sui mercati il gigantesco debito pubblico, si tratta di una scelta obbligata dal buon senso. E allora perché questa astensione di massa che assomiglia tanto ad una amnesia collettiva?

La risposta, purtroppo, è semplice. Alla vigilia di un appuntamento elettorale importante come quello delle europee, nessuno dei partiti italiani, né quelli al governo né quelli all’opposizione, se l’è sentita di spiegare agli elettori le ragioni, pur validissime, delle proprie scelte. L’astensione è una foglia di fico. Una fuga dalla realtà e dalle responsabilità politiche di ciascuno. Una soluzione alla Ponzio Pilato che consentirà, in campagna elettorale, di additare ancora una volta «i burocrati europei» come responsabili dei sacrifici necessari di cui siamo, in realtà, gli unici veri responsabili.

Questo, evidentemente, non fa bene all’Europa. Ma fa molto più male alla nostra classe politica, che con l’astensione di ieri ha messo il sigillo alla propria impotenza. Le elezioni europee non si tengono solo in Italia. Perché gli eurodeputati degli altri 26 Paesi hanno avuto il coraggio di rispondere davanti agli elettori delle proprie scelte, e i nostri no? A certe domande, forse, è meglio non dare risposta. Si dice che il ritorno del Patto di stabilità, ponendo fine alle spese irresponsabili con cui la politica acquista consensi, potrebbe favorire l’ondata populista. Di certo, lo spettacolo di una classe dirigente che non sa prendersi le responsabilità che le competono non aiuta a frenarla.

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