Terremoto, il silenzio del Sud
di Paolo RumizA Sud c’è un silenzio molto speciale, che è il vero convitato di pietra nel suo sviluppo. Un silenzio sismico. Negli ultimi venti secoli, la caviglia dello Stivale registra la media di un terremoto di magnitudo 6 (simile a quello di Amatrice) ogni dodici anni e mezzo. Stavolta sono 44 anni (dalla tragedia dell’Irpinia del 1980) che le fondamenta della Terra non si scuotono in modo importante, il che lascia supporre, statisticamente, un forte botto di assestamento a tempi brevi. Esattamente quando e dove, nessuno è in grado di prevederlo. Ma di alta probabilità è cosa ragionevole parlare.
Non amo cavalcare allarmismi o annunciare sventure solo per poter dire, dopo, che avevo avuto ragione. Qui non si tratta di ipotesi azzardate ma di fatti scientificamente comprovati, fatti che la politica — notoriamente sensibile alle emergenze anziché alla prevenzione — non tiene in minimo conto, per la felicità dei palazzinari disonesti. Una cosa è l’allarme: altra cosa è una razionale cultura del r…
A Sud c’è un silenzio molto speciale, che è il vero convitato di pietra nel suo sviluppo. Un silenzio sismico. Negli ultimi venti secoli, la caviglia dello Stivale registra la media di un terremoto di magnitudo 6 (simile a quello di Amatrice) ogni dodici anni e mezzo. Stavolta sono 44 anni (dalla tragedia dell’Irpinia del 1980) che le fondamenta della Terra non si scuotono in modo importante, il che lascia supporre, statisticamente, un forte botto di assestamento a tempi brevi. Esattamente quando e dove, nessuno è in grado di prevederlo. Ma di alta probabilità è cosa ragionevole parlare.
Non amo cavalcare allarmismi o annunciare sventure solo per poter dire, dopo, che avevo avuto ragione. Qui non si tratta di ipotesi azzardate ma di fatti scientificamente comprovati, fatti che la politica — notoriamente sensibile alle emergenze anziché alla prevenzione — non tiene in minimo conto, per la felicità dei palazzinari disonesti. Una cosa è l’allarme: altra cosa è una razionale cultura del rischio. La quale insegna che più dura il sonno sismico e più il rischio aumenta. Una questione, dunque, di memoria. Che il nostro Paese non ha.
Nel mio ultimo libro Una voce dal Profondo, in cui narro l’identità sismica del nostro Paese e le reazioni emotive che ne conseguono, ho descritto en passant alcuni inquietanti silenzi della terre italiane del Sud: quello per esempio del massiccio del Pollino tra Calabria e Basilicata, e quello della Sicilia sud-orientale, che nel Seicento fu devastata dal più micidiale terremoto documentato della storia della nostra penisola e da allora non dà segni di risveglio.
Ma solo dopo avere scritto quel libro ho capito meglio il senso di quel sonno a macchia di leopardo della Terra. È successo quando ho aperto il doppio volume dedicato all’azzardo sismico delle città italiane, recentemente prodotto dal Consiglio nazionale degli ingegneri. Si tratta di un atlante monumentale — stranamente non in vendita — che fornisce una capillare radiografia storica dell’impatto dei terremoti sui centri superiori ai 30 mila abitanti che, dal mondo antico a oggi, hanno subito almeno una grave distruzione sismica. Qualcosa che andrebbe distribuito d’autorità a tutti i comuni a rischio d’Italia, meglio se come sistema di consultazione interattivo, anche da telefonino, come si sta cercando di fare.
Si sa che, causa la mala-edilizia, in Italia, a parità di scosse, le distruzioni sono state decisamente maggiori rispetto a Paesi come il Giappone o la Nuova Zelanda. Ogni volta si alzano cori di indignazione, ogni volta si parla di “situazione intollerabile”, ma poi si fa poco o nulla. Ed ecco che la vera situazione intollerabile è proprio questa recidiva dimenticanza di quanto accaduto in passato. Una rimozione radicata al punto che oggi il semplice fatto di ricordare è diventato atto di eversione. Rimuovere i terremoti è come rimuovere il fascismo. Significa non fare nulla perché il peggio si ripeta. Il caso Scurati parla chiaro.
“In questo e altri campi, la perdita di memoria è perdita di umanità e di capacità di immaginare il futuro”, osserva Emanuela Guidoboni, la sismologa storica che ha curato il doppio volume assieme al geologo Gianluca Valensise, specialista nel calcolo della pericolosità sismica. Il quale dice: “Non esistono terremoti eccezionali o del tutto inattesi nell’aria che viene colpita, ma esiste la pervicace scelta di non interessarsi dei terremoti del passato, ormai molto ben documentati”.
L’alta vulnerabilità dei centri a rischio, assieme alla corruzione, al dolo e all’inadeguatezza normativa, sono fattori che si cumulano, in silenzio appunto, per poi manifestarsi tragicamente il giorno del terremoto — il grande collaudatore — con grandi distruzioni e intere comunità disintegrate. Il fatto è che da un secolo almeno, osservano i due studiosi, abbiamo solo “rincorso” i disastri man mano che accadevano, e “non li abbiamo mai preceduti, cercando di applicare norme di sicurezza soprattutto nelle aree sismiche silenziose da molto tempo”.
Al Centro e al Nord i terremoti sono in media più frequenti che al Sud. Negli ultimi anni abbiamo avuto quello dell’Aquila e dintorni del 2009, quello del 2012 in Emilia e quello del 2016 dell’Appennino centrale. Ma sono stati anche sismi più piccoli rispetto a quelli micidiali del Meridione: botte di magnitudo spesso inferiore al 6.0. Il che non significa che il rischio sia inferiore, dato che specialmente a Nord le aree interessate sono più popolose, industrializzate e produttive.
Ma è al Sud che il terremoto ha assunto dimensioni bibliche, provocando fughe in massa e vuoti spesso incolmabili nella trama abitativa, vuoti resi ancora più gravi dalla presenza de criminalità organizzata e infauste legislazioni. E’ questo grumo di fattori che ha desertificato centinaia di piccoli centri, lasciando il cuore più remoto dell’Appennino in mano alla mafia dell’edilizia e dei pascoli, oltre che al turismo di chi sa poco o nulla della storia dei luoghi.
Ricordare questa spada di Damocle che incombe sul Sud equivale a prevenire il collasso di un pilastro dell’identità italiana, fermare la fuga senza ritorno di un popolo che per secoli ha convissuto con i tremori del profondo, restando più di chiunque altro aggrappato alla sua terra. Gente dura, capace di ricostruire pur con tempi lunghi e mezzi insufficienti: vedi Napoli, che da tremila anni vive sulla bocca dell’inferno. Ed è anche questo che comunica l’Atlante dell’azzardo sismico: l’emozione di un viaggio nella storia sociale ed economica d’Italia, spesso ignorata dai manuali di storia e dalla cultura diffusa.