✕

Giorgia Meloni, il marchio nel nome

Ascolta l'audio

La premier, nella sua attività di propaganda, incarna un aspetto decisivo nelle società postmoderne: la prevalenza delle parole sulle cose.
2 minuti di lettura

Era scontato: prima o poi Giorgia sarebbe diventato un brand. Perciò Giorgia non è più Giorgia bensì Giorgia. Sugli stendardi pubblicitari elettorali diffusi nelle strade italiane, insieme alla sua immagine di angelo biondo, spicca il con: Con Giorgia. È il prefisso nominale e verbale che entra nelle parole sia d’origine latina (consorte, condiscepolo) o formate modernamente (concittadino), come spiega la Treccani, per indicare unione, partecipazione, collegamento. Segue il suo nome proprio. Giorgia è diventato il proprio marchio di fabbrica, alla pari di altri brand pubblicitari che dominano la comunicazione.

Tutti oggi cercano di creare unione, vincoli, collegamenti, quindi perché stupirsi? Lei ci prova. Certo la decisione di Giorgia Meloni di vendere sé stessa, di offrirsi così in modo simile a una influencer, è in linea con il mood dei nostri tempi, ma presenta, come s’è visto nel caso di Chiara Ferragni, un evidente rischio: ogni errore nella comunicazione può costarle caro.…

Era scontato: prima o poi Giorgia sarebbe diventato un brand. Perciò Giorgia non è più Giorgia bensì Giorgia. Sugli stendardi pubblicitari elettorali diffusi nelle strade italiane, insieme alla sua immagine di angelo biondo, spicca il con: Con Giorgia. È il prefisso nominale e verbale che entra nelle parole sia d’origine latina (consorte, condiscepolo) o formate modernamente (concittadino), come spiega la Treccani, per indicare unione, partecipazione, collegamento. Segue il suo nome proprio. Giorgia è diventato il proprio marchio di fabbrica, alla pari di altri brand pubblicitari che dominano la comunicazione.

Tutti oggi cercano di creare unione, vincoli, collegamenti, quindi perché stupirsi? Lei ci prova. Certo la decisione di Giorgia Meloni di vendere sé stessa, di offrirsi così in modo simile a una influencer, è in linea con il mood dei nostri tempi, ma presenta, come s’è visto nel caso di Chiara Ferragni, un evidente rischio: ogni errore nella comunicazione può costarle caro.

Intanto Giorgia propone la propria immagine di ragazza giovane — l’immagine negli stendardi è ritoccata, ringiovanita; appare sorridente, senza mostrare i denti, e questo la rende meno aggressiva. L’aiuta anche il taglio dei capelli che ha cambiato tempo fa; vuole fornire un’immagine pacata e calma, diversa da quando parla davanti a un microfono: lì si trasforma. In quei momenti usa spesso metafore belliche, mentre il tono di voce tradisce aggressività.

Come si sa Giorgia Meloni recita. Del resto proviene da una famiglia d’attori: la nonna paterna, Zoe Incrocci, cui somiglia fisicamente, era una celebre caratterista; lo zio Agenore Incrocci, in arte Age, ha firmato moltissime commedie; il nonno paterno, Nino Meloni, è stato un attore e regista (Filippo Ceccarelli). Altro che una “pescivendola”. Lei stessa è una consumata attrice.

Lo si capisce dai gesti con cui accompagna le frasi, dalle pause e da come porge le battute. Non parla come un politico di lungo corso, da come pure è; piuttosto come un’attrice che recita la parte d’un politico.

La giacca che indossa nello stendardo elettorale è una giacca a singolo petto mistificata a doppiopetto attraverso la doppia serie di bottoni dorati. La giacca ricorda un abito militare; con il suo colore blu e i bottoni d’oro rammenta una marsina lunga, simile ad un abito napoleonico ridisegnato. Qualcosa di militaresco.

Di sicuro Giorgia nella sua attività di propaganda incarna un aspetto decisivo nelle società postmoderne: la prevalenza delle parole sulle cose. Viviamo in una realtà, come ci hanno avvisato i filosofi del linguaggio, in cui le parole parlano di sé stesse. Giorgia utilizza i cosiddetti enunciati performativi, come sono definiti, espressioni che si fondano sulla dichiarazione e che non prevedono alcuna conferma o prova pratica.

Quella che appare solo una furba idea elettorale — chiedere di scrivere Giorgia sulla scheda elettorale — è esattamente un atto performativo che esorbita da qualsiasi confronto politico o pratico su temi specifici: sanità, pensioni, istruzione, lavoro, stipendi, investimenti, infrastrutture.

Mentre l’antiquato Salvini utilizza, o ha utilizzato sin qui, il Ponte sullo Stretto come un simbolo, Meloni usa il nome proprio come un atto che produce realtà. Come nel titolo il libro di John L. Austin: “fa cose con le parole”.

È la più postmoderna di tutti, anche se le sue idee politiche sono premoderne. Come diceva una volta una pubblicità interpretata da Tino Scotti: “Basta la parola”. Il nome proprio.

Leggi i commenti